Monoporzioni

Serena Gaudino



Da circa tre anni, ogni domenica pomeriggio Marco accompagna Claudia alla stazione. All’inizio avevano preso l’abitudine di andare con la metropolitana, da piazza Vanvitelli bastava prendere la linea 1 e poi la linea 2 da piazza Cavour, mezz’ora in tutto se si beccava la giusta coincidenza dei treni. Era piacevole, potevano chiacchierare, abbracciarsi e tenersi per mano senza dover tener d’occhio la strada continuamente e lamentarsi del traffico domenicale. In seguito però Marco non ce l’ha fatta più, ogni volta che lasciava Claudia e ritornava sui suoi passi per riprendere la metro scoppiava in lacrime, si sentiva soffocare per la solitudine, per il distacco. E spesso tornava a piedi lungo le strade del centro fino alla stazione di una funicolare, Montesanto o Augusteo, faceva lo stesso. Ma col tempo la passeggiata era diventata troppo lunga e così hanno iniziato a usare l’automobile.

Intorno alle sei, sempre alla stessa ora, sfidando la pioggia e il solito traffico, Marco e Claudia nella loro vecchia Panda gialla percorrono cinque chilometri di strada; attraversano di netto la città e raggiungono i binari in tempo per il treno delle 19,45.
In mezz’ora riescono a imboccare corso Garibaldi, ma poi c’è la piazza da attraversare, gli incroci con i semafori e un cantiere che strozza il passaggio proprio all’altezza di corso Lucci. Da quando sono iniziati i lavori per il completamento della linea 1 Marco è più contento perchè ha un po’ di tempo in più per Claudia e in genere lo utilizza per raccontarle qualcos’altro e se capita, farle anche una o due raccomandazioni.
Di fronte alla stazione lasciano l’auto al nuovo Napolipark. Prima, Claudia doveva catapultarsi dal pandino, raccattare al volo il trolley dal sedile posteriore e salutare Marco con un bacio affrettato, troppo leggero, un po’ insipido. Col parcheggio a pagamento, invece, le cose vanno meglio perché Marco ha il tempo di prepararsi all’addio con calma; si ferma anche un attimo in più e nella macchina con i vetri appena appannati cerca di godere anche degli ultimi abbracci. Poi aprono le portine: Marco spalanca l’ombrello e si precipita a riparare Claudia che con agilità spinge fuori prima le lunghe gambe e poi la testa, sfiorando il mento di Marco che approfitta di quel tocco per tirare un’altra boccata di ossigeno profumato; quindi raccolgono il bagaglio, richiudono le portine e si incamminano cingendo la vita lei a lui, le spalle lui a lei.
Il tratto di strada dall’auto al binario Marco e Claudia lo percorrono a ritmo di moviola, eppure giungono al treno sempre con qualche minuto di anticipo che consumano di baci.
Alle diciannove e quarantacinque precise il fischio del capotreno mette fine all’idillio e ai due non resta che salutarsi da lontano agitando le mani, senza sorridere.
Rimasto solo Marco si avvia verso il piazzale esterno alla stazione e con aria mesta raggiunge il Napolipark. Cerca le chiavi dell’auto nelle tasche dei jeans, apre la portina sinistra, si accomoda al posto di guida, la richiude, si guarda per un momento nello specchietto, mette in moto, ingrana la retromarcia e parte.
Ogni domenica sera, nel buio che lo divide dalla sua tana, dopo aver lasciato Claudia ripartire, Marco percorre chilometri e chilometri di strada in giro per la città sonnolenta. Non si ferma mai, non scende mai dalla macchina e fino a notte fonda, fino a quando Claudia non decide di salutarlo con un’ultima telefonata dalla stazione di Livorno, lui si aggira per la città come uno spettro ma con la testa imbottita di pensieri e di ricordi a cui cerca, con meticolosità maniacale, di dare un senso.
E’ così da più di tre anni. Da quando, quella maledetta sera, per la prima volta gli si palesò l’irrefrenabile desiderio di morire.
