Bisogno di utopia

Ignacio Ramonet



Facendo le pulizie, ho ritrovato per caso questo vecchio articolo di Ignacio Ramonet, uscito su Le Monde Diplomatique/il manifesto nel maggio del 1998. Era finito in mezzo a un fascio di ritagli e fotocopie, semisepolto sotto il peso delle mie insensate tendenze archivistiche. Anni e anni di ritagli e pagine di giornale a prender polvere in cassetti e librerie, in attesa di un’improbabile rassegna stampa redentrice.
Il pezzo in questione l’avevo conservato perché all’epoca mi aveva colpito e toccato profondamente. Mi dibattevo tra il digusto e l’insoddisfazione, avvertivo oscuramente il biogno di un discorso politico altro, rispetto alla merda fritta che mi veniva propianata come unica e possibile. Le parole di Ramonet, all’improvviso, mi avevano detto proprio le cose che cercavo: erano le parole giuste al momento giusto. L’invito all’audacia era stato per me come uno spiraglio aperto nel grigiore, e un anno dopo mi sarebbe parso anche profetico: si era alla vigilia di Seattle e dell’esplosione del movimento altermondialista.
A rileggerlo oggi provo molta confusione. A tratti mi sembra di leggere storie di un passato remoto; in altri punti fatico a non sorridere, tanto a posteriori gli anni Novanta mi sembrano ottimisti; in altri ancora trovo previsioni mancate o constato mestamente che nulla è cambiato. Molti dei problemi di allora mi paiono ancora freschi: semmai si sono ingranditi e complicati con vigorosa ferocia.
Ciò di cui avverto la scomparsa è il senso dell’imminenza di una sommossa collettiva dello spirito.

Comunque sia, lo ripropongo qui come suggerimento di rilettura e revisione. Per vedere se e quante delle idee che allora stavano spuntando sono riuscite a sopravvivere a nove anni di (terribile) storia.

*

Nel gennaio scorso, lo stesso manifesto tappezzava i corridoi di diversi aeroporti europei. A imitazione delle immagini della rivoluzione culturale cinese, vi era rappresentato un gruppo di persone che avanzavano alla testa di un corteo, i volti radiosi, brandendo insegne colorate fluttuanti nel vento al grido di: "Capitalisti di tutti i paesi, unitevi!". Per Forbes, la rivista americana dei miliardari, era un modo beffardo per celebrare i 150 anni dalla pubblicazione del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels.

Era anche un modo per affermare, senza timore di smentita (i manifesti non sono stati né strappati né chiosati) due cose: il comunismo non fa più paura; il capitalismo è passato all’offensiva.

In quest’anno, in cui si celebra non solo l’anniversario del celebre Manifesto, scritto da due giovani (Marx aveva allora trent’anni e Engels ventotto), ma anche quello della rivoluzione del 1848, (che impose il suffragio universale maschile e l’abolizione dello schiavismo) e la rivolta del maggio 1968, quali riflessioni ispira la nuova arroganza del capitale?

E’ incominciata dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione sovietica, in un contesto di inebetimento politico, espressione del vuoto lasciato da un’illusione distrutta. L’improvvisa rivelazione di tutte le conseguenze di decenni di statalismo nei paesi dell’Est ha turbato le menti. Il sistema senza libertà e senza economia di mercato è apparso nella sua tragica assurdità, con il suo corollario di ingiustizie. Il pensiero socialista si è in qualche modo accasciato, così come il paradigma del progresso in quanto ideologia che pretendeva una pianificazione assoluta dell’avvenire.

In seno alla sinistra si sono fatte strada quattro nuove convinzioni che potrebbero minare la speranza di trasformare radicalmente la società: nessun paese può svilupparsi seriamente senza economia di mercato; la statalizzazione sistematica dei mezzi di produzione e di scambio porta alla penuria e allo spreco; l’austerità al servizio dell’uguaglianza non costituisce in sé un programma di governo; la libertà di pensiero e di espressione presuppone come condizione necessaria una certa libertà economica.

