Ghingheri

Tiziano Scarpa



Sulla rivista in rete ’tina, Matteo B. Bianchi presenta la versione 1.0 del Dizionario affettivo della lingua italiana: "L’idea alla base è molto semplice: ho chiesto a ogni scrittore di indicare la sua parola preferita del vocabolario italiano e di spiegarne il perché".

Qui di seguito il mio contributo.


Ghingheri

La parola che preferisco è gingheri, perché è una parola prigioniera: si usa soltanto nell’espressione "in ghingheri". Mai nessuno che dica: "Come sei elegante con questo ghinghero!", oppure: "Oggi ho comprato due splendidi ghingheri di Prada". (E per di più, ormai esiste soltanto al plurale, ha perso la sua sostanza, viene menzionata solo sfuocatamente, in gruppo, la sua consistenza è indistinta, indefinibile). Mi affascinano tutte le parole ostaggio di un’espressione avverbiale. Come il parente stretto di ghinghero: ganghero, che si usa soltanto in "uscire fuori dai gangheri". A me invece piacerebbe riuscire a scrivere frasi così: "Mario si stava rilassando, a poco a poco riuscì a rientrare dentro i gangheri". Che cos’è un ganghero? E che cos’è un ghinghero? Non lo so. Anche per questo mi piace questa parola. Perché è enigmatica. E anche se me la spiega un dizionario etimologico, rimane una parola esotica, buffa, improbabile. È una di quelle parole fossili che sono state bloccate dentro un modo di dire, come gli insetti invischiati nella resina che poi si è indurita, conservandoli intatti nella trasparenza carceraria dell’ambra. Mi piacerebbe riuscire a disincrostare queste parole, a rimetterle in vita, a farle volare, di nuovo libere di attraversare tutto il linguaggio.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 19 settembre 2007