Memoria

Silvio Bernelli



Solo la consapevolezza del passato permette di andare incontro al futuro. Ecco perché è necessario analizzare se stessi attraverso il tempo. Per farlo, gli esseri umani hanno a disposizione uno strumento fondamentale: la memoria. Parte fondante del carattere e della personalità del singolo individuo e, ancora più importante, di un Paese. Vengono a ricordaci questo principio due libri di autori molto diversi tra loro che confezionano libri anch’essi diversi, ma identici nel tema di fondo e, già dai titoli, imparentati tra loro: Vuoti di memoria di Stefano Pivato (Laterza, 10€) e Viet Now – La memoria è vuota di Gianluigi Ricuperati (Bollati Boringhieri 15€).

Docente di Storia Contemporanea all’Università di Urbino, esperto dei legami esistenti tra cultura popolare e cultura politica, Pivato guida il lettore in visita alle macerie lasciate nella memoria italiana da decenni di ignoranze varie e informazione al bromuro.

Non lasciano dubbi al riguardo i dati messi nero su bianco da una ricerca condotta nel 1997 dalle cattedre di Storia Contemporanea di Milano (Università Cattolica), Urbino, Siena e Cagliari. Solo il 24% degli studenti universitari sapeva cosa significasse la sigla Cln (Comitato di Liberazione Nazionale – n.d.r.). Un richiamo a una vicenda come la Seconda Guerra Mondiale troppo lontano nel tempo per dei giovani studenti? Ma che dire allora del fatto che circa il 25% degli intervistati riteneva che Aldo Moro fosse un magistrato nei processi contro le Brigate Rosse? E che solo il 12,8% conoscesse l’anno della strage di piazza Fontana? Dati agghiaccianti, che ancora di più lo sono riflettendo sul campione statistico composto da studenti universitari. Si immagina quindi che la realtà della popolazione italiana non colta sia ancora più triste. Ne sono la riprova i programmi Tv tipo La pupa e il secchione, in cui alcune ragazze dalle forme molto in mostra, chiamate a esibire le loro conoscenze storiche, facessero scena muta davanti ai ritratti di Gandhi, Hitler, Stalin e Mussolini. Non avevano la minima idea di chi fossero.

Come sia stato possibile arrivare a questo stato di cose, lo spiega bene Pivato usando come esempio la puntata di Porta a Porta condotta da Bruno Vespa su RAI 1 il 26 ottobre 2006. Tema della serata: uno dei discussi libri di Gianpaolo Pansa dedicati ai regolamenti di conti tra partigiani e fascisti, La grande bugia.

In un programma di quasi due ore, lo spazio lasciato agli storici Francesco Perfetti e Massimo Salvadori assomma a una decina di minuti. “Tutta la trasmissione si risolve in un continuo battibecco di asserzioni e sentenze tra i politici presenti” scrive Pivato a proposito delle performance di Ignazio La Russa (An), Marco Rizzo (Comunisti italiani), Francesco Caruso (Rc) e Sandro Curzi. È chiaro che nel caso di programmi giornalistici come Porta a Porta, pensati a misura di un dibattito politico che si vuole, da un lato abbastanza feroce da richiamare audience, dall’altro ben attento a rimanere nell’ambito della lotta politica quotidiana, gli storici e la storia sono mero contorno, tutt’al più pretesto per conquistarsi l’ennesimo spazio Tv da parte di una classe politica che appare nel piccolo schermo con costanza da dittatura.

Pivato spiega come tutta la storia raccontata in televisione, di gran lunga il più seguito tra i mass media italiani, venga distorta a favore di questo o quel partito politico. Il risultato è che il rumore della rissa Tv appiattisce la realtà storica in tutte le sue complessità, la comprime in un rumore di fondo, che non può alla fine che diventare un argomento inavvicinabile per le giovani generazioni, immerse in un tempo senza tempo, una sorta di infinito presente.

È proprio questa la condizione che si vive oggi in un Paese che è stato, anche a suo malgrado, il simbolo della lotta contro l’imperialismo del secolo scorso: il Vietnam. Uscito a pezzi dal conflitto con gli Stati Uniti tra anni ’60 e ’70, seppure politicamente vittorioso, e poi passato attraverso i conflitti che hanno infiammato per decenni il Sud Est Asiatico, come la guerra contro i sanguinari Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia, il Vietnam è oggi un Paese in grande fermento. Forte di più di 70 milioni di abitanti e di una crescita economica esplosiva, si prepara a contendere alla Thailandia il titolo di Stato più ricco dell’area.

Ostaggi di un presente zeppo di opportunità e di un futuro carico di promesse, i vietnamiti oggi non vogliono più ricordare il passato. Lo racconta assai bene il reportage Viet Now – La memoria è vuota dello scrittore e giornalista torinese Gianluigi Ricuperati, non ancora trentenne. Accompagnato dal fotografo Amedeo Martegani, autore degli scatti contenuti nel libro, Ricuperati si mette alla ricerca della memoria di un popolo che ha vissuto sulla propria pelle quella che è stata una delle più grande tragedie del Novecento, ma anche la più inattesa tra le vittorie belliche della storia recente. Nonostante ciò, di tutto questo poco o niente importa ai vietnamiti di oggi, il 70% dei quali nati dopo la guerra. Mettendosi in gioco in prima persona, con una voce vibrante e personale, Ricuperati tenta di costringere gli intervistati (cameriere, taxisti, traduttori, organizzatori di viaggi turistici) a dargli un giudizio sulla storia del Paese. Non vogliono ricordare e nemmeno si sentono in grado di giudicare gli americani, contro i quali sostengono di non avere conti in sospeso.

La guerra è un tempo lontanissimo, che nessuno vuole rivangare, a parte i reduci dell’esercito a Stelle e Strisce. Tornano in Vietnam a visitare i luoghi in cui hanno combattuto, tra il plauso di operatori turistici pronti a scarrozzarli alla scoperta dei famosi cunicoli sotterranei dei combattenti Viet Cong in cambio di sonanti e ambitissimi dollari.

Le fotografie storiche dei soldati vietnamiti alimentano un commercio assai più simile al collezionismo delle figurine dei calciatori che non a quello dello conservazione della memoria, sostanzialmente diviso in due ambiti: quello legato ai ritratti dei militari del Sud, poco pregiati, e quello dei soldati del Nord, difficilissimi da trovare e quindi molto ambiti dai collezionisti. Anch’essi, in larghissima parte, americani.

I bambini nati da madri colpite dal micidiale defogliante Agent Orange, con cui l’esercito USA irrorò copiosamente il Paese nel tentativo di bruciare la giungla in cui si nascondevano i Viet Cong, sono oggi uomini-mutanti con il DNA ricombinato e la pelle da coccodrillo che si aggirano ignorati tra la popolazione. Come sintetizza Ricuperati “I giovani della guerra, degli effetti del tempo e di nuovo del tempo passato dopo la guerra, avevano visto anche se non avevano visto con i loro occhi e, come i loro genitori, non ne potevano più. Non volevano vedere ancora.”

Nemmeno Nguyen Van Tien, famoso eroe Viet Cong, che pure campa vendendo interviste sulle sue gesta a curiosi e giornalisti stranieri, ha piacere di rispondere alla domande di Ricuperati. Preferisce attenersi al racconto pronto all’uso che ha messo a punto per soddisfare la curiosità dei suoi interlocutori. Le sue parole risultano impalpabili, come il fumo delle sigarette che aspira durante l’intervista. Manco a dirlo, si chiamano all’americana: Hero.

Uscito sul quotidiano l’Unità il 22/8/07








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 16 settembre 2007