L’epoca delle sostituzioni tristi

Irene Campari



Le vicissitudini della comunità Rom pavese sono state paradigmatiche e rivelatrici di indirizzi politici, di assetti ideologici dei partiti, dei rapporti con l’economia e il governo del territorio, della ruolo degli intellettuali, della mentalità, della comunicazione e della qualità e del rispetto del dissenso. L’induzione alla percezione negativa dell’Altro è una variabile cinicamente dipendente da quel resto. A generare l’azione politica e la comunicazione sono continui processi di sostituzione (di significati, di soggetti, di valori, ecc).

Sostituzione prima: parole fondanti significati aleatori ossimori
Solidarietà non è quel valore al quale dovrebbe riferirsi la parola "solidarietà". Nemmeno "innovazione", "sviluppo", "tanti" "pochi" o "diritti" "sicurezza" "legalità" "fiducia". Le parole hanno un significato conveniente; quello condiviso non viene recuperato. Le parole rimangono, i significati sono infranti, anche quello di parole fondanti la politica democratica e di sinistra. Un’amministrazione può esibire un programma e condurne uno opposto, senza per questo modificare il proprio linguaggio, o ritenere di doverne rendere conto agli elettori. La fiducia è sostituita dall’arido do ut des, tacitamente concordato con coloro i quali, davanti alla nudità del re, tacciono e plaudono. A parole senza senso. Se non hanno senso non si inciampa nella responsabilità di averle pronunciate o ascoltate.
Quando citano i diritti, non si riferiscono all’impalcatura delle esistenze civili e sociali, ma a elargizioni concesse nell’affanno, dalle quali si attendono nervosi e distratti ritorni elettorali. Gli ossimori abbondano, inconsapevoli: il Sindaco può affermare: "Rimpatriamo i nomadi".

Sostituzione seconda: legalità giustizia responsabilità individuale e di gruppo
Legalità e giustizia sono in contrapposizione: la prima è per la difesa degli elettori impauriti e "radicati", mentre la seconda non è che un fastidioso ostacolo a quella difesa. I riferimenti al Codice penale sono omessi, benchè solo di pene si parli. Anche la legislazione europea, così come la Costituzione sono presenti solo in dissolvenza. La "legalità" appare prodotta nel deserto della nostra secolare civiltà giuridica. La quale implica relazioni sociali riconoscibili, nominabili, consistenti che vivono in uno spazio significativo e simbolico. Affievolendosi sempre più, e percependone i vantaggi, la politica ha smesso di occuparsene ed evocarli. E’ oscurato il senso di giustizia che contribuiva a mantenere entro un quadro dignitoso la qualità di quelle relazioni. La dimensione significativa delle relazioni sociali è stata sostituita da surrogati (apparenza, somiglianza infinita, inautenticità), e la giustizia legale e sociale (etica della responsabilità) da pacchetti legalità. I quali poggiano e agiscono sulla percezione piuttosto che sulla conoscenza e sui fatti. Il Sindaco di Pavia si dota di scorta armata, piuttosto che di senso sociale e di responsabilità e, nel giro di un mese, entra in conflitto con Procura e Prefettura.
Chiedere: "chi percepisce cosa?" è vano. Il soggetto che percepisce deve rimanere indefinito affinché la vaga percezione sia politicamente spendibile. Mentre la civiltà giuridica assegna all’individuo la responsabilità delle proprie azioni, la legalità, nell’extratemporalità del centrosinistra, assegna a interi gruppi sociali tendenze criminogene. Il gruppo sostituisce l’individuo. La de-responsabilizzazione individuale dovrebbe, secondo i nuovi teorici, rassicurare e assicurare la "sicurezza".

