Un inno agli uomini che muoiono in piedi #2

Sergio Baratto



IV. "Quid me mihi detrahis?"

Il poeta Tadeusz Różewicz, ha scritto – facendo collidere Valery e Adorno – che "la danza della poesia ha terminato la sua esistenza durante la Seconda guerra mondiale nei campi di concentramento costruiti dai sistemi totalitari". Ma chi ha detto che la poesia deve per forza danzare? E se potesse anche permettersi di gridare?

Sulla possibilità della poesia ai tempi della "vita offesa", Herbert si contraddice:

aveva ovviamente scordato che l’arte hélas non salva
("Isadora Duncan", in Rapporto…)

con fretta eccessiva abbiamo creduto che la bellezza non salvi
("Lettera a Ryszard Krynicki", idem)

Eppure esiste una poesia del 1961, intitolata "Apollo e Marsia", in cui io non riesco a non leggere, celata sotto il velo del mito antico, se non una risposta, almeno una prima ambigua ipotesi di soluzione.
È la celebre storia, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, del duello musicale tra il sileno Marsia e il dio:

Il vero duello fra Apollo
e Marsia
(orecchio assoluto
contro enorme gamma)
avviene verso sera
quando come già sappiamo
i giudici
avevano assegnato la vittoria al dio

saldamente legato all’albero
meticolosamente scorticato
Marsia
grida
prima che il grido giunga
alle sue alte orecchie
egli riposa all’ombra di quel grido

scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento

solo in apparenza
la voce di Marsia
è monotona
ed è formata da una sola vocale
A

in realtà Marsia
narra
l’inesauribile ricchezza
del suo corpo

i monti calvi del fegato
le bianche forre dei cibi
le selve fruscianti dei polmoni
le dolci alture dei muscoli
le giunture la bile il sangue e i fremiti
il vento invernale delle ossa
sul sale della memoria

scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento

adesso al coro
si unisce la colonna vertebrale di Marsia
in sostanza quella stessa A
solo più profonda con l’aggiunta di ruggine

questo supera ormai la resistenza
del dio dai nervi di fibre artificiali

per il viale ghiaioso
fiancheggiato da bosso
il vincitore si allontana
chiedendosi se
dall’ululo di Marsia
non sorgerà col tempo
un nuovo ramo
di arte – diciamo – concreta

d’improvviso
cade ai suoi piedi
un usignolo pietrificato

volta la testa
e vede
che l’albero al quale era legato Marsia
è canuto

completamente

("Apollo e Marsia", in Studio dell’oggetto)

"Come già sappiamo", Apollo vince per un soffio una competizione cui forse sarebbe stato più giusto attribuire un pareggio. Per punire l’arroganza di Marsia (quella hybris che da sempre ci fotte nel rapporto con i padroni di lassù), Apollo lo lega a un albero e lo scortica. Marsia grida. Ma a differenza di ciò che riportano le cronache antiche, nella ricostruzione di Herbert il suo grido agghiacciante pietrifica gli usignoli e fa incanutire l’albero a cui è legato. È talmente impressionante, quel grido, che persino il dio si arresta per un attimo e ha come un’esitazione, un dubbio.
Chi dunque è il vincitore e chi il vinto?
Noi oggi sappiamo che anche il grido può essere un canto. Per quanto Herbert possa cincischiare, quell’urlo echeggia anche nei suoi versi. Che lo voglia o no.

Sarà allora come scrisse Adorno correggendo sé stesso: "Il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena"?
Ma dio santo, quando mai l’arte è stata serena?

Nella poesia "I cinque" (in Hermes, il cane e la stella), cinque uomini – "due molto giovani / gli altri adulti" – vengono fucilati da un plotone di esecuzione. Tra le cose di Herbert è forse la massima e più esplicita dichiarazione di liceità della bellezza.
Il tono e l’oggetto delle conversazioni dei cinque condannati nella loro ultima notte, di fronte alla morte, ci insegna il dovere di continuare a trafficare con la bellezza:

non l’ho appreso oggi
lo so non da ieri
perché dunque ho scritto
futili poesie sui fiori

di cosa parlarono i cinque
la notte prima dell’esecuzione

di sogni profetici
di una scappata al bordello
di pezzi d’automobile
di un viaggio in mare
del fatto che quando aveva picche
non avrebbe dovuto aprire
del fatto che la vodka è migliore
che il vino fa venire il mal di testa
di ragazze
di frutta
della vita

e allora è lecito
usare in poesia nomi di pastori greci
tentare di fissare i colori d’un cielo mattutino
scrivere d’amore
e anche
una volta ancora
con serietà mortale
offrire al mondo tradito
una rosa

V. Perché i classici

La censura comunista, si è detto, fu di manica larga con Herbert: i suoi funzionari ciechi credevano che cantasse di cose vetuste e polverose. Non avevano l’astuzia e la sottigliezza di accorgersi che in quei versi apparentemente così misurati si nascondevano un dialogo vivo, serrato. Che Caligola, Claudio e Tucidide stavano parlando al nostro secolo.

