Lo scultore dei sensi di colpa

Tiziano Scarpa



È uscito Uno, il nuovo disco dei Marlene Kuntz.

Prima di pubblicarlo, i Marlene hanno proposto a vari autori il testo di una canzone del disco, chiedendo a ciascuno un miniracconto ispirato a quei versi. I miniracconti sono finiti nel booklet del cd, appaiati ai testi della canzone che li ha ispirati.

Gli autori dei racconti sono Stefano Benni, Marco Bosonetto, Enrico Brizzi, Emidio Clementi, Paolo Conte, Babsi Jones, Marco Lodoli, Carlo Lucarelli, Ann Relke Mutz, Tiziano Scarpa, Gianmaria Testa, E. Kurt Zelmann.

Ecco il miniracconto che ho scritto per Canto, la canzone di apertura del disco. Il testo della canzone, di Cristiano Godano, è riportato di seguito.


Lo scultore dei sensi di colpa

Ho conosciuto un artista che scolpiva le statue dei fratelli e delle sorelle che non aveva mai avuto. Mi diceva che, a pensarci bene, nella vita lui aveva amato davvero soltanto una donna, ma ora che lei era molto vecchia e stava per morire, l’uomo si rendeva conto di quanto era stato avaro di affetto con lei. Perciò si immaginava fratelli e sorelle inesistenti, più bravi di lui ad amare. Li scolpiva a partire dai suoi stessi lineamenti, sfigurandoli un po’: una specie di autoritratti poco somiglianti. Li ho visti con i miei occhi, a casa sua. Sono entrato nella sua stanza. Ho sentito un brivido lungo la schiena. Sembrava di partecipare a una veglia funebre: statue di uomini e donne, giovanotti e ragazze, erano disposte in piedi attorno al letto dell’artista. Rivolgevano uno sguardo sconsolato e severo al suo giaciglio, come se stessero fissando un morto disteso dentro un sarcofago. "Sono i miei sensi di colpa – mi ha spiegato quell’uomo –, tutto l’amore che non ho dato a mia madre".


Canto Cristiano Godano

Sto perdendoti…
(e quando accadrà
il demonio del grande rammarico
il mio girovagare dovrà
fuggire ovunque,
inseguito dalla colpa)

Di quel che sciupai
ben più sciuperò,
fra i timori e l’inettitudine,
e a ogni persa occasione o viltà
la tua fine in me
crescerà come un’onta.

Canto il bene che ti vorrei,
chiuso tra le pene
di un’inesprimibile prigione che mi opprime.

Canto il nulla che prenderai
dalle folli mie pene,
e non mi è di consolazione sapere
che son figlie anch’esse di te.

Stai guardandomi...
Ti sento... lo sai?
Ma non serve a farti raggiungere
da un afflato di umanità.
E apatia ti dò,
anelando alla dolcezza.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 7 ottobre 2007