Oggi, pensa avvolto nel solito cappotto blu, quella sensazione è più debole, lo psicologo parla di desiderio latente, ma il ricordo resta incancellabile. Il suono di quella voce autorevole, forte e oltremodo suadente che per lungo tempo gli aveva suggerito di mettere un punto alla sua vita, si era attutito. Ma solo dopo avergli impresso a fuoco le sue tracce nella pelle. Dopo un faticoso congresso, (forse fu una delusione professionale a scatenare l’estrema reazione?) dopo una cena estenuante, nel chiarore debole della stanza da bagno della sua camera che si affacciava a volo d’uccello su Villa Cimbrone, Marco aveva provato a sbucciarsi la faccia con un coltello. E quando Claudia se lo vide riportare a casa, in quello stato, appena appena rabberciato da oltre cinquanta punti messi giù pareva, anche un po’ a casaccio, capì che non avrebbero più avuto un futuro insieme.
Quel che successe dopo rispondeva al copione scritto quella notte: dopo due mesi circa Marco una mattina si lanciò dal balcone del loro appartamento. Fu fortunato e quindi ci riprovò quasi subito con un maldestro tentativo di amputarsi un dito. Poi venne il periodo delle pozioni magiche, dei sieri miracolosi, degli appostamenti notturni alla sua sposa che non riusciva più a dormirgli accanto, dei veleni nascosti tra le scatole dei medicinali, degli acquisti inconsulti di metri e metri di corde, di nastro adesivo sigillante, di pacchetti infiniti di lamette e forbici più o meno appuntite.
Ma il momento buono non è mai arrivato.
Claudia lo amava; anche lui l’amava, e tanto, ma mai abbastanza per smettere di desiderare di morire.
Questo si diceva Marco ogni domenica sera nei pressi del piazzale ventoso di San Martino, guardandosi di tanto in tanto, riflesso sul vetro del finestrino, il lungo sbrego sulla guancia destra.
Poi un giorno tutto cambiò.
Coincise con l’arrivo a casa di una lettera indirizzata a Claudia. Era un’offerta di lavoro. Un lavoro che l’avrebbe portata lontano: «ma non per sempre» cercò di rassicurarlo lei. Ma non servì a molto. Marco ebbe così tanta paura da dimenticare per un po’ di provare a morire a tutti i costi. Ora cominciava a desiderare solo che Claudia non lo lasciasse. Neanche per un secondo, un minuto, un’ora. Una giornata intera.
Ma era troppo tardi. Lei era decisa ad accettare l’offerta e lui riprese con i tagli. Con le lamette ha imparato a praticarsi ferite sottili, poco evidenti, molto eleganti, mai mortali. Ogni domenica notte, quando rientra a casa dopo aver pensato a tutto questo, entra nel bagno, si siede sul bidè e se ne procura una, abbastanza lunga e profonda. Ora se lo può permettere, Claudia non c’è a sorvegliarlo.
Dal canto suo Claudia pensa di essere una martire. Di lasciarlo per sempre non se ne parla ma non ce la fa proprio a stargli vicino più di una notte a settimana. Così ha optato per un compromesso, una situazione di comodo. Va via dalla domenica sera al sabato mattina e quando torna rispetta ogni regola della brava moglie: lava, riassetta la casa, stira e cucina.
Alla stazione di Campi Flegrei, ogni sabato mattina da circa tre anni Marco aspetta ansioso Claudia tra la colonna di cemento di fronte all’edicola e il Bar della Stazione. Si nasconde dietro lo spesso vetro della cabina telefonica e si concentra su quella figura che scenderà dal treno col muso imbronciato e l’arcata sopraccigliare flessa verso il naso. Claudia, pensa Marco, è una donna tormentata. Forse, lo tradisce; di certo quelle lunghe settimane che trascorre lontana sono tutt’altro che tristi e solitarie.
