Maestro

Dario Voltolini



È in libreria un prezioso e secondo me bellissimo libro di filosofia. L’autore è Diego Marconi, il titolo è Per la verità. Relativismo e filosofia, l’editore è Einaudi, costa 10 euro.
In occasione del sessantesimo compleanno di Diego Marconi è uscito un volume della Rivista di Estetica: n. 34 (1/2007), anno XLVII, "Il significato eluso. Saggi in onore di Diego Marconi, a cura di Marilena Andronico, Alfredo Paternoster e Alberto Voltolini.
Siccome sono stato suo allievo e lui è stato il mio maestro, ho scritto la prefazione al volume anche se non sono un filosofo di professione. Tutti gli altri contributi raccolti nel volume sono invece saggi filosofici specialistici di notevole qualità.
Pubblico qui di seguito il mio intervento apparso sulla Rivista di Estetica e invito tutti i lettori del Primo amore alla lettura dell’importante Per la verità e a fare conoscenza con questa figura intellettuale poco "italiana", una persona a cui mi legano un affetto profondo e una altissima stima.

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Finito il Liceo scientifico scelsi di iscrivermi a Filosofia, dopo aver a lungo flirtato con l’idea di scegliere Fisica, spinto e sostenuto da una vera e propria fame di Novecento. Nella mia immaginazione, gli anni universitari sarebbero stati quelli in cui i tempi storici indagati con lo studio finalmente si sarebbero congiunti e identificati con i tempi correnti. Dopo una lunga attesa, dopo allenamenti "in palestra", all’Università avrei incontrato i miei tempi, i miei anni e il mio secolo anche nello studio. La fame di Novecento, il desiderio intenso di contemporaneità, mi facevano pensare a una messe di pensieri epistemologici, di riflessioni rigogliose a partire dalle scienze e attorno a esse – soprattutto riguardanti l’amata Fisica – che verdeggiavano e fiorivano nelle aule del palazzo che, nella mia città (Torino), ospitava i corsi di Filosofia. Una messe che avrei raccolto con ampi movimenti di falce, con gesti ghiotti e circolari, dal lungo raggio, per soddisfare la mia famelica pulsione.
Nei corridoi allora verdastri del palazzo universitario mi aggiravo in compagnia di un amico, Luca, di alcune vaghe idee sul terremoto prodotto dalle geometrie non euclidee all’interno della riflessione sui fondamenti delle scienze, di altrettanto vaghe speranze riposte in ambiti nuovi di zecca, come la semiotica, la linguistica, e così via. Ventate di Novecento. Talvolta meri refoli, scopersi poi. Con me portavo anche un piccolo libro, scritto dal professor Patzig, sulla logica delle proposizioni. Con l’amico Luca ci si infilava in ogni aula, a curiosare con grande e meravigliosa superficialità: tutto ci interessava a priori, molto ci divertiva e poco ci tratteneva. Fummo anche cacciati come elementi di disturbo (dal corso di Indologia, ricordo, dove facemmo una figura veramente pietosa, che non racconto per vergogna).
I primi giorni passarono, la turbolenza del fervore a poco a poco prese a decantare, i piani di studio reclamavano attenzione. Il mio Novecento, dovetti riconoscere, era tutto da stanare. Le grandi messi non s’erano viste. Il mio ingranaggio non trovava dove ingranare. Però cominciai a vedere che in certi angoli, in certe crepe, su certe zolle dissodate, c’era quello che cercavo. Cresceva una vegetazione del tipo che desideravo incontrare. Leggo quell’esperienza in questo modo, a distanza di tanti anni, perché altrimenti non saprei spiegarmi come fu che dalla confusione e dall’atteggiamento estatico e passivo di fronte allo scibile incontrato all’Università, nacque in me una propensione a scegliere e a selezionare in maniera estremamente drastica i corsi che avrei seguito. In poco tempo, avevo cambiato radicalmente angolo prospettico. Poco tempo significa "nell’ordine di giorni, nemmeno settimane".
Insomma, scelsi due, tre linee e le mantenni fino alla fine. Il resto gravitò loro intorno, con meno intensità. La mia formazione, complice una liberalità nella compilazione dei piani di studio che venne di lì a poco assai ridotta, fu così tutt’altro che completa. Come filosofo non sono stato mai né erudito e colto, né creativo. Come studente sono stato brillante e amorfo in parti uguali. Gli anni all’Università, che finirono per dilatarsi a dismisura in un fuoricorso dolente e faticoso, furono gai e tremendi al tempo stesso. Quel pezzo di vita, così contraddittorio e complicato, ha tuttavia una caratteristica molto singolare. Vedo, come peraltro vidi già allora, che le scelte decisive le avevo fatte tutte fin dall’inizio, si può dire nei primi mesi. La scelta fu quella di laurearmi in Filosofia del