Sostituzione terza: civiltà giuridica antropologia mito
La giustizia e senso di giustizia non sono valori dichiarabili. E appellabili per la povertà e gli immigrati. Non lo è la cultura dei diritti, ben presente in alcune coscienze individuali, ma non nella politica. Non lo è la Costituzione, sulla quale i Sindaci irrispettosi e maleauguranti hanno giurato. Eppure l’Europa è terra di diritti: non per tutti e non per sempre in questa extratemporalità legale e civile. Del welfare sciovinista, la politica sociale delle Leghe nordiste, se ne sono appropriate le amministrazioni di centrosinistra. La Giunta di Pavia ha perseguito quella politica calcando sullo sciovinismo. Ha liberato, nel caso dei Rom, l’immaginario privato degli amministratori, alimentando la leggenda metropolitana, e recuperando l’antropologia dei nonni. Ha elevato a conoscenza (e non percezione, questa volta) l’immaginario fantasticamente negativo degli assessori, facendone il presupposto per le politiche migratorie. "Gli Zingari sfruttano i bambini; minacciano di buttarli dalle finestre; sono delinquenti e sfruttatori". Hanno suscitato il consenso più arrendevole, suggestionando una paura collettiva che era pronta per essere suggestionata. Volendo associarle l’ufficialità istituzionale, hanno chiesto al Sottosegretario Minniti l’applicazione a Pavia (70.000 abitanti, 200 Rom) del "patto di sicurezza" del Ministro Amato, previsto per le aree metropolitane. Il quale ha risposto: "Ritorno a ottobre", e non si è più sentito.
La propaganda è intrisa di "rinnovamento" e "innovazione", che implicano il togliere di mezzo il passato. Tutto ciò che è tale, rappresenta "un’anomalia", e lasciato all’antropologia dei nonni e alla pochezza del vocabolario umano della politica degli apparati. "Vi dò venti giorni di tempo per andarvene" dice il Sindaco ai Rom dell’ex Snia. Esattamente il contenuto di un documento diffuso da razzisti pochi giorni dopo il rogo di Livorno. Prodigi dell’extratemporalità. Ha definito l’immigrazione Rom "anomala". E quando la si accusa di razzismo, non può accettare. Poiché non è contro i Rom in quanto tali, ma in quanto "anomalia". Un assessore può tranquillamente dichiarare: "L’esperienza ci insegna che appena arrivano le ruspe questi spariscono", e la Giunta e la città non battono ciglio. Sono o non sono "un’anomalia", in blocco?
Anche gli Ebrei erano un’anomalia.
Gli Zingari si prestano all’antropologia arcaica e al pavido ritrarsi del villaggio, piuttosto che alla moderna giustizia sociale. E mentre parlano di "innovazione", applicano a questo popolo i più arcaici meccanismi dell’esclusione sociale. Quello vittimario in testa; quello del "tutti contro uno". La ritrovata "coesione sociale" su base discriminatoria e colpevolizzante.
I Rom non sono difesi. Ci si può permettere di liquidarli come "persi", e annoverarli tra quei gruppi sfuggenti i quali "mai si sottoporranno" a regole del vivere civile. La volontà di assimilazione si scopre qui essere il sostituto dell’integrazione sociale sulla base del rispetto. Inoltre, non si conosce un codice scritto Rom di comportamento, uno straccio di statuto. Tutto orale. Tutto imprendibile. Nessuno avanzerà mai una richiesta di risarcimento per danni morali contro le infamie e gli insulti ricevuti. Perchè, nell’immaginario, i Rom non ci ascoltano e non ci capiscono. Piuttosto "carpiscono", i nostri punti deboli, il nostro portafoglio, i nostri figli. "Si dice" che siano cristiani. Be’ meglio lasciar perdere. Sono in tanti a dirsi cristiani. Lo sanno bene i cattocomunisti praticanti.

Sostituzione quarta: diritti e misericordia
Dalla politica di centrosinistra ci si attenderebbe il recupero dei fondamenti della giustizia, anche sociale. Invece no. E qui sta il tradimento. I Rom sono abbandonati a se stessi perché giudicati immeritevoli, perchè "loro vogliono vivere così" (nell’immondizia e nel degrado), perchè "abbiamo i nostri di poveri". Perché i Rom devono far paura. Solo quando gli amministratori sono presi per i capelli, si dispensa carità a chi ha fatto il bravo, ai figli del Rom buono, e alla moglie che accetta di non fare molti figli. A chi gradisce la carità ma non fa storie sui propri diritti. In tale contesto, anche le "Raccomandazioni" europee diventano risibili. In fondo, l’Europa va bene quando ci manda le riviste patinate, poi si faccia gli affari suoi. "Non iscriviamo i bimbi Rom a scuola poiché costituirebbe un incentivo al radicamento" (il Sindaco di Pavia), e visto che "sono nomadi i nomadi" (assessore ai servizi sociali) li aiutano a rimanere nomadi. Non lo sono più da seicento anni. Ma il nonno non glielo ha detto. La politica collabora affinché i Rom mantengano l’identità che fa politicamente comodo che abbiano. Comodo, come tutte le identità imposte.
Il richiamo ai diritti diventa una minaccia, piuttosto che il pane quotidiano del centrosinistra. Chi ne parla è un pericoloso dissenziente o un leggero esibizionista, dipende dall’incisività della sua azione. Scuola, salute, lavoro, abitazione diventano richiami seccanti. L’assessore ai servizi sociali dichiara che saranno i genitori Rom a dover richiedere l’iscrizione dei figli alla scuola. In Consiglio comunale ricordo che sono scalzi e analfabeti. Non importa, questa è la procedura. Non ci resta che compilare i moduli di richiesta, farli firmare in qualche modo, e inviarli alla Procura. Per rispetto della Giustizia. Il Sindaco dichiara alla stampa: "Alcune firme sono illeggibili". Da un Sindaco di centrosinistra ci si attenderebbe: "Sono contenta e soddisfatta". Non lo ha fatto. Il capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale dichiara: "Gestire in classe bambini Rom è difficile". E chiude l’intervento.
Il Sindaco e il Vicesindaco e l’assessore sono nel direttivo del Movimento per il Partito democratico. Nessuno dei nuovi adepti ha, in questi mesi, espresso la propria opinione. Zitti. Ci sono molti universitari. A Pavia ha sede la Scuola di Alta Formazione Politica. Il primo ciclo di corsi era dedicato alla Politica etica. Non all’antropologia e al mito. Ma sempre di passato de iure e de facto si tratta. Il Sindaco dichiara in televisione: "Io non sono Don Colmegna". Né diritti né misericordia. Solo ordine pubblico e antropologia personale. Gonna gitana e vestito Chanel pari sono, dipende dall’occasione.