Il fallimento del comunismo e l’implosione del socialismo hanno comportato, di riflesso, lo smantellamento ideologico della destra tradizionale (che aveva nell’anticomunismo la sua sola base dottrinale), consacrando grande vincitore del conflitto Est- Ovest il neoliberalismo. La sua dinamica, frenata fin dall’inizio del secolo, ha visto scomparire i suoi precedenti avversari, e si sta ormai dispiegando su scala planetaria con decuplicata energia. E sogna di imporre come pensiero unico all’intero pianeta la sua concezione del mondo, la sua propria utopia.

Quest’impresa di conquista si chiama globalizzazione, e risulta dall’interdipendenza sempre più stretta delle economie di tutti i paesi, grazie all’assoluta libertà di circolazione dei capitali, alla soppressione delle barriere doganali e delle regolamentazioni e all’intensificazione del commercio e del libero scambio, incoraggiato dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale (Fmi), dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dall’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

Si è prodotto un distacco tra l’economia finanziaria e l’economia reale. Sui 1.500 miliardi di dollari delle transazioni finanziarie quotidiane su scala mondiale, soltanto l’1% è dedicato alla creazione di nuove ricchezze; il resto è di natura speculativa. Anche nei paesi più sviluppati, questa prorompente ascesa del neoliberalismo è accompagnata da una significativa riduzione del ruolo degli attori pubblici, a incominciare dai parlamenti, nonché dal saccheggio ecologico, dall’esplosione delle disuguaglianze e dal ritorno massiccio della povertà e della disoccupazione. In altri termini, la negazione dello Stato moderno e della cittadinanza.

Assistiamo inoltre a una radicale dissociazione tra l’evoluzione delle nuove tecnologie dell’informazione e la nozione di progresso della società. Il grande balzo in avanti della biologia molecolare, iniziato fin dagli anni 60, associato alla potenza di calcolo resa possibile oggi dall’informatica, ha mandato in frantumi la stabilità generale del sistema tecnico.
Il suo controllo da parte dei pubblici poteri sta diventando sempre più arduo. Risultato: i responsabili politici si stanno dimostrando incapaci di misurare le minacce di quest’accelerazione delle tecnoscienze (1). E finiscono, anche in questo campo, per passare alle dipendenze di esperti non eletti, che pilotano nell’ombra le decisioni governative.

La rivoluzione informatica ha fatto esplodere la società contemporanea; ha sconvolto la circolazione dei beni e favorito l’espansione dell’economia dell’informazione e la globalizzazione. Quest’ultima non ha ancora catapultato tutti i paesi del mondo in una società unica, ma sta spingendo verso la conversione generale a un modello economico unico con l’interconnessione dell’intero pianeta. Si crea così una sorta di vincolo sociale di segno liberista, interamente costituito da reti, che separa l’umanità in individui isolati gli uni dagli altri, in un universo iper-tecnologico.

Conseguenza: le disuguaglianze si approfondiscono. I poveri degli Stati uniti, il paese più ricco del mondo, sono ormai più di 60 milioni, mentre nell’Unione europea, prima potenza commerciale, superano i 50 milioni. Sempre negli Stati uniti, l’1% della popolazione possiede il 39% della ricchezza del paese.
E su scala planetaria il patrimonio delle 358 persone più ricche (miliardarie in dollari) è superiore al reddito annuo del 45% degli abitanti più poveri, vale a dire 2,6 miliardi di persone ...

La logica della competitività è stata elevata al rango di imperativo naturale della società, e sta facendo sempre più perdere di vista il senso del"vivere insieme", del"bene comune". Mentre la redistribuzione degli aumenti di produttività avviene in favore del capitale e a discapito del lavoro, il costo della solidarietà è considerato insopportabile, e l’edificio dello stato sociale si sta abbattendo (2).