linguaggio. Presi la decisione nel giro di un’ora, direi. Scelsi la "materia" e l’insegnante insieme. Quello fu tutto il Novecento di cui avevo bisogno. Ricordo che Diego Marconi aveva attivato un seminario su Alice nel paese delle meraviglie a cui potevano iscriversi solo gli studenti che avessero già sostenuto l’anno precedente l’esame di Filosofia del linguaggio. Io non avrei quindi potuto parteciparvi. Non esitai nemmeno un istante e mi iscrissi ugualmente al seminario. Non mi riconosco quasi, io che con le decisioni ho un rapporto agghiacciante, in quello studente che se ne frega e che si iscrive dove non può iscriversi, decidendo seduta stante. E sono così felice di averlo fatto, che potrei riempire di sentimentalismi un ragguardevole numero di pagine, da qui in poi.
Invece rimango al di qua della rottura degli argini, per dire ancora poche cose.
Una di esse è la naturalezza con cui Diego Marconi riuscì, in tutti gli anni in cui fui suo studente, a comunicarci e a esplicitare i più complessi nodi teorici della materia in questione, talvolta veri e propri sesti gradi teorici e tecnici. Ho avuto molti altri insegnanti che, come Diego, erano padroni assoluti della propria materia. Diego tuttavia è stato quello che più di tutti riusciva ad armonizzare una tale padronanza con la capacità di porre la sua specializzazione all’interno di un quadro enormemente più ampio, così che mai la tensione all’approfondimento teorico potesse sbandare verso un pensiero totalitario e onnipervasivo.
Una seconda cosa è l’incontro con il pensiero e la personalità di Wittgenstein, che senza la mediazione e l’interpretazione di Diego non avrei potuto sostenere – né al livello del pensiero né a quello della personalità. Mi sarei perso, io così assetato di Novecento, proprio il filosofo più importante del secolo (resto di questa opinione). Il più novecentesco, vorrei dire.
Una terza cosa: durante un seminario centrato sul testo di Kripke Naming and Necessity sperimentai per la prima e l’ultima volta ciò che fa della filosofia analitica una filosofia "analitica". Si trattò di un’esperienza che, oltre a farmi conoscere la cosiddetta "nuova teoria del riferimento", e altri autori – Putnam soprattutto – oltre a Kripke (dibattiti su pensieri contemporanei, freschi di stampa, gente che stava lavorando mentre li si studiava, non era questo il Novecento che volevo? Sì, era proprio lui), mi fece capire fino a che punto si può arrivare se a guidarti c’è un maestro.
Oggi non so quanto resti di alcuni postulati di pensiero che allora valevano come punti di partenza. Non so dire come si configuri la mia amata disciplina, la Filosofia del linguaggio, dal punto di vista teorico, quale sia oggi il suo statuto, se ne ha uno. Né quali siano i rapporti reciproci delle discipline filosofiche, matematiche, scientifiche che grazie all’approfondimento di quegli studi, in quegli anni, per un attimo mi parvero tutto sommato chiari. Un neurone appena scoperto potrebbe aver spazzato via in un colpo decine di passi di argomentazioni geniali. La via privilegiata – l’unica, si diceva – per arrivare a studiare il pensiero era il linguaggio, ma oggi magari è un tipo di risonanza magnetica. Non mi sono più occupato professionalmente di filosofia terminati gli studi universitari, e nemmeno amatorialmente, purtroppo. Tutto potrebbe essere cambiato. Anche a livello di peso accademico reciproco delle varie discipline. Tuttavia, non ho l’impressione di un mondo e di anni che ho abbandonato, e questo dipende dal fatto che l’esperienza di studio fatta allora fu per me molto profonda, tanto da non lasciare sostanzialmente residui non elaborati.
Curiosamente, i miei studi terminarono con una tesi in cui discutevo alcune teorie novecentesche sulle "proposizioni", la cui logica era già con me nei primi giorni di università, raccolta nelle pagine del piccolo libro di Patzig. Come si chiudono i cerchi! Nessun’altra figura geometrica si chiude così. Resta da dire che quando vidi citare, anni dopo, il nome di Putnam in merito al film Matrix, ritornai con molta tenerezza ai "cervelli nelle vasche" e soprattutto ai corridoi del palazzo universitario, che erano di un verde allora difficile da definirsi, ma che ora io chiamo "verde Matrix". Con tenerezza e amore ricordo quegli anni, e i miei amici e compagni di studi.
Di questo posso ringraziare il mio maestro. Di questo e di innumerevoli altre cose. Dell’amicizia con cui mi onora, della cultura che mi ha dato, dell’umanità che ha condiviso con me. Del fatto che il mio maestro è stato per me un Maestro.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica libri il 20 ottobre 2007