Un inno agli uomini che muoiono in piedi #3

Sergio Baratto



VI. Senza una goccia di speranza

L’assedio è lungo i nemici devono darsi il cambio
nulla li unisce tranne la voglia di annientarci
Goti Tatari Svedesi le schiere dell’Imperatore i reggimenti della Trasfigurazione
chi potrà contarli
i colori dei vessilli cambiano come il bosco all’orizzonte
dal giallo delicato in primavera per il verde e il rosso fino al nero autunnale
(…)
crescono i cimiteri cala il numero dei difensori
ma la difesa continua e continuerà fino alla fine

e se la Città cadrà e se ne salva uno
lui porterà in sé la Città lungo le vie dell’esilio
lui sarà la Città

guardiamo il volto della fame il volto del fuoco il volto della morte
quello peggiore di tutti – il volto del tradimento

e solo i nostri sogni non sono stati umiliati

(Da "Rapporto dalla Città assediata", nella raccolta omonima)

Sia ben chiaro che la Città assediata non è soltanto la Polonia comunista del 1982, ai tempi della legge marziale e della giunta militare. Le poesie di Herbert, anche quelle più limpidamente legate alla storia polacca e ispirate alla tragedia di quegli anni, non hanno smesso di parlare. "Tutto ciò che appartiene al presente soltanto, muore con esso", scrive Michail Bachtin. Anzi, si può dire che proprio la fine di quell’epoca le ha "liberate" dai vincoli della contingenza storica e ha permesso loro di dispiegarsi in tutta potenza.
Oggi, potrei dire, la mia Città assediata è prima di tutto una città immateriale, fatta non di mura e palazzi ma di tutti i valori che riconosco miei e su cui si fonda il mio modo di stare dignitosamente nel mondo: la libertà, la giustizia, l’attenzione, la tenerezza, la compartecipazione… Se per Herbert il mostro era un feroce e meschino totalitarismo, oggi posso dire che i mostri si sono moltiplicati quanto le orde barbariche: fanatismo religioso, imperialismo, deliri suicidari d’onnipotenza tecnologica, dittatura della merce…
Prendo per esempio una poesia sempre contenuta nella raccolta del 1983, Rapporto dalla Città assediata, ma composta nel 1956: si tratta infatti di una delle poesie cadute sotto le forbici della censura. Si intitola Da in cima alle scale. A una prima lettura, il richiamo ai realia del tardo stalinismo sono evidenti. Eppure, a rileggerla a più di cinquant’anni di distanza, oltretutto con gli occhi stranieri di chi ha conosciuto quella realtà solo sui libri e nemmeno la reca in sé, indirettamente, come eredità collettiva, l’impressione è che essa abbia, se possibile, addirittura guadagnato in lucidità e verità:

Ovviamente
quelli che stanno in cima alle scale
loro sanno
sanno tutto

invece noi
spazzini delle piazze
ostaggi d’un futuro migliore
ai quali quelli da in cima alle scale
si mostrano di rado
sempre con un dito sulle labbra

noi siamo pazienti
le nostre mogli rammendano le camicie della festa
parliamo di razioni alimentari
di calcio del prezzo delle scarpe
e il sabato rovesciamo la testa all’indietro
e beviamo

non siamo di quelli
che stringono i pugni
scuotono le catene
parlano e interrogano
incitano alla rivolta
febbrili
di continuo parlano e interrogano

questa è la loro favola –
ci getteremo sulle scale
e le conquisteremo d’assalto
rotoleranno per i gradini
le teste di quelli che stavano in cima
e finalmente scorgeremo
cosa si vede da quelle altezze
quale avvenire
quale vuoto

a noi non interessa lo spettacolo
di teste che rotolano
sappiamo con quanta facilità ricrescano le teste
e sempre in cima ne resterà
più d’uno
e in basso un nereggiare di scope e badili

talvolta sogniamo
che quelli da in cima alle scale
scenderanno in basso
ossia da noi
mentre mastichiamo il pane sul giornale
e ci diranno

– e ora parliamo
da uomo a uomo
non è vero ciò che gridano i manifesti
portiamo la verità tra le labbra serrate
è crudele e troppo pesante
perciò la reggiamo da soli
non siamo felici
resteremmo volentieri
qui

si tratta ovviamente di sogni
possono avverarsi
oppure no
continueremo quindi
a coltivare
il nostro quadrato di terra
il nostro quadrato di pietra

con la testa leggera
una sigaretta dietro l’orecchio
e senza una goccia di speranza nel cuore

Mi permetto di riportare gli ultimi tre versi nella lingua in cui sono stati scritti, anche se mi rendo conto che l’ortografia polacca può intimidire, perché li amo molto e perché mi sembra che esprimano come meglio non si potrebbe il modo in cui io sento di dover stare qui:

z lekką głową
papierosem za uchem
i bez kropli nadziei w sercu

In particolare l’ultimo verso nell’originale ha un ritmo struggente, come lo spegnersi di un canto di laconica malinconia, appena accennato a fior di labbra: "i bez krò-pli nà-dziei w sèrcu".