Davanti a cambiamenti così brutali e repentini, si perdono i punti di riferimento, le incertezze si accumulano, il mondo appare opaco, la storia sembra sfuggire di mano. I cittadini si ritrovano al centro della crisi, nel senso dato a questo termine da Antonio Gramsci: "Quando il vecchio muore, il nuovo esita a nascere"; o anche, come direbbe Tocqueville: "quando il passato non rischiara più l’avvenire, lo spirito procede nelle tenebre".

Per numerosi cittadini, l’idea ultraliberale che l’Occidente sia maturo per vivere in condizioni di libertà assoluta è altrettanto utopistica e altrettanto dogmatica dell’ambizione rivoluzionaria dell’egualitarismo assoluto. E si chiedono come pensare il futuro, esprimono il bisogno di un’altra utopia, di una nuova razionalizzazione del mondo. Attendono una sorta di profezia politica, un progetto riflesso nell’avvenire, il mito di una società riconciliata, in piena armonia con se stessa.

Ma esiste oggi, tra le rovine dell’Unione sovietica e le macerie delle nostre società disarticolate dalla barbarie neoliberale, lo spazio per una nuova utopia? A priori, ciò sembrerebbe poco verosimile, poiché la diffidenza nei riguardi dei grandi progetti politici si è generalizzata, e al tempo stesso si sta vivendo una grave crisi della rappresentanza politica, un enorme discredito delle élite tecnocratiche e degli intellettuali mediatici, una rottura profonda tra i grandi media e il loro pubblico.

Quali che siano le consultazioni elettorali, l’astensionismo aumenta, così come aumentano le schede bianche e le mancate iscrizioni alle liste elettorali. In Francia, tra i giovani al disotto dei 25 anni i non iscritti sono uno su tre. Il numero dei militanti politici non supera il 2% degli elettori, e solo l’8% dei salariati attivi aderisce a un sindacato (queste due ultime cifre sono le più basse di tutto il mondo occidentale).
Quanto alla sinistra, nel Partito socialista oggi non vi sono praticamente più quadri provenienti dai ceti popolari; il Partito comunista non ha più un’identità politica, e ha praticamente perduto la sua identità sociologica.

Eppure, molti cittadini vorrebbero introdurre un granello di umanità nel barbaro meccanismo neoliberale; sono alla ricerca di un coinvolgimento responsabile, provano un desiderio di azione collettiva. Vorrebbero poter riversare i loro rimproveri, le loro inquietudini, le loro angosce e il loro sconcerto su responsabili bene identificati, in carne ed ossa, mentre il potere è divenuto largamente astratto, invisibile, distante e impersonale. E vorrebbero credere di poter trovare una risposta a tutto nella politica, la quale incontra invece sempre maggiori difficoltà a fornire risposte semplici e chiare ai problemi complessi della società. E tuttavia, ciascuno avverte la necessità di un controprogetto globale, di una controideologia, di un edificio concettuale da contrapporre all’attuale modello dominante, come un baluardo contro il dilagante neoliberalismo.

La costruzione di questo controprogetto non è affatto un’impresa facile, poiché si parte da una situazione che è quasi di tabula rasa. Troppe volte le precedenti utopie, fondate sull’idea di progresso, sono sprofondate nell’autoritarismo, nell’oppressione, nella manipolazione delle menti.

Ancora una volta si sente il bisogno di sognatori capaci di pensare e di pensatori capaci di sognare, per ritrovare non un progetto di società bell’e fatto e impacchettato, ma un modo di vedere e di analizzare la società che possa consentire, nel tempo, di battere con una nuova ideologia l’ideologia anarco-liberale.

Quest’ultima produce una società egoista, favorisce la frammentazione e la parcellizzazione. Di conseguenza, diviene indispensabile reintrodurre il collettivo, portatore di futuro (3). Oggi l’azione collettiva passa per le associazioni non meno che per i partiti e i sindacati. Nel corso degli ultimi anni esse si sono moltiplicate in Francia, dai Restos du Coeur a Act Up, dall’Azione contro la disoccupazione (Action contre le chocircmage - AC) al Diritto alla casa (Droit au logement) passando per le sezioni locali delle grandi Organizzazioni non governative (Ong) internazionali quali Greenpeace, Amnesty International, Médecins du monde, Transparency ecc.

