Come aiutare a morire

Tiziano Scarpa



Il mio Leone d’Oro personale di questa Mostra del Cinema va al cortometraggio spagnolo Alumbramiento, di Eduardo Chapero-Jackson. Dura 15 minuti, ed è superbamente recitato da Mariví Bilbao, Cristina Plazas, Manolo Soto, Marta Belenguer e Sara Párbole.

Lo riassumo.

È notte, squilla un telefono nel buio. Si accende la luce, marito e moglie si sono svegliati nel loro letto. L’uomo risponde alla telefonata. Lo informano che una persona sta passando brutti momenti.
L’uomo e la donna si precipitano in automobile.
Arrivano in una casa, parlano con un’infermiera.
Entrano in camera, si mettono al capezzale di una vecchia che fatica a respirare, è agitata, emette spaventevoli rantoli cavernosi.
Ha il tubicino dell’ossigeno al naso.
L’uomo è suo figlio, ed è un medico. Le fa un’iniezione di morfina.
La vecchia si calma.
Marito e moglie si mettono a riposare sul divano.
Dopo qualche ora sono svegliati ancora dai rantoli della moribonda.
Il figlio medico accorre, vuole farle un’altra iniezione, ma a quel punto interviene sua moglie, la nuora della donna anziana.
Prende in mano la situazione, dice in faccia alla vecchia, sua suocera: "Mamma, stai morendo".
Le toglie il tubicino, la accarezza, le dice che è stata una brava donna, che ha cresciuto bene i suoi figli, la spinge a ricordarsi i bei momenti con loro, le mormora le filastrocche che gli faceva cantare da piccoli.
Il figlio, in lacrime, canta quella canzoncina.
La moribonda si rasserena, accenna un sorriso, smette di respirare.
L’uomo e la donna scoppiano a piangere chinati sul cadavere, si prendono per mano.

È impressionante l’intensità che questa sequenza riesce a raggiungere in pochi minuti. Un vero pugno sullo stomaco dello spettatore. Non sappiamo nulla di quei personaggi, non c’è una storia sufficientemente articolata, ma piuttosto una situazione. Sta proprio qui la ragion d’essere di questo cortometraggio, il perché è un corto. Naturalmente la storia c’è, sebbene minuscola. Ma non propone un approfondimento sul carattere dei personaggi. Punta sulla loro condizione creaturale.

Quasi tutti gli altri cortometraggi che ho visto a questa Mostra fanno pensare a spunti, a inizi di storie che avrebbero potuto essere sviluppate. A volte si ha l’impressione di assistere a dei trailer promozionali che servono a far conoscere le abilità tecniche e artistiche del regista, in cerca di un contratto per un lungometraggio.

E poi, la forma-cortometraggio deve sempre più fare i conti con la forma video dell’arte contemporanea. Video e corto si sono polarizzati l’uno rispetto all’altro, e forse calcano un po’ le loro differenze, quasi per spartirsi i compiti, in una divisione del lavoro che mira a rendere più riconoscibili i due generi: da una parte il video d’arte, dall’altra il corto cinematografico.

E così il video è generalmente contemplativo, quasi grezzo nella tecnica (tranne poche eccezioni: Bill Viola, naturalmente; non considero Matthew Barney perché nel suo caso il confronto è con i lungometraggi), con errori di montaggio quasi orgogliosamente ostentati, ritmi inconsueti, dilatazioni temporali; è lo-fi, a bassa fedeltà nella grana dell’immagine; è solitamente non narrativo, a volte autobiografico, documentario, o comunque ingloba l’artista stesso, o implica una sua presenza; l’ideazione autoriale è messa in rilievo, ingombrante ed esplicitamente dichiarata, e spesso il deficit tecnico serve a evidenziare retoricamente per contrasto che ciò che conta è l’idea; il video è un gioco di cui sono messe in mostra anche le regole.

Il cortometraggio è narrativo, quasi sempre curatissimo, ben confezionato, e tende a ottenere il massimo di credibilità finzionale, il che significa che il regista fa sentire la sua presenza il meno possibile, non si autoritrae, usa la tecnica per allestire un’illusione, cerca di far credere che la storia si stia raccontando da sé, non la opacizza con la sua presenza autoriale. Ma soprattutto narra, racconta sempre una vicenda, più che un’intuizione visuale.

