Per legge superiore

Teo Lorini



A proposito dell’ultimo romanzo di Giorgio Fontana
(con una postilla sul malcostume recensorio)

Roberto Doni ha quasi sessantacinque anni, magistrato, moderatamente di destra, decisamente anticomunista, lavora al Palazzo di giustizia di Milano. Giunto al ruolo di sostituto procuratore, gli manca un’ultima promozione per chiudere decorosamente la carriera e passare gli ultimi anni nella tranquillità della provincia. La sua routine di giudice tenace e scrupoloso (“eccezioni sempre, errori mai” è il motto che Doni ripete numerose volte nel romanzo) è turbata da Elena, giornalista freelance che vuole convincerlo a esaminare nuovi elementi in uno dei processi d’appello che gli sono toccati in sorte. Il caso – una ragazza dell’alta borghesia rimasta paralizzata per un colpo di pistola nella spina dorsale e un muratore tunisino condannato per rapina e tentato omicidio – è di quelli che innescano dibattiti televisivi ed editoriali di fuoco. Tra dubbi e slanci, Doni decide di seguire la ragazza, forse perché gli ricorda (anche nel nome) sua figlia Elisa, ricercatrice in un college statunitense che – per motivi che il libro non ci racconta – non gli parla (quasi) più. O forse per il modo in cui gli ha detto che “non smettiamo di essere magistrati o giornalisti quando ci mettiamo il pigiama”.
Vincendo una a una le sue resistenze di ideologia, di censo, di abitudine, Doni scoprirà nell’accozzaglia di palazzi e stradine racchiusa fra via Padova e viale Monza un mondo che gli era ignoto. È un mondo diverso, miserabile, straniero, tenace, e fetido di “cipolle e polvere, panni stesi e carta vecchia”. Fontana lo aveva descritto nel reportage Babele 56 e qui lo ripercorre con precisione giustapponendolo, senza scivolare nei facili moralismi, all’ambiente in cui vive il suo protagonista, un manipolo di ovattate strade del centro, di botteghe eleganti e costose, su cui sembra aleggiare “l’odore grasso e borghese” delle delizie di Peck che tanto piacciono a Doni. Nel raccontare questa appagata opulenza, Fontana non ne omette la bellezza, né dimentica la capacità di Milano di regalare attimi di improvviso splendore: l’ozono nell’aria prima di un temporale, un raggio di luce che illumina di taglio i palazzi austeri del centro.
Queste intuizioni, assieme a una prosa spedita che, soprattutto nella prima parte del libro, incuriosisce e cattura il lettore, sono due dei punti di forza di Per legge superiore. Il terzo è la sua felice ambizione: con questo romanzo Giorgio Fontana conferma infatti la voglia di sperimentare con cui, ad ogni nuova prova, continua a mettersi in gioco su registri e territori nuovi, e la generosità che fa dimenticare anche i personaggi meno riusciti o l’insistente ritornare di immagini e intuizioni suggestive (i chiodi sul palazzo di giustizia, la luce nei dipinti di La Tour) che alla lunga finisce per indebolirle.
Ciò che invece nuoce al romanzo, anziché giovargli, è l’accostamento a Leonardo Sciascia, nel cui nome si conclude il risvolto di copertina. Se da una parte tale evocazione si può magari comprendere nella logica di chi voglia rendere allettante un libro in cui crede, essa va – forse – meno bene se si considera che Per legge superiore esce per la casa editrice alle cui sorti proprio Sciascia ha contribuito in maniera decisiva e nella collana da lui stesso fondata. Va decisamente meno bene, infine, se a tale accostamento si conformano spensieratamente anche taluni recensori. Non tanto perché basta aver letto anche solo poche opere dell’autore di Todo Modo per trovare inimmaginabili nella sua pagina frasi come “sentì il sangue defluire verso il sud del suo corpo” o la rapidità – già accennata – con cui appaiono e scompaiono personaggi meno riusciti, come il novantaduenne suocero di Doni o il testimone egiziano Mohamed (il confronto tra i capitoli in cui i due personaggi compaiono e uno qualsiasi dei dialoghi e degli incontri che sostengono, ad esempio, il Laurana di A ciascuno il suo o l’ispettore Rogas nel Contesto risulta impietoso) ma perché decisamente altra è la vena del bel libro di Fontana, una vena lontana dalla intelligente precisione e dall’amara ironia sciasciana e protesa piuttosto a una descrizione del mondo che procede per graduale accumulo, per scoperte e illuminazioni che prendono spesso la forma delle riflessioni di chi ha ancora la voglia e la capacità di stupirsi e di condividere certezze provvisorie e umanissimi dubbi.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 25 novembre 2011