"Leggendo vecchie cronache e vite il Signor Cogito prova talvolta la sensazione della presenza fisica di persone morte da tempo": così a un certo punto Herbert introduce una delle poesie. A me lettore accade esattamente la stessa cosa con le poesie di Herbert.
Marco Aurelio è morto nel 180 d.C. ma ancora dolorosamente ci parla, come se fosse passato un mese dalle battaglie contro i Quadi, dal "miracolo della pioggia".
Anche noialtri, noi tutti che soffriamo quaggiù, siamo ancora vivi. La nostra sofferenza è qui a provarcelo empiricamente. Non esiste alcuno spazio per l’epigonalità, per le fole rassicuranti sul fatto che ormai siamo tutti morti o mai nati e quindi non moriremo (più). Siamo ancora vivi e per questo, come è già successo a innumerevoli generazioni di uomini prima di noi, la macina della Storia ci polverizzerà.

Buonanotte Marco spegni il lume
e chiudi il libro Già alto si leva
l’argenteo allarme delle stelle
il cielo parla con lingua straniera
e il barbaro grido del terrore
che il tuo latino non conosce
è la paura l’eterna oscura paura
ora batte sulla fragile terra

umana E vincerà Odi il rombo
è la marea Distruggerà i tuoi
libri l’inarrestabile fiumana
e del mondo crolleranno i muri
quanto a noi – tremare al vento e
di nuovo smuovere ceneri aria
morder le dita dir parole vane
trascinarci dietro ombre di morti

perciò Marco sospendi la tua quiete
dammi la mano sopra le tenebre
lascia che essa tremi quando il cieco
universo picchia sui cinque sensi
ci tradiranno universo astronomia
computo di stelle saggezza d’erbe
e la tua grandezza troppo immensa
e il pianto mio impotente o Marco

("A Marco Aurelio", in Corda di luce)

"Buonanotte Marco spegni il lume / e chiudi il libro Già alto si leva / l’argenteo allarme delle stelle…" Forse uno degli incipit più belli della poesia contemporanea. L’originale ha una cadenza dolcissima, da ninnananna: Dobranoc Marku lampę zgaś / i zamknij książkę Już nad głową / wznosi się srebrne larum gwiazd…

È strano il rapporto di Herbert con l’antichità classica. La sua è una nostalgia rigorosamente antiparnassiana, laica. Non si racconta balle eleganti su un mondo fatto di colonnine candide e filosofi a passeggio (del resto Herbert è un lettore appassionato di Tacito) ma ne rimpiange la sincerità e la semplicità: in "Anabasi" (in Rapporto…) i Greci di Senofonte

esasperati dall’insonnia attraversavano terre selvagge
guadi malsicuri valichi innevati e salate pianure
aprendosi la strada nella carne viva dei popoli
per fortuna non blateravano di difesa della civiltà

i poeti sentimentali interpretano in modo sbagliato
il celebre grido sul monte Teche
avevano semplicemente raggiunto il mare ovvero l’uscita dai sotterranei

fecero il viaggio senza Bibbia profeti roveti ardenti
senza segni in terra senza segni in cielo
con una feroce consapevolezza – che la vita è grande

"Senza Bibbia." Vibra nei versi di Herbert una sottile e pervasiva nostalgia della percezione antica del cosmo, della sua totale estraneità a ogni finalismo, a ogni idea o bisogno di redenzione. Della sobrietà con cui gli antichi si inserivano e stavano dentro la natura delle cose senza escatologie terrorizzanti ma al tempo stesso consolatorie:

il Greco aveva ragione non voleva luna né stelle
era solo un uccello restava nell’ordine naturale
e le cose che creava lo seguivano come animali
e portava sulle spalle come un mantello ali e destino

(Da "I padri d’una stella", in Studio dell’oggetto)

La poesia "Perché i classici" (dalla raccolta Iscrizione) è forse la più esplicita, la più esplicativa del modo con cui Herbert entra in rapporto con i classici. Si tratta di una vera e propria dichiarazione d’intenti, di un manifesto insieme estetico ed etico (né poteva essere altrimenti, dal momento che, per Herbert, bellezza e bene sono inscindibili):

1

Nel quarto libro della Guerra del Peloponneso
Tucidide narra la storia della sua sfortunata spedizione

tra le lunghe arringhe dei capi
le battaglie gli assedi la peste
la fitta rete di intrighi
gli sforzi diplomatici
quest’episodio è come uno spillo
in un bosco

la colonia ateniese di Anfipoli
cadde nelle mani di Brasida
perché Tucidide tardò coi soccorsi

pagò per questo alla sua città natale
con il bando perpetuo

gli esuli di tutti i tempi
sanno quale prezzo esso sia

2

i generali delle ultime guerre
se capita un simile imbroglio
guaiscono in ginocchio dinanzi alla posterità
lodano il proprio eroismo
e innocenza

accusano i subalterni
i colleghi invidiosi
i venti sfavorevoli
Tucidide si limita a dire
che aveva sette navi
era inverno
e navigava veloce

3

se oggetto dell’arte
sarà una brocca infranta
una piccola anima infranta
colma di autocommiserazione

allora ciò che resterà di noi
sarà come il pianto di amanti
in un sudicio alberghetto
quando albeggia la carta da parati

("Perché i classici", in Iscrizione)

Il critico Ryszard Przybylski ha scritto che "il classicismo di Herbert è un inno agli uomini che muoiono in piedi". Non so se sia classicismo. Sicuramente è un inno agli uomini che muoiono in piedi.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 4 ottobre 2007