Eppure la forma breve sembrerebbe più adatta a esaltare la contemplazione, l’epifania visiva, la trovata visionaria. Ma, come si diceva, questa specializzazione ormai se l’è accaparrata il video d’arte. Con un incrocio paradossale, quasi uno scambio di ruoli: il video d’arte offre visioni e contemplazioni ruvide, fotograficamente sporche, spesso con noncuranza verso la realizzazione tecnica, e il cortometraggio, che invece punta alle storie e perciò potrebbe servirsi di immagini puramente funzionali, di servizio, invece estetizza molto il linguaggio visivo, esibisce virtuosismi registici e calligrafismi tecnici nel montaggio e nella fotografia…

Come dicevo, l’essenza narrativa dei cortometraggi fa sì che si abbia l’impressione di aver assistito a un moncone di storia: di frequente è un inizio, in incipit narrativo che avrebbe potuto avere una continuazione, uno sviluppo. Invece Alumbramiento ci racconta semmai una fine, un finale inoltrepassabile. Un finale senza premessa, uno spezzone terminale. Manca tutta la rincorsa, la preparazione, chi sono i personaggi, chi era la donna che sta morendo e chi sono suo figlio e sua nuora, che rapporti avevano. Ma che importa? L’assenza di premesse narrative serve a mettere in primo piano le caratteristiche creaturali, situazionali e in definitiva transindividuali, universali di questa morte. Intendo dire che quel che in generale è considerato una mancanza, un difetto, qui invece è il punto di forza di Alumbramiento.

Il finale, la morte, il lutto sono lo spauracchio dei narratori a oltranza, che mi è capitato di chiamare narrificatori, ossia quelli che debbono sempre trovare uno spunto conflittuale nelle situazioni, per esempio un motivo per far vendicare un personaggio, in modo da proseguire la trama e mandare avanti la carretta del racconto.

Ma anche in Alumbramiento c’è racconto, c’è conflitto: la nuora esautora la frenesia medicalista che ha preso suo marito di fronte all’agonia della madre, prende le redini dell’accudimento, ci presenta la sua versione di eutanasia, con una semplicità che ci spinge a darci una pacca sulla fronte. Ma certo! Nei dibattiti sull’accanimento terapeutico, sui vari Dottor Morte che staccano drasticamente la spina o iniettano pietosi veleni, si tende a dimenticare una terza via: aiutare a morire con drammatica dolcezza, con affettuosa disperazione. Chiamare le cose con il loro nome, dire al moribondo che sta morendo, rievocare il buono della vita, prendere per mano, accompagnare con amore e coraggio sull’ultima soglia. Aiutare a morire non significa mica soltanto somministrare pastiglie di cianuro o spegnere l’elettrostimolatore.

Certo, messa giù così è un idillio. Ma il breve film di Chapero-Jackson non fa sconti. Le immagini che riprendono la testa della moribonda sono spietatamente crude, la fotografia è livida, quel volto è orrendamente brullo. Mi hanno ricordato Pas pu saisir la mort, il video di Sophie Calle (non l’opera al padiglione francese, ma quella al padiglione Italia, nella mostra curata dal direttore di questa edizione della Biennale d’Arte, Robert Storr). Sophie Calle ha ripreso sua madre distesa nella bara, di profilo, in digitale. Sulla parete è appeso uno scritto, un sintetico elenco delle cose che ha fatto negli ultimi giorni della sua vita. La gita al mare con la figlia, l’ultimo romanzo che ha letto, la musica che ha voluto ascoltare morendo.

Lo stesso tema –come aiutare a morire– affrontato con gli strumenti che in questa epoca sono ritenuti tipici del video e del cortometraggio: i rispettivi specifici, come si suol dire: lo specifico cinematografico e lo specifico artistico.
I rischi che si prendono entrambi sono evidenti: esprimendosi attraverso la finzione narrativa, il cinema rischia il patetico, l’effettaccio piagnone. Esprimendosi attraverso la contemplazione documentaria, il video rischia il cinismo, la speculazione algida.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il dolore animale il 9 settembre 2007