Un inno agli uomini che muoiono in piedi #1

Sergio Baratto



Zbigniew Herbert è un illustre poeta pressoché sconosciuto, almeno in Italia. Peccato, perché mi sembra che possa essere tranquillamente annoverato tra i più importanti del Novecento – e non mi riferisco alla sola Polonia.
Le prime versioni italiane sono apparse negli anni Ottanta, in due edizioni di nicchia ormai introvabili (All’insegna del pesce d’oro e Scheiwiller). Poi, nel 1993, Adelphi ha pubblicato un’antologia di poesie tratte dalle sue prime sette raccolte. Si intitola Rapporto dalla città assediata. Le poesie qui citate provengono tutte da questo volume, nella bella traduzione di Pietro Marchesani (con la sola eccezione dei versi tratti da “Anabasi”, la cui eventuale goffaggine è da addebitare esclusivamente a me).
Il volume Adelphi si trova facilmente nelle librerie di remainders, a metà prezzo: una scusa in meno per chi non se lo fosse ancora procurato.

Le pagine che seguono sono una rilettura personale, senza pretesa di completezza. Ho cercato essenzialmente di spiegare cosa le poesie di Herbert dicono a me, anche prescindendo dalle interpretazioni ormai consolidate della critica che – se hanno avuto il merito di inquadrarne l’opera nel suo tempo – troppe volte hanno finito per ancorarla al passato, limitandone l’estensione vocale e chiudendola entro schemi interpretativi troppo angusti, rispetto alla sua prodigiosa capacità di rigenerarsi e sprigionare significati.
Sono consapevole del fatto che un’analisi veramente approfondita dell’opera di Herbert meriterebbe un numero ben maggiore di pagine. Si prenda perciò il mio lavoro per quello che è: un invito ad avvicinarsi a questo poeta grande e appartato.

I. Cenni biografici

Zbigniew Herbert nasce il 29 ottobre 1924 a Leopoli, all’epoca città polacca, in una famiglia agiata di lontane origini britanniche. Durante la Seconda Guerra mondiale si arruola giovanissimo nell’Armia Kraiowa, l’esercito di liberazione nazionale polacco. Negli stessi anni studia economia, diritto e filosofia. Per tutto il periodo staliniano vive di lavori saltuari: nonostante la preparazione e il notevole bagaglio culturale, il suo rifiuto di aderire al discorso ideologico ufficiale gli preclude praticamente ogni possibilità di carriera, se si eccettuano alcune sporadiche collaborazioni a riviste letterarie: "Dopo tre mesi mi buttavano fuori da vari miseri uffici di torbiere, cooperative di invalidi, eccetera, come nemico di classe… La cosa peggiore a quei tempi era la visione acuta dell’assurdità di tutta quella vita. L’isolamento completo, i dubbi che si presentavano – che loro avessero ragione".
Il suo apprendistato poetico si svolge nel silenzio: la prima raccolta apparirà solo nel 1956, in concomitanza con il breve periodo del disgelo.
A partire dagli anni Cinquanta compie diversi viaggi in Europa occidentale e negli Stati Uniti; in patria è già circondato da notevole fama, ma il suo nome comincia a circolare anche a livello internazionale, tanto che, tra il 1970 e il ’71, gli viene affidato un corso di letteratura europea contemporanea presso l’Università di Los Angeles.
Herbert vive stabilmente all’estero Fino al 1975: da quel momento in poi, il suo ostinato atteggiamento di dissidenza intellettuale e l’appoggio al nascente movimento di protesta contro il regime comunista gli varranno una crescente e aperta ostilità da parte del potere politico. In realtà, le opere di Herbert subiscono sì diversi interventi censori, ma non ne viene proibita la pubblicazione: un’apparente anomalia che si spiega con l’ottusità e la miopia della censura.
Nel 1987 lascia nuovamente la Polonia per trasferirsi a Parigi, ma con la caduta del regime, nel 1991, fa ritorno in patria. Malato da tempo, muore a Varsavia il 28 luglio del 1998.
Nove in tutto sono le raccolte poetiche pubblicate in vita da Herbert:

Corda di luce (1956)
Hermes, il cane e la stella (1957)
Studio dell’oggetto (1961)
Iscrizione (1969)
Il signor Cogito (1974)
Rapporto dalla Città assediata e altre poesie (1983)
Elegia per l’addio (1990)
Rovigo (1992)
Epilogo della tempesta (1998).

