Voyager

Giovanni Spadaccini



Ecco, in un punto qualsiasi del Nulla, senza preavviso, la Materia ha fatto irruzione e vi si è scaraventata dentro, quasi risucchiata o attratta, o addirittura invitata dal Nulla stesso, accarezzato dall’idea. La Materia si riversa nel Nulla come un’orda e guadagna spazio e respiro e si allunga torcendosi e scoppiando silenziosa. Il Nulla è preso, cavo e indeterminato, come una preda al laccio. Fugge. Come una bestia catturata fugge, si allontana in se stesso e tenta di profondarsi nei propri recessi, nelle segrete che possiede al suo fondo, intoccabili alla Materia. Ma il magma sale e insegue, brontolando. Allontanandosi, il Nulla fa spazio, concede terreno, lascia scoperti anche gli ultimi avamposti invece di rinserrarsi, ottuso e nero, intorno a quegli abbozzi di nebulose o cirri gassosi o brandelli come di un polmone soffiato e sparato. Già la Materia ha occupato lo spazio libero, e comincia il suo assestamento. E sono tranci di galassie sfocate, germogli di polveri contratte e opalescenti, avvenire di stelle. Il nulla in fuga come un animale vecchio e sfinito percepisce appena il chiarore azzurro che lo segue. Dovrebbe arrestarsi, maestoso e rigido, ma non può. La sua stessa fuga ha accelerato il movimento e il vorticare tarantolato della Materia che spinge come dentro un bacino che si allarga sotto la pressione delle onde. La Materia si è lasciata dietro ammassi di minerali in fusione, incandescenti, che gradualmente imparano un’orbita, scontrandosi e penetrando l’uno nell’altro scomponendosi o fondendosi, liquidi e oblunghi. Si raffreddano. Si incrostano e si dispongono a distanza, ruotando, vicini ad una stella, presi nella trappola della gravitazione. La breccia dalla quale la Materia è passata ora quasi non la si vede più. Si è ricucita, pulsante, come un taglio suppurato o una vescica o una bolla. Eppure la Materia non ha fermato la sua corsa dietro al Nulla, e lo insegue strappando lembi e avanzando scalmanata strattonando e gridando, infuocata e slabbrata.

È ancora in corsa, la Materia, non si è fermata. Continua ad esplodere ad intervalli irregolari molto oltre quel primo punto sorgivo, preso a caso sulla mappa indistinta del Nulla come puntando ad occhi chiusi la matita su un foglio. Dietro di sé ha lasciato assestamenti, formazioni geometriche pianeti ormai raffreddati, spenti. Guadagna ancora spazio sul Nulla, che indietreggia di fronte all’eternità. Non c’è futuro per lui in questo Universo. Futuro è un concetto ambiguo se applicato all’Universo: nella totalità delle cose niente resiste di fronte alla Materia, di fronte alla sua potenza elettrica e infuocata, nonostante si fosse attribuito da più parti questa potenza annichilente proprio al Nulla, questa illustre vittima.

Rimane indietro, impresagita, lentissima, una piccola bestia metallica senza testimoni. Viaggia solitaria come una fiera senza più artigli, senza orbita, in direzione di un punto che fino al consumarsi definitivo della scorta di elettricità le era indicato attraverso un calcolo matematico tradotto in coordinate e punti e linee. La sua direzione è presa ora nella corrente magnetica che soffia nel buio dello spazio. Avanza per consegnare un messaggio, per portare a destinazione ignota un messaggio. Oltrepassa in pochi momenti una piccola massa spenta, la brace grigia di un pianetino oblungo, circondato da nubi di polveri bianche fluorescenti. Il messaggio che porta nella sua pancia è il catalogo descrittivo di una serie scelta di avvenimenti, fatti, cose riguardanti il pianeta Terra. È presentato con questa avvertenza:

«Questo è un regalo da un piccolo mondo lontano, una selezione dei nostri suoni, della nostra scienza, delle immagini, della musica, dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti. I nostri tentativi sono orientati a sopravvivere al nostro tempo e così potremmo vivere nel vostro. Noi speriamo che un giorno, dopo aver risolto i problemi che ora incontriamo, potremo aggiungerci ad una comunità di civiltà galattiche. Questa registrazione rappresenta la nostra speranza e il nostro intento, ed il nostro impegno di buona volontà in un vasto e imponente universo.»

Questa navetta gravida che reca doni al Cosmo muto non si ferma e prosegue. È riempita di musica, di suoni, di canzoni che di tanto in tanto risuonano, amplificati dall’abitacolo metallico, fuori, nello spazio. Quella è la voce di Glenn Gould che canticchia sopra le note del Clavicembalo ben temperato, quello è il suono di un bacio tra due amanti ormai polverizzati e dimenticati, il vento, gli uccelli, un cane selvatico inferocito contro la troupe che tenta di registrarne il latrato rabbioso e nudo, il rombo del terremoto, lo schizzo rosso e rugoso del vulcano, lo scoppio del tuono.

C’è qualcuno ora in ascolto? Un orecchio teso nella notte del Cosmo che possa raccogliere questo messaggio? Che possa aprire le porte a questo cavallo di Troia ormai inoffensivo?








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 31 ottobre 2007