Sostituzione quinta: politica rischio emozioni inibenti sicurezza
L’uso politico della paura è diretto alla "maggioranza soddisfatta", secondo la definizione di Kenneth Galbraith. Che tanto soddisfatta non è più.
L’impoverimento del ceto medio e dei suoi figli, l’impossibilità di risparmiare, l’erosione del risparmio, imporrebbero alla Politica di far trasparire i suoi valori, o almeno uno sbrendolo di sguardo oltre la Banca "d’area" per inoltrarsi nell’universo del capitale finanziario e nella geografia oltre lo stato nazionale. C’è chi può e chi non può. Chi non può indicare la luna si guarda il dito.
Il futuro è un rischio, individuale (questo sì, è individuale, non come la responsabilità). Decidere come sarà la pensione, di che cosa vivranno i figli, quale timore è alla nostra portata e quale no. Ulrich Beck, definendoci come società del rischio, ha reso strutturale il ruolo che la paura gioca e giocherà nei comportamenti collettivi, individuali e nella politica che ha il potere di condizionarli. Tuttavia, per la politica è molto meno rischioso agire sulla paura che non sull’impoverimento della popolazione. Affrontare quest’ultimo implicherebbe abbassare il volume alla voce delle sirene del consumismo. Poiché i redditi si esauriscono in beni di consumo per il mantenimento dello status sociale acquisito. Non si risparmia. Eppure le politiche amministrative del centrosinistra vanno nella direzione di aprire sempre nuovi centri commerciali e logistiche per lo stoccaggio di beni in funzione dei primi. Pavia ne è esempio. Già nel 2002 la Regione Lombardia aveva deciso di assegnare la "vocazione (sic) logistica" alla provincia di Pavia. Nei siti delle maggiori imprese di Logistica (Vailog, AG Lyncoln, Sitaf, ecc.) Pavia è definita "sud di Milano". Ne sono sorte ovunque; tanto rapidamente nascono, altrettanto rapidamente cambiano assetto societario. Al servizio di quella "vocazione" si costruirà un’autostrada (Broni-Mortara). Nei prossimi due anni, a Pavia ci saranno 20.000 mq di commerciale in più. Di cui 9.000 dentro l’area ex Snia Viscosa. E per fare in fretta, la Giunta ha abbattuto uno degli edifici di archeologia industriale vincolati dal Piano regolatore generale. A proposito di legalità e innovazione. Quando c’è di mezzo il passato si abbattono edifici della memoria e si sgombera: la legalità al servizio dell’innovazione, fondiaria.
Se l’impoverimento è anche dovuto alla suggestione al consumo, e l’esser poveri è percepito come il non poter accedere a quei beni, perché costruire centri commerciali ovunque? Il timore dell’impoverimento va quindi deviato: sugli Zingari. Chi ruba il portafoglio deve fare più paura di chi è portatore della Tbc, e abbandonato a se stesso. Il primo, in nome della sicurezza, lo inchiodo con la legalità, il secondo, in nome della sicurezza, dovrei garantirgli dei diritti. E’ troppo.
Se poi si avanzano accuse di razzismo, be’, ci sono sempre i lavavetri che pongono al riparo.

(Dal sito del Circolo Pasolini Pavia)








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 3 ottobre 2007