Il fallimento spiegato a mio padre

di Maria Cerino



manifestazione FIOM a Roma

Mio padre vorrebbe che lo divorassimo il mondo, i miei fratelli e me. Se in televisione passa una di quelle notizie di proteste, scioperi, uomini che si fanno scacciare, picchiare, persino ammazzare, lui evita di guardarci: si vergogna; mio padre prova pietà per la nostra mancanza di fame.
Come per una reminescenza culturale ci chiama borghesi – noi con i nostri nomi popolari, ereditati tutti dai nonni – e la nostra difficoltà a trovare lavoro. È convinto che ci manchi la rabbia, che sia eterna tranquillità il nostro vivere fianco a fianco, leccarci la faccia per non perder l’affetto. Vorrebbe toglierci tutto, spogliarci della nostra ricchezza, portarci al tempo prima della storia. Odia il nostro alfabetismo, il modo in cui a parole gli diamo ragione. Come argomentiamo la stessa identica scelta di voto. Se abbiamo lo stesso leader, per mio padre, abbiamo comunque due leader differenti perché la nostra marcia verso il potere è differente.

Quando il giovane No Tav è caduto dal traliccio sul suo volto non c’era sdegno ma compiacimento; non che volesse una morte; solo che gli si desse ragione: un gesto eroico, una visione del mondo comune, pacifista ha detto. E noi, i miei fratelli con me, non capivamo. Non capiamo i passi di quella marcia, il modo di farsi avanti con il corpo, di imporgli la fame in quella pratica arcaica del dolore. Come chi ingravida una donna per sposarla, il ricatto del povero. Noi, i miei fratelli e io, avremmo voluto che su quel corpo passasse la legge, che si vincesse con l’opinione. Non oggi, non subito, non in quel luogo se impossibile ma altrove, con la costruzione.

Mio padre vede eserciti di malora avanzare, racconta della Grecia che diventeremo tra due o tre anni, di quanto sia impossibile oramai cambiare. Con tutto l’orrore della miseria. Quanto più certa e forte è la sconfitta, tanto più patetica la rivincita: urlata ben al di sopra delle possibilità, agitando armi vecchie, di altre guerre già vinte che basterebbe semplicemente smettere di combattere. Difendi il tuo corpo, uomo, dico: io difenderò il tuo sapere.

A Sanremo Emma cantava una canzone, sgraziata con una lingua che non è popolare da decenni. Mio padre ha detto: Serve. Cancelleranno i nostri diritti e non solo i nostri diritti ma la percezione di privazione che abbiamo provato. Canta, figlia mia, canta: prima della fame, prima che sia fame davvero. La voce del popolo disperato partorisce la rivoluzione. Mio padre quando parla si fa capire, ha i capelli e la barba bianca, è elegante. Quando sente la fame sociale diventa giovane: perde la memoria di tutto ciò che è già stato. Vorrebbe che si rifacesse tutto, che le molotov tornassero a brillare, democrazia proletaria. E io gli dico racconta: cosa sarà ricominciando da questo: saranno i figli degli operai all’università. E poi di nuovo questo. La storia chiusa in cinquant’anni a ripetersi, senza slancio e piena di paura.

E piazze che si riempiono di bandiere e partiti che non le vogliono e mio padre che si fa forte d’orgoglio e urla: vedi. E io vedo la metamorfosi di un voto, il suo farsi qualità invece di quantità, il rifiuto di quell’immenso numero di gente, e non di quel numero di gente ma di chi non la teme nel suo esercizio più potente.

Ogni giorno guardo mio padre vestirsi per la guerra, allargare le spalle in quel suo corpo rugoso. Penso a quello che provavano le madri nel sapere i propri figli in trincea. Gli riempio la casa e la testa di libri non per fargli cambiare idea, solo regalargli bei ricordi per quando sarà in prima linea e noi, i miei fratelli e io, dietro – tanto dietro – con la paura di morire nel ventre.








pubblicato da m.cerino nella rubrica emergenza di specie il 20 marzo 2012