Appena scorge Marco, Claudia per tener testa al suo impegno, si cala nei panni della moglie cercando di afferrare un sorriso smarrito da qualcuno. Ma la commedia dura sempre troppo poco: l’entusiasmo di Marco si spegne come una fiamma privata d’ossigeno nel momento in cui raggiunge lei e la sua commossa ritrosia. E ancor più quando Claudia, mestamente, gli tende la valigia sussurrando portami a casa che devo spogliarmi di questo orribile viaggio. E Marco rimane inebetito là davanti a lei e l’abbraccia come si fa con un fiore morente e la sospinge lievemente verso l’automobile che parcheggia, sempre, troppo lontano.
Che s’ammanti di tristezza solo quando è con lui? Marco vuole continuare a non crederci ma il dubbio lo rode. In effetti, pensa, quando ha deciso di partire sembrava contenta e per ben quattro motivi che ora si ripete mentalmente con puntualità visto che rappresentano i punti cardinali della sua stessa vita.
Ma a lui Claudia non ha pensato. Certo, quando la interrogano su come riesce a coniugare la vita da lavoratrice-emigrata-pendolare con la vita coniugale lei fa di Marco il suo eroe ed è a lui che dedica tutti i suoi rientri settimanali. (E’ lo scotto che paga in cambio della libertà dalla follia.) E conclude «Per amor nostro».
«Per amor nostro!» L’ira di Marco s’accende al solo sentirla pronunciare queste parole. Non sarebbe dovuta andar via, ecco cosa avrebbe dovuto fare. Poi si rassegna e ricorda i ricatti, i pestaggi a tarda notte, le corse in ospedale e quell’insanabile desiderio di morire. S’accuccia nella sua porzione di cuore ancora a lutto e spera che l’esilio prima o poi finisca.
E se fosse capitata a lui un’occasione simile? Marco ci pensa spesso, soprattutto quando si ritrova a piangere in silenzio e a ricordare gli occhi di Claudia. No, non avrebbe accettato. Se lo dice piano però, insicuro, titubante. Forse, avrebbe detto sì subito, senza riflettere troppo su quei capelli profumati e si sarebbe proiettato con eccitazione verso la nuova esperienza.
E Claudia lo sa. Sì che lo sa! E per un po’ gliel’ha anche detto. Ma poi ha smesso perché Marco, turbato, di notte tentava di possederla violentemente. Non che le facesse male sul serio ma a un certo punto aveva pensato che non fosse molto salutare continuare a lasciarsi violare il sonno. Marco aveva bisogno di punirla, metterla al tappeto, per quelle verità sussurrate e per la solitudine forzata con cui è costretto a fare i conti per cinque lunghissimi giorni prima di rivederla spuntare il sabato mattina nella stazione di Campi Flegrei.
Ogni sabato mattina, Claudia un istante prima che il treno si fermi nella stazione di Campi Flegrei, riflette sulla sua condizione di eterna prigioniera della follia di Marco. Se avesse pensato un po’ più a lei, se fosse arrivata qualche volta in ospedale con un adeguato ritardo, se non si fosse accorta in tempo di quelle microdosi di veleno che Marco assumeva quotidianamente, forse, ora sarebbe libera di vivere la sua vita. Da sola.
Ogni sabato sera, appena riordinata la cucina Marco chiede a Claudia di andare a letto. Non che voglia subito dormire, lo fa solo per sfamarsi d’intimità. Una volta a letto, lui finge di leggere e di sottecchi spia il corpo di lei riflesso nello specchio della cabina armadio. E come un ragazzino timido affonda il viso nel cuscino e aspetta mentre sente montare dentro di sé il desiderio di abbracciare e stringere e mordere e baciare quel grande corpo morbido e dorato (quando Claudia non c’è, invece, pensa alla grandezza di quel desiderio come a un miracolo e nel darsi un piacere solitario lancia ottusi guaiti come quelli di certe cagne a cui ammazzano i figli davanti ai loro occhi). Claudia ormai lo conosce bene e si lascia spiare, poi lo raggiunge in silenzio, lo sorprende al fianco destro e gli si stende accanto. Lo stringe, lo accarezza, lo bacia, ma non sorride mai e Marco non si accorge di quel distacco e si tuffa con esuberanza nel suo corpo appena schiuso.
