Alla cieca, Houston

Teo Lorini



Nella sequenza iniziale di Gravity del messicano Alfonso Cuarón, assistiamo a un incidente. Un’astronauta alla prima missione nello spazio (Sandra Bullock) viene scagliata lontana dai compagni e dallo shuttle su cui è arrivata in orbita. Mentre fluttua, sempre più lontana dal punto di impatto, anche il contatto radio con gli altri si interrompe.
Incapace di determinare la propria posizione, roteante in un’assenza di gravità e a una velocità tale da cancellare qualsiasi categoria di orientamento (alto basso avanti indietro sopra sotto), abbandonata a un isolamento senza paragone, la dottoressa Ryan Stone sperimenta una purezza di angoscia che supera persino la raccapricciante frase chiave di Alien: “Nello spazio nessuno può sentirti urlare”.
Cuarón va oltre: "Nello spazio" ci ricorda "NON C’È nessuno".
Nella prima di molte scene strabilianti, il punto di vista si avvicina progressivamente a Sandra Bullock, mostrando dapprima una figurina perduta sullo sfondo del cosmo stellato, poi un goffo e ingombrante scafandro per attività extra-veicolare, poi un viso dietro il vetro convesso del casco su cui volteggia la sagoma verdeazzurra del pianeta, sino al momento in cui (in una citazione non casuale del celebre piano-sequenza antonioniano di Professione Reporter) la MdP penetra nell’elmetto escludendo la visione di quel volto e portando il nostro sguardo a coincidere con il suo, in un’identificazione quasi traumatica nella quale l’assoluta solitudine di Ryan diviene ancor più irriducibile perché esistenziale.

Gravity rivela qui la sua autentica natura: prima ancora di essere un film di fantascienza, è infatti un’opera filosofica. Il naufragio nel cosmo e l’insistente appello “Alla cieca, Houston” che apre le comunicazioni degli astronauti verso il controllo missione con cui ogni contatto è perduto, diventano la più limpida rappresentazione della condizione umana. Gettati nel caos dell’esistenza da forze che non controlliamo, in balia di variabili oscure e ineliminabili, lottiamo alla cieca per la vita nella solitudine e ci aggrappiamo (“Don’t let go” incalza la tagline sul manifesto) a brandelli di certezze e a costruzioni fragilissime, relitti come le stazioni spaziali in cui Ryan trova precario approdo. Ma il nostro destino è quello di attraversare una morte e una devastazione dietro l’altra (non a caso la battuta chiave del film è “Devi imparare a lasciare andare”) sino a un nuovo, ma non più certo, approdo su cui l’esistenza tornerà a far sentire ancora più forte il suo peso, la sua Gravità.


Dal traumatico incipit alla sbalorditiva sequenza aurorale ed edenica con cui si chiude, Gravity è un esperienza travolgente, in grado – per una volta – di riaprire l’idea stessa di cinema e riaffermare con decisione la capacità di quest’arte di sollecitare la nostra visione sul mondo e restituirle uno stupore virginale.
È giusto infine parlare degli effetti speciali: per goderne appieno è il caso di vedere Gravity in quel 3D (di norma aborrito) che qui non è, come di norma, inerte ricamo estetico ma diventa un elemento strutturale della narrazione. È possibile che la meraviglia con cui ammiriamo la resa dell’assenza di gravità e la fluidità della MdP nel disegnare i piani-sequenza di cui si compone la pellicola, sia paragonabile a quella dei primi spettatori che nel 1968 assistettero alle magie inventate da Douglas Trumbull e Stanley Kubrick per 2001: Odissea nello spazio (che Cuarón garbatamente omaggia come imprescindibile capostipite).
Se Kubrick usava la fantascienza per una meditazione cosmica che giungeva ai confini della mistica, qui pare più giusto parlare di una SF ‘esistenziale’ che dischiude, assieme al nostro immaginario visivo, la nostra consapevolezza più profonda di creature imperfette che ambiscono, ostinate, inarrese a superare la propria limitata condizione.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 8 ottobre 2013