Letteratura autobiografica/1

Silvio Bernelli



Letteratura autobiografica/1

"Stuart", Alexander Masters

Esiste un’intera branca della letteratura che trae la sua forza dall’esperienza diretta. Letteratura autobiografica, quindi, che è tale solo quando produce libri che non sono semplicemente costruiti dai ricordi, ma libri costruiti con i ricordi. Narrazioni vere e proprie che utilizzano i trucchi della fiction (la caratterizzazione e le entrate e le uscita di scena dei personaggi, ad esempio, oppure il dialogo diretto) per staccarsi dal semplice diario, dal bloc notes della memoria, dall’appunto sul fatto del giorno. Non di meno, comunque, i ricordi, per quanto rielaborati in un’ottica fiction, restano alla base di questo tipo di narrazione. Lasciare testimonianza del passato rimane il suo scopo principale. Un’urgenza che ha una lunga storia. "Scrivi dunque le cose che hai visto" sta scritto nell’Apocalisse di Giovanni (1, 19).
"Quello che hai visto, ricordalo, perché tutto quello che dimentichi torna a volare nel vento" recita l’antico proverbio Navajo posto al termine di "Strade Blu" di William Least Heat Moon, uno dei più riusciti libri autobiografici del secolo scorso. Tra le sue pagine, la vicenda dell’autore, un viaggio in furgone nell’America più profonda, diventa prima viaggio alla scoperta di un Paese, gli Stati Uniti, che si vorrebbe senza memoria, infine, addirittura, un viaggio a ritroso nel tempo.
Uno dei libri autobiografici più interessanti usciti negli ultimi mesi è "Stuart" l’esordio di Alexander Masters (Fazi), che mescola abilmente il racconto di sé al racconto dell’altro, la biografia.
La storia è tragica e comica insieme. Alexander Masters, un giovane rampollo della borghesia inglese, discendente diretto di Edgar Lee Masters, celebrato autore dell’"Antologia di Spoon River", si trova improvvisamente a che fare con il diverso da sé per eccellenza: Stuart Shorter, un senzatetto inglese di Cambridge. Un tipo violento, spesso ubriaco o in alternativa strafatto di eroina, carico di problemi fisici e psichici, incarcerato a lungo per aver minacciato moglie e figlio con un coltello al termine dell’ennesima lite familiare. Occasione dell’incontro tra Stuart e Masters è la campagna per la liberazione di due responsabili di un dormitorio pubblico incarcerati ingiustamente. Da qui scatta la molla dell’improbabile amicizia tra l’autore e il senzatetto messa in scena nel libro. Grazie alla voce dello scrittore che sempre più si identifica con quella del suo eroe, assistiamo alla folle trafila burocratica indispensabile ai senzatetto per trovarsi un posto caldo in cui dormire; alle lotte violentissime che esplodono per quello che a prima vista potrebbe sembrare un nonnulla (per queste persone ingaggiare una rissa per dormire in un posto piuttosto che in un altro significa spesso lottare per la certezza di essere ancora vivi la mattina dopo); ai difficili tentativi di rimettere insieme vite che non vogliono proprio saperne di trovare una qualsivoglia stabilità; ai rapporti solitamente impossibili, ma spesso anche carichi di rimpianto, che lega chi vive in strada ai famigliari che portano avanti una vita "regolare".
Oltre ad aprire al lettore gli occhi sulla realtà di gente a cui passiamo davanti ogni giorno facendo tutto il possibile per ignorarla, "Stuart" ha dalla sua un’idea interessante: raccontare la storia del protagonista principale al contrario. L’intento è nascondere, come in un thriller, le ragioni per cui un uomo come tutti finisce prima a vivere in strada e poi in carcere, vivendo in un caso come nell’altro una lunga serie di mortificazioni. Lasciando da parte qualche passaggio che ricorda un po’ troppo da vicino il furbo e sopravvalutato Haddon dello "Strano caso del cane ucciso a mezzanotte", il libro di Masters riesce a dire qualcosa di interessante sull’incontro tra vita e letteratura, sullo sfondamento della realtà nell’arte. Tesi implicita del libro è che solo i trucchi della fiction (la ragione che ha spinto Stuart sulla strada come motivazione nascosta dell’agire del personaggio, ma anche la morte del senzatetto annunciata già nel prologo) riescono a trasferire al lettore l’esperienza della realtà. Che diventa, pagina dopo pagina, romanzo.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 26 settembre 2007