Ogni domenica pomeriggio, da circa tre anni, intorno alle quattro Claudia si alza dal divano e pronuncia sempre la solita frase: è tardi, andiamo, và…
Marco ne resta sempre spiazzato.
Fino a qualche minuto prima, era lì che l’abbracciava, le accarezzava un capezzolo, le baciava una guancia o uno zigomo mentre lei rideva agitandosi come un’anguilla.
Ma all’improvviso Claudia solleva il lembo del plaid caldo e balza in piedi, altissima lo scavalca e a piedi nudi va in bagno senza curarsi di guardare il viso deluso e serio di suo marito. Dopo una mezz’ora in cui si sente solo lo sciabordio dell’acqua, Marco la rivede comparire bella e pronta col suo solito trolley, si avvicina al divano e si abbandona a un ultimo bacio prima di esortarlo a tirarsi su. Nei suoi occhi però ora c’è una strana inquietudine, Marco ne rimane ferito e mentre allunga il braccio per una carezza ancora, Claudia sparisce lasciando solo una scia di parole dietro di sé.
Quindi Marco cede e mentre prova a scrollarsi dal cuore delusione e amarezza abbandona il divano e si infila le scarpe. Ti prego amore, non fare così, mi viene male, lo sai che lo faccio per la nostra famiglia futura… Claudia infierisce, ma Marco non ha il coraggio di aprir bocca e l’abbraccia sulla soglia della cucina e affonda il viso di nuovo nell’incavo tra il collo dorato e quella massa di capelli per respirare e ingoiare tutto l’odore che può.
Alla fine come un automa spegne il televisore, si infila la giacca, apre la porta, con rabbia. Ma Claudia come ogni domenica sera lo richiama in cucina per fargli la solita lezione: Marco guarda, in frigo c’è il minestrone per stasera; se hai ancora fame puoi prendere l’insalatina pulita già nel contenitore numero uno, nel numero due ci ho messo il ragù ma visto che l’hai mangiato oggi lasciatelo per condirci la pasta giovedì. Per domani a pranzo c’è il pollo nel contenitore tre, al limone, come piace a te e le patate sono nel quattro. In frizer la zuppetta di pesce è già pronta: scaldala nel forno a microonde venerdì sera. Poi ti ho preso della mozzarella: contenitore cinque e una bella cotoletta già impanata nel contenitore sei. Devi friggerla però, ma basta poco: un cucchiaio di olio nella padella antiaderente a fiamma viva e quando comincia a sfrigolare immergi la carne. Ti ho anche scaldato il riso e tagliato le verdure per l’insalata che puoi mangiare mercoledì. Ah, poi se vuoi puoi farti una frittata con queste uova; la frutta è nel cassetto in basso e i budini qui dove c’è il latte. Stavolta non ho fatto in tempo a farti le tortine, abbi pazienza amore mio ma mi hai trattenuta con tutti quei baci. Però c’è della mousse al cioccolato e nocciola e un po’ di formaggio. Spero che non soffrirai la fame, ho cercato di fare del mio meglio e dividere il tutto in monoporzioni.
Sì, purtroppo è il solito menu di sempre ma tu non mi aiuti! Ho solo mezza giornata per fare tutto e, ah, ti ho stirato anche le camicie, ho cambiato il letto, passato l’aspirapolvere e la cera. Ecco. Possiamo andare. Andiamo tesoro mio.
Ad accoglierli naturalmente la pioggia. Una pioggia a volte fitta, altre volte leggera leggera come una impalpabile rugiada.

Pubblicato nell’antologia ”In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma”. Colonnese Editore, 2008








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 20 novembre 2011