I partiti possiedono, tra l’altro, due caratteristiche che ne pregiudicano la credibilità: sono generalisti (nel senso che hanno la pretesa di risolvere tutti i problemi della società) e locali (poiché il perimetro dei loro interventi non oltrepassa i confini del paese). Le associazioni, dal canto loro, hanno anch’esse due attributi, simmetricamente opposti a quelli dei partiti: sono tematiche (si dedicano a uno solo dei problemi della società: la disoccupazione, l’ambiente ecc.) e transfrontaliere (i loro interventi si estendono all’intero pianeta) (4).

In questi ultimi dieci anni, i due tipi di impegno (quello globale e l’impegno d’emergenza su situazioni precise) talora si sono voltati le spalle. Oggi però sembra profilarsi un movimento di convergenza. Ed è indispensabile che si arrivi a un congiungimento. E’ questa una delle equazioni da risolvere per restaurare il politico. Poiché, se le associazioni nascono alla base, testimoniando della ricchezza della società civile e compensando in parte le deficienze del sindacalismo e dei partiti, a volte esse non sono altro che semplici gruppi di pressione, e mancano della legittimazione democratica delle elezioni per portare a buon fine le loro rivendicazioni. A un dato momento, deve subentrare il politico. E’ dunque essenziale che il collegamento tra associazioni e partiti divenga realtà.

Le associazioni persistono nel credere, fondandosi su una concezione radicale della democrazia, che sia possibile trasformare il mondo. Senza alcun dubbio, esse rappresentano il luogo di una rinascita dell’azione politica in Europa. Molto probabilmente i loro militanti, grazie ai quali si avverano le parole di Victor Hugo ("L’utopia è la verità di domani") e quelle di Lamartine ("Le utopie sono soltanto verità premature") riappariranno domani sotto altri cieli e altre bandiere, in altre lotte civili.

Per ristabilire al centro del dispositivo del diritto internazionale un’Organizzazione delle Nazioni unite in grado di decidere, di agire, di imporre un progetto di pace durevole; per dare sostegno a tribunali internazionali che giudichino i crimini contro l’umanità, contro la democrazia, contro il bene comune; per vietare la manipolazione delle masse; per porre fine alla discriminazione delle donne; per stabilire nuovi diritti di carattere ecologico; per instaurare il principio dello sviluppo sostenibile; per vietare i paradisi fiscali; per incoraggiare un’economia solidale, ecc.

"Su strade che nessuno ha mai percorso rischia i tuoi passi, in pensieri che nessuno ha mai pensato rischia la tua testa", si poteva leggere sui muri del teatro dell’Odéon a Parigi, nel maggio 1968. Se vogliamo fondare un’etica del futuro, la situazione attuale invita a una non minore audacia.

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note:

(1) Leggere "Ravage des technosciences", Manière de voir, n. 38, marzo- aprile 1998.
(2) Cfr. Riccardo Petrella, Economie sociale et mondialisation de l’économie, Suco edit. (3680 rue Jeanne- Mance, Montreal, Quebec, H 2X 2K5), 1997.
(3) Leggere Pierre Bourdieu, "L’essenza del neoliberalismo", le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1998. Leggere inoltre, dello stesso autore, "Le néolib&eacuteralisme, utopie (en voie de réalisation) d’une exploitation sans limites", in Contre-feux, Liber-Raison d’agir, Parigi, 1998.
(4) Solo i movimenti di educazione popolare (Ligue de l’enseignement, Foyers Léo-Lagrange, Foyers ruraux ecc.) possiedono, come i partiti, una visione globale: quella dell’educazione civica.

(Traduzione di P.M.)








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 4 ottobre 2007