Philip Roth e il necessario

Maria Cerino



Recensione a La mia vita da uomo prima della lettura

Per una volta vorrei provare a rovesciare il rituale: recensisco un libro prima di averlo letto; che poi è la più sincera delle recensioni possibili, considerato che alla fine – pur avendolo studiato con devozione certosina – l’opinione che si ha di un romanzo non è altro che la prima impressione mortificata.

Sulla copertina di La mia vita di uomo di Philip Roth è ritratta una sagoma maschile in giacca che nasconde il volto dietro a un cappello, ha degli anelli alle dita e più che un gesto d’imbarazzo insinua a un gioco; penso al primo Roth, quello che usava il sesso per punire il mondo (ora, in vecchiaia, per punire se stesso). La quarta riassume la trama, ancora una volta è un matrimonio fallimentare la causa di uno sconcerto cosmico. Ho imparato dai suoi romanzi che l’unica forma di matrimonio felice è il matrimonio simulato, quello che agisce per sottrazione, che cresce dentro a un matrimonio come una forma di anticorpo, quello fedifrago che si proietta a latere come immagine perfetta di ciò che si dovrebbe essere: tutto il sesso che si riesce a fare. Mi chiedo con chi si lamenterà questa volta Peter, se rimpiangerà puerilmente una donna del passato, se si riavvicinerà a una vecchia amante, se si convincerà che nulla ci sia di più dolce di una ragazza mentre ti chiede di poterti tenere il cazzo in una mano dormendo. O se per rabbia repressa odierà un fratello, assisterà il padre malato, andrà sulla tomba di Drenka a farsi una sega. Tutto quello che c’era da sapere sulla vita coniugale Roth lo ha scritto più tardi in un lungo dialogo a cui ha dato il titolo Inganno. L’inganno non è nelle aspettative di felicità in quella forma di rituale sociale quale è il matrimonio ma nel pensarsi felici all’interno di quel rituale. Troppo generalista come idea per non sembrare frutto di un’esperienza autobiografica, e i romanzi di Roth lo sono tutti, autobiografici, in quella variante paradossale di elevare se stessi a grottesco universale. L’autore americano nella sua potenza narrativa non lascia intendere mai, e mai nella maniera più assoluta, io sono la verità, ma da cinquant’anni non fa altro che ripetere Guardami io sono la statistica, nient’altro che statistica. E, per quanto risulti banale ammetterlo, chi legge ancora Philp Roth lo fa in attesa della grande uscita di scena, convinti come siamo che la sua violenza descrittiva, la sua carnalità precisa, la spietatezza con cui manipola le pulsioni sessuali per poi consegnarcele nell’onestà che sono e che siamo, non valgano se non in quanto preamboli. O antefatto a una grandiosa morte. Questo, però, riguarda già l’ultimo Roth – i suoi libri non più romanzi ma racconti lunghi in cui la malattia è onnipresente e la fine anticipata con l’ansia bulimica di chi non sa se riuscirà a scriverla la conclusione della storia, e parla della sua morte Roth negandogli una narrazione veritiera ma tradendone il terrore –, mentre in La mia vita di uomo Nathan Zuckerman è un alter ego giovane e borioso, odioso nella sua sincerità così come li si può immaginare a trent’anni i personaggi che incarnano noi stessi, credo. È l’inizio della storia del Fantasma (che) esce di scena scagliandosi contro un certo mondo letterario, incapace di scopare, di mettere una parola dietro l’altra perché la senescenza gli ha accorciato la memoria dei concetti: è il principio della narrazione della sua vita da uomo, prima che iniziasse a elaborare il mondo e gioca a nascondersi il volto visto che di quel Roth sappiamo meno di quanto sappiamo del Roth con problemi alla prostata. Accade così quando si inizia a frequentare uno scrittore già con tanti romanzi all’attivo e l’ultimo libro ti dice la verità – sull’autore e sull’uomo – e quelli che vengono tradotti in ritardo e che in lingua madre erano usciti già tanto tempo prima (non esisteva neppure un’idea di me, allora) sembrano solo un tentativo, il tentativo di indovinare la propria vita da parte di chi scrive; ma è giusta quest’impressione di falsità nel confrontarsi, per dirne uno, con La Controvita? Perché contemporaneamente e per assurdo mi sembra tanto più arte, poi, una narrazione di cui diffido? Non amo Roth, semplicemente. Nel senso che non è uno scrittore a cui è possibile volere bene, non ti ci affezioni, non vuoi sapere come stava prima quando era sano. Roth è l’ultimo libro nella stessa misura in cui il nostro amante è l’ultima azione che ha compiuto. Se avesse utilizzato uno pseudonimo per ogni romanzo pubblicato ci sembrerebbero capolavori tutti, alla stessa maniera. In fondo Philip non è mai cambiato: una volta moriva d’infarto pur di farsi fare un ultimo pompino da una segretaria lasciva, ora muore nel desiderio di un pompino perché il desiderio muore col corpo. L’uomo è rimasto solo e pur avendola già pensata questa conclusione solitaria (ciò dimostra quanta verità abbia detto su di sé: in fin dei conti, come lettori non ci ha mai traditi), ma mai avrebbe immaginato quanto lo avrebbe portato fuori da se stesso la malattia.








pubblicato da m.cerino nella rubrica libri il 22 novembre 2011