La voce di Herbert è così: sempre sobria, asciutta. E ingannevole, perché la semplicità dei suoi versi è solo il risultato di una estrema concentrazione del ritmo e del suono. Nella prefazione al volume Adelphi, Josif Brodskij scrive: "Rigore è ciò che contrassegna la sigla di Herbert. È un poeta di straordinaria economia. Nei suoi versi non c’è niente di retorico o di esortativo, il loro tessuto è quanto mai funzionale: è brusco, piuttosto che ’ricco’".
Certo è una voce spesso lapidaria, ma solo perché ogni verso è strettamente subordinato al più severo principio di necessità; come Herbert fa dire al suo alter ego, il Signor Cogito, "in essa non c’è posto / per i fuochi artificiali della poesia".
Niente fuochi artificiali, dunque, ma densità: la materia poetica si condensa in ogni singola parola a un grado talmente elevato da sprigionare una enorme forza gravitazionale.

VII. Compi il tuo dovere

Quando Herbert, in un cinico monologo con il cadavere di Amleto, fa dire a Fortebraccio in procinto di assumere il potere "Ciò che io lascerò non sarà oggetto di tragedia", gli fa pronunciare una mezza fesseria. La tragedia si compie comunque, anche se i milioni che marciranno nelle prigioni danesi sembreranno agli spiriti raffinati un soggetto troppo meschino per un canto tragico.
La lotta contro il Fato, la Natura, la Storia, il Potere è sempre perdente. Siamo destinati ad essere sconfitti, schiacciati.

19 aprile - 16 maggio 1943: tanto durò l’insurrezione del Ghetto di Varsavia contro le truppe naziste. Settantamila civili e settecento combattenti contro le armate del Reich: gli insorti sapevano di non avere alcuna speranza, eppure combatterono. La scelta per loro non era tra la vittoria e la sconfitta, tra la salvezza e la morte, ma tra la morte in battaglia e la morte nei campi di sterminio. Scelsero consapevolmente di morire lottando. Il loro comandante militare, Mordechai Anielewicz, si suicidò nelle fasi finali della battaglia per non cadere vivo nelle mani dei tedeschi. Aveva appena ventitré anni.

L’ordine degli antichi si è sgretolato. Oggi ai nostri occhi non esiste alcun ordine, solo il caos. La storia non è teleogica, il mito del progresso è una menzogna. Non per questo ci si può autoassolvere dal dovere di lottare. La disperazione non è una giustificazione.
Né per questo gli antichi non hanno più nulla da dirci. Marco Aurelio: "Se un disordine ingovernabile, rallègrati d’avere dentro di te, pur in balìa di questi flutti, una mente che ti governa; e se l’onda ti travolgerà, si porti pur via la tua carne, il tuo soffio vitale e il resto di te; perché la tua mente non potrà mai portarsela via". E ancora: "Quale frazione dell’abisso infinito del tempo è stata assegnata a ogni uomo, e come si dissolve in un istante nell’eternità! Sopra quale piccola zolla della terra intera ti trascini! Riflettendo su tutto ciò, pensa che non v’è niente d’importante eccetto questo: compiere ciò a cui ti guida la tua natura individuale, accettare ciò che ti porta la natura universale".
Questa realtà è anche la sola. Non si può accettare o rifiutare l’ineluttabile. La scelta sta nello scendere a patti – che la cosa ci porti a intraprendere una onorata carriera di funzionario delle arti nella piccola accademia del nichilismo pacificato o a dirigere quotidiani d’opinione cinicamente realisti – o nel continuare a insorgere, senza una goccia di speranza nel cuore.
Questo è il messaggio:

Va’ dove andarono quelli fino al limite oscuro
in cerca del vello d’oro del nulla tuo ultimo premio

va’ eretto fra quelli che sono in ginocchio
fra chi volta le spalle e chi è rovesciato nella polvere

ti sei salvato non per vivere
hai poco tempo bisogna dare testimonianza

sii coraggioso quando la ragione viene meno sii coraggioso
alla fine è la sola cosa che conta

e la Collera tua impotente sia come il mare
ogniqualvolta udrai la voce di umiliati e percossi

non ti abbandoni il tuo fratello Disprezzo
per spie carnefici vigliacchi – saranno loro a vincere
e verranno al tuo funerale gettando con sollievo una zolla
e il tarlo scriverà la tua biografia addomesticata

e non perdonare invero non è in tuo potere
perdonare in nome di chi è stato tradito all’alba

guardati tuttavia dall’inutile orgoglio
osserva allo specchio la tua faccia da giullare
ripeti: sono stato chiamato – non ce n’erano di migliori?

guardati dall’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro lo splendore del cielo
essi non hanno bisogno del tuo caldo respiro
ci sono soltanto per dire: nessuno ti consolerà

veglia – quando la luce sui monti darà il segnale – alzati e va’
finché il sangue muoverà nel petto la tua stella oscura

ripeti gli antichi scongiuri dell’umanità fiabe e leggende
perché così raggiungerai il bene che non raggiungerai
ripeti le grandi parole ripetile con ostinazione
come quelli che avanzavano nel deserto e perivano nella sabbia

e ti premieranno con ciò di cui dispongono
con sferzate di riso l’uccisione su un immondezzaio

va’ perché solo così sarai accolto nella cerchia dei freddi crani
nella cerchia dei tuoi avi: Gilgamesh Ettore Rolando
difensori del regno senza confini e della città delle ceneri

Sii fedele Va’

("Il messaggio del Signor Cogito", in Il Signor Cogito)

[3 - fine. Qui la prima e qui la seconda.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 5 ottobre 2007