II. Il funzionario cieco

La censura comunista, pur senza astenersi dall’intervenire con sforbiciate feroci, ha sempre sostanzialmente ignorato il potenziale sovversivo della poesia di Herbert, perché persuasa che cantasse di cose remote e senza attinenza con il presente. Cerco di immaginarmi il grigio burocrate incaricato di vagliare le poesie di Herbert, alla ricerca della minima traccia di sedizione. Inforca gli occhiali, si aggiusta il colletto, si gratta la pelata e comincia a leggere. Si trova a un tratto circondato da nomi e figure preistoriche: Marco Aurelio. Le orde barbariche alle porte dell’Impero: roba di duemila anni fa, pensa, e prosegue.
Procuste: un serial killer dell’antica Grecia.
Senofonte e i suoi in fuga tra i Curdi.
Gli angeli con le sferze nel Giorno del Giudizio. Qui si sofferma un attimo pensieroso: odore di religione?

Dopo la pioggia di stelle
sul prato di ceneri
si riunirono tutti vigilati da angeli

da un’altura superstite
si può abbracciare con lo sguardo
l’intero gregge belante dei bipedi

in verità non sono molti
contando perfino quelli che verranno
da cronache favole e vite dei santi

ma basta con queste considerazioni
portiamoci con lo sguardo
alla gola della valle
da cui si leva un grido

dopo il sibilo dell’esplosione
dopo il sibilo del silenzio
quella voce pulsa come sorgente d’acqua viva

è come ci spiegano
il grido delle madri a cui vengono tolti i figli
giacché a quanto pare
saremo redenti singolarmente

gli angeli custodi sono intransigenti
e va riconosciuto fanno un duro lavoro

lei implora
– nascondimi in un occhio
nel palmo di una mano tra le braccia
siamo sempre stati insieme
non puoi abbandonarmi adesso
che sono morta e ho bisogno di tenerezza
un angelo più anziano
spiega sorridendo l’equivoco

una vecchietta porta
i resti d’un canarino
(tutti gli animali erano morti un po’ prima)
– era così caro – dice piangendo
capiva tutto
quando gli dicevo –
la sua voce si perde nel chiasso generale

perfino un taglialegna
che non si sospetterebbe di cose simili
un vecchio omone ricurvo
si stringe l’ascia al petto
– per tutta la vita è stata mia
anche adesso sarà mia
mi ha dato da vivere là
mi darà da vivere qui
nessuno ha il diritto
– dice –
non la consegnerò

quelli che a quanto sembra
hanno obbedito agli ordini senza soffrire
vanno a capo chino in segno di conciliazione
ma nei pugni stretti nascondono
frammenti di lettere nastri ciocche di capelli
e fotografie
credendo ingenuamente che
non verranno tolti loro

è così che appaiono
per un attimo
prima della divisione finale
in chi digrignerà i denti
e chi canterà i salmi

("Alle porte della valle", in Hermes, il cane e la stella)

