Cosa cambia

Teo Lorini



20 luglio 2001. "Giornata di scontri a Genova. C’è stato anche un morto…". Chi non ricorda dove si trovava, cosa stava facendo nell’istante in cui ha sentito per la prima volta la notizia? Poi le immagini nei tg, su internet. L’emergere dei dettagli: un ragazzo, 23 anni, una pallottola nel cranio. La foto, scioccante, della pistola che si sporge dal finestrino della camionetta e punta dritta al volto. L’ultimo frammento della sequenza, il corpo a terra inerte, spezzato come quello di una marionetta abbandonata, la pozza di sangue attorno alla testa. E tutto ciò che è seguito: la "macelleria messicana" nella scuola Diaz, la deportazione a Bolzaneto, la sospensione di diritti umani e garanzie giuridiche… Ricordiamo tutti, no?

Eppure, dice un personaggio di Cosa cambia: "quel che la gente sa oggi di Genova è qualcosa di confuso. Le botte, le torture, le umiliazioni… per tanti in questo paese non sono nemmeno esistite". E, pensando agli anni che sono passati da quell’omicidio in piazza Alimonda, dalle violenze di Bolzaneto, ci rendiamo conto che è vero, che le parole "Genova 2001" per molti italiani non significano nulla. Perché fa comodo, certo, "ai responsabili e a chi li ha coperti" (a proposito: dov’è la Commissione parlamentare d’inchiesta promessa agli elettori dalla coalizione di centrosinistra? Quale mandato elettorale ha autorizzato i vari Violante, D’Alema, Mastella a ribadire che "non è né urgente né necessaria"?). Ma quelle parole hanno perso di significato anche perché c’è chi semplicemente non vuole ricordare quello che ha subito, quello che ha rimosso. E ancora perché è già passato un lustro ed esiste un’intera generazione che nel 2001 aveva cinque, sei, dieci anni e semplicemente non sa.

C’è una distanza "giusta" da cui guardare le cose? Nel 2003 arrivarono in libreria molti romanzi (nelle sale anche un film, Ora o mai più) che tentavano, spesso dentro le coordinate del "genere", di narrare anche i giorni del G8. Sbigottiti, feriti, spinti da un’esigenza ardua da sopprimere, molti autori avevano constatato che con Genova si era creato un prima e un dopo, uno iato che costringeva al confronto chiunque fosse degno di rivendicare un senso di umanità e, a maggior ragione, chi faceva letteratura e aspirava a raccontare l’Italia contemporanea. E così Carlotto, Dazieri, Tassinari, perfino, più tangenzialmente, Camilleri con il suo Montalbano avevano provato ad affrontare il buco nero di Genova. Qualcuno di loro (soprattutto Carlotto) l’aveva sfiorato in maniera un po’ macchinosa, mentre Stefano Tassinari -che a Genova c’era- s’era tuffato a capofitto nella stesura di un "romanzo del G8" (così la copertina de I segni sulla pelle), in cui però l’urgenza del dire nuoceva alla resa complessiva.

Roberto Ferrucci è riuscito ad attendere (e non è difficile immaginare quanto gli sarà costato) sino a trovare una prospettiva più ampia e insieme più profonda. Cosa cambia, amalgama la vicenda personale e romanzesca con quella documentale delle fotografie, dei filmati, delle deposizioni e dei referti medici. Con una soluzione analoga al Saviano di Gomorra, l’io narrante di Ferrucci non è necessariamente oggettivo o totalmente autobiografico; è un reporter quarantenne che nel 2001 aveva accettato l’incarico di documentare il G8 anche per allontanarsi da un amore giunto lentamente alla fine. Con lui c’era Giorgio, un collega tanto giovane da poter essere il figlio mai arrivato, e con Giorgio Elisa. Compagna del narratore nei giorni della ferocia e dell’umiliazione, anche a Elisa è stato portato via qualcosa nel buco nero di Genova, qualcosa che Ferrucci preferisce non dirci. Nasce così, verso la fine del romanzo, una pagina memorabile di un pudore che strazia almeno quanto l’implacabile oggettività con cui, nel primo capitolo, si ricostruisce l’angosciante calvario di Magdalena, rannicchiata sotto i tonfi dei manganelli, "tornata feto" per provare a proteggersi dai calci, fino al rumore crocchiante dell’anfibio che frantuma le costole e sfonda i polmoni.

L’Io narrante di Cosa cambia ritorna a Genova dopo cinque anni, portando con sé un peso che sembra quasi insostenibile. Archiviati nei files del suo portatile, e insieme vividi, indelebili nella memoria e nel cuore, ci sono suoni, immagini, voci… anche l’odore acido e onnipresente del CS usato come lacrimogeno, un’arma chimica, vietata perfino in guerra ma non nelle strade di una città su cui ha lasciato "uno strato di polvere bianca" e chissà cos’altro "nei polmoni, sugli occhi e sulla pelle". Come quel sedimento velenoso che sembra sparire ma invece resta, invisibile, a guastare ogni cosa, il Buco Nero esiste ancora, radicato dentro chi c’era, dentro chi ricorda. Per questo Genova deve essere attraversata di nuovo, anche solo su una mappa, come fa il protagonista del libro, chiuso in un albergo colossale e anonimo, lontano (anche metaforicamente) dal centro.

Per ritrovare il filo che conduce fuori dalla tenebra della rabbia, della paura e dell’odio e dona la lucidità di ricordare ciò che è successo. E di tramandarne la memoria.

(pubblicato su "Pulp Libri" n. 69, settembre/ottobre 2007)








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 24 ottobre 2007