“Frau” – Confessioni-carillon nella poesia di Francesca Tini Brunozzi

Silvio Bernelli



Dopo una lunga militanza come operatrice culturale e performer sui palchi dello slam poetry, la vercellese Francesca Tini Brunozzi esordisce con un raccolta intitolata “Frau”, edizioni Torino Poesia.

Parole sofferte, in massima parte dedicate alla condizione femminile di oggi. Una donna obbligata a giocare tutti i ruoli: figlia abbandonata (alla morte del padre l’autrice dedica alcuni tra i suoi versi più belli), madre mancata, amante ferita dal troppo amore e dai troppi distacchi.

“Non voglio un uomo nuovo/ Non voglio medici di torno/ Voglio un giorno nuovo/ Nella mia stanza ho un uovo e un uomo/ In mezzo al cuore nell’uovo un uomo/ Nella mia pancia c’è l’uovo solo”.

Sono questi i versi che aprono la raccolta, programmatici nel loro autobiografismo, in cui il vissuto sfonda la barriera della letteratura e, proprio per questo, riesce a cesellare parole dolci eppure spietate, lucide eppure rabbiose. Grazie a questo tono personalissimo Francesca Tini Brunozzi costruisce un discorso poetico basato sull’ossimoro: unica condizione possibile per leggere una realtà che sempre significa una cosa e il suo esatto contrario.

C’è tutto l’universo dei rapporti sentimentali nelle poesie di “Frau”, con le sue sentite, dolenti, qualche volta persino ironiche sfaccettature.

“Di che colore era quella bandana/ Dove ho seduto – fazzoletto verde –/ Al colmo di un potere che si perde?”

E c’è tutto lo sgomento per un mondo in cui il confronto-scontro tra due persone è spesso affidato al sesso, nel segno di una carnalità che, per quanto difficile, rimane comunque premessa necessaria alla condivisione: del proprio essere, dei propri sogni, dei propri segreti.

“Al principio del nostro ultimo giorno/ O alla fine (non si capisce un cazzo di niente di questo eterno ritorno)/ Mi sono ritrovata in mano un mazzo/ Di asparagi e rugiada tutto attorno/ Come in un film porno schizzando a razzo/ Spargendo perle da sinistra a destra/ Sui raggi a pentagramma alla finestra.”

Le poesie di Francesca Tini Brunozzi sono piccoli ordigni a orologeria, nei quali, grazie all’uso continuo delle rime, sembra quasi di sentire il suono di un carillon. E la musica è la stessa che s’immagina verrebbe da un Giorgio Caproni incattivito, femmina e con tutti i conti della vita ancora aperti, amore e maternità compresi.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica poesia il 8 ottobre 2007