Legge meglio, gli sembra che gli angeli non ne vengano fuori molto bene. Ma sì, tutto sommato può andare. Va avanti. Un tale che si reincarna in un coleottero. Il censore potrebbe qui di nuovo inquietarsi, ma proprio in quei minuti è preda di una crisi d’astinenza da nicotina e non presta molta attenzione allo scandalo. Torna tutto odoroso di fumo, si risiede, riapre il dattiloscritto: un imperatore sanguinario che si faceva fotografare coi bambini tra i fiori, faceva incubi e sognava di essere un millepiedi… Tutto quanto è abbastanza strano e gli ricorda in modo confuso qualcosa… ma cosa? Boh, del resto gli imperatori stanno nei paesi capitalisti. Tutto a posto. Va avanti.
Apollo strappa la pelle a Marsia, e il satiro urla. Roba presa dalla mitologia greca. Innocua.
Antiche divinità pagane fanno una miserevole fine. Di nuovo i barbari. Giona nella balena. Che palle, pensa, che vecchiume. Va avanti.
Druso, il proconsole, l’imperatore: robivecchi. Va avanti.
Fortebraccio parla al cadavere di Amleto… Ah, il vecchio Shakespeare, va bene, va bene.
Un dio celtico. Una demistificazione della passione di Gesù, che si rivela una semplice, anonima trafila burocratica e per di più si risolve in una "procedura amministrativa irreprensibile" (compiaciuto per la propria vis critica il censore sorride tra sé). Un’altra poesia in cui il paradiso si rivela un posto di merda, dove sono in pochi a vedere Dio e la massa dei "proletari celesti" è oppressa e sfruttata. Antiche matrone romane, Caronte, Zeus, Tucidide, Caligola, Gilgamesh, il divo Claudio… La più recente (si fa per dire): Isadora Duncan. Baruch Spinoza. Tito Livio, Achille, Agrippa, Atene, Babilonia, Cartagine… Qualche sforbiciata qua e là non se la risparmia: delle volte il poeta si sveglia dal torpore dei secoli passati e allora si lascia andare a trasparenti imprecazioni contro il governo. Ma tutto sommato è innocuo. Imprimatur.

III. Il dio dell’ironia

"Non bisogna mai prendersi troppo sul serio" recita il primo comandamento del dio dell’ironia, una divinità oggetto di culto soprattutto nelle province più ricche ed estenuate dell’Impero.
Herbert viveva e scriveva in una terra schiacciata da un potere ossessivo, che forniva ben poche ragioni per ridere. Le eleganti facezie masturbatorie che provenivano dall’altra parte del limes lo lasciavano decisamente perplesso.

In principio era il dio della notte e della tempesta, un idolo nero senz’occhi, dinanzi al quale saltellavano nudi e unti di sangue. Poi, ai tempi della repubblica, c’erano molti dèi con mogli, figli, letti cigolanti e il tuono che esplodeva innocuo. Alla fine ormai solo nevrotici superstiziosi portavano in tasca una statuetta di sale, raffigurante il dio dell’ironia. Non esisteva a quel tempo dio più grande di lui.
Allora giunsero i barbari. Anche loro apprezzavano molto il piccolo dio dell’ironia. Lo frantumavano coi tacchi e lo spargevano sui cibi.
("Dalla mitologia", in Studio dell’oggetto)

Oggi invece l’imperatore gradisce più di ogni altra cosa che i sudditi ridano di cuore. La catastrofe climatica e l’eventualità di finire sparpagliati lungo il tunnel della metropolitana dall’ordigno di qualche volenteroso adepto di un dio assolutamente serio non devono toglierci il gusto e il privilegio di riderci sopra.

Proprio per questo – e non sembri un paradosso – "Herbert è un maestro dell’ironia", come scrive Josif Brodskij nell’introduzione al volume Adelphi. La sua ironia è serissima, il suo sorriso è una smorfia piena di amarezza. Niente è davvero relativo: il potere è sanguinario, la barbarie è la barbarie, la tragedia è la tragedia.
Si può ridere così solo se si percepisce la tragedia, solo l’assunzione su di sé della tragedia concede il diritto a quel riso. Del resto, è anche l’unico che sia possibile esprimere. Forse bisognerebbe chiamarlo sarcasmo. Sarkazein è greco: "mordersi le labbra per l’ira" ma anche "dilaniare, strappare pezzi di carne (sarx) come le belve". Il riso tragico nel momento in cui guardi dritto negli occhi il mostro che ti sbrana è un atto di eroismo.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 30 settembre 2007