Pogrom

Clelia Cirvilleri; Laura Eduati



[Dal sito del Circolo Pasolini Pavia questo nuovo aggiornamento sulla persecuzione dei Rom nella provincia pavese]

«I topi abbandonano la Snia». Non è la solita alluvione dei nazi di Forza Nuova sui Rom che hanno ormai abbandonato l’area, è la pura verità: moltitudini di grossi ratti schifosi muovono dalla Snia verso la città in cerca di cibo. La fame li ha resi molto aggressivi e pronti a tutto.
Ieri notte è stata scavata con la ruspa una buca profonda 2 metri per 2 che impedisce l’accesso da Fossarmato alla cascina Mensi dove dimorano 35 cittadini rumeni.
Ma la notizia del giorno riguarda Ferdinando Buffoni. Da oggi il Prefetto di Pavia ospita una famiglia Rom a casa sua in Prefettura. Un vero galantuomo. Se una porta si pare, presto un’altra si chiuderà. Sabato 8 settembre si terrà a Pavia una manifestazione congiunta degli abitanti di Albuzzano e Pieve porto Morone. Protesteranno davanti a palazzo Mezzabarba (la sede del Comune) contro il sindaco Piera Capitelli che ha scaricato su di loro un problema di Pavia che andava risolto a Pavia.
Tra qualche giorno i bambini torneranno a scuola. A Pavia ci saranno 50 banchi vuoti. Sono quelli destinati ai bambini Rom che avevano presentato domanda di iscrizione alla scuola dell’obbligo. Secondo Capitelli questi bambini possono frequentare le scuole di Albuzzano e di Pieve Porto Morone. Non stiamo scherzando: il sindaco di Pavia lo ha dichiarato a «Liberazione». Data la situazione ogni commento ci pare superfluo.
Gli articoli che seguono sono stati pubblicati da «il manifesto» e da «Liberazione» il 7 settembre 2007. Clelia Cirvilleri e Laura Eduati ci raccontano cosa sta accadendo tra Pavia, Albuzzano e Pieve Porto Morone. Ne consigliamo la lettura ad un pubblico adulto. (G.G.)

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L’assedio razzista di Pavia

«Giovanni, vieni subito, qua fuori c’è gente cattiva che vuole ammazzarci. Chiama tu la polizia. I bambini piangono, abbiamo tanta paura». Si è infranta così l’illusione della prima notte tranquilla per «i rom di Pavia». La telefonata è partita tardi la sera, mercoledì, poche ore soltanto dopo il trasferimento in «località sicure» (e accuratamente tenute segrete) disposta dal prefetto. A rispondere è stato Giovanni Giovannetti, presidente del circolo Pasolini e soprattutto angelo custode di questa povera gente: per mesi c’è stato giorno e notte, ha trattato e mediato. E forse, mercoledì, anche lui se ne è tornato a casa sperando che fosse la volta buona.

Non lo era: il segreto imposto dalle autorità non ha resistito al tamtam della paura dello zingaro. Nelle campagne di Albuzzano, sull’aia del cascinale semidiroccato (senza luce né acqua, peraltro) dove erano stati sistemati una trentina di rumeni, Giovanni, il consigliere comunale Irene Campari (se lui è l’angelo, lei dei rom è la fatina buona) e gli altri volonterosi accorsi da Pavia hanno trovato un manipolo di giovani di Forza nuova, accompagnati dalle autorità cittadine e acclamati da qualche cittadino. Nello stesso momento, la medesima scena si stava svolgendo una ventina di chilometri più ad est. Nel comune di Pieve Porto Morone, in località Gardina, il vescovado ha accolto in una casa di sua proprietà il gruppo più consistente: una quarantina di persone, molti bambini, un ragazzo in carrozzina. Anche qui la popolazione, ben organizzata dalla giunta leghista, non ha tardato ad esprimere il proprio dissenso. Sollecitati dai volontari sono arrivati i rinforzi di polizia e carabinieri, che hanno disperso le proteste e sono rimasti a proteggere i rumeni ospiti.

Ma i fatti di mercoledì sera erano solo un assaggio. Ieri, sempre a Gardina, già dal mattino, la Lega ha organizzato un presidio permanente. Riconoscibile dai classici gazebo, la strategia padana (quella che ha fatto le sue prove ad Opera, dove l’anno scorso hanno bruciato le tende della Protezione civile) non cambia: sotto casa non li vogliamo, che se ne tornino da dove son venuti. Quando si chiede chiarimenti sulle ragioni specifiche del rifiuto rivolto a persone arrivate sul territorio comunale da poche ore la risposta è: «Gli zingari rubano, si prostituiscono, vivono alle nostre spalle, hanno tutti i cellulari ultimo modello e le mercedes» e il campionario solito dell’accogliente lombardo-veneto. I sindaci dei comuni colpiti dal flagello rom hanno stabilito immediati contatti: ieri sera ad Albuzzano il primo vertice, sabato andranno a manifestare davanti al comune di Pavia, al grido «riprendeteveli».

Il risveglio ad Albuzzano non è stato più tranquillo: molti bambini non erano riusciti a prendere sonno, terrorizzati dal trambusto della notte. Sono arrivati i medici a visitarli, uno aveva la febbre alta. In generale non si può dire che qualche materasso buttato a terra in una ex stalla e dovendo dipendere per mangiare, bere e lavarsi dalla generosità dei volontari, siano condizioni nemmeno provvisorie di esistenza. Senza contare l’impossibilità di uscire per rifornirsi o, nemmeno a dirlo, per andare a lavorare: il piantone dei carabinieri non può far passare nessuno, causa pericolo linciaggio.

Parole grosse? Esagerazioni giornalistiche? Ieri pomeriggio, all’arrivo di Irene Campari davanti alla casa di Gardina, gli agenti hanno dovuto interporsi per contenere i cittadini che si scagliavano contro il consigliere. «Comunista di merda, vattene a Cuba con i tuoi zingari» è stato il commento più educato. Mentre Irene e Giovanni entravano nella casa per proteggersi dagli umori della folla, un rapido sguardo al piazzale raccontava molto del popolo di questo nord ex-contadino e ex-accogliente: signore di mezza età con il maglioncino sulle spalle e il rossetto rosso per le televisioni che raccontano di quando, a Natale, «questi qua» sono entrati in casa della cognata e «hanno portato via persino i regali per le figlie» (pare fossero dei cellulari di marca, è stato specificato). Le ragazzine con gli occhialoni a specchio stile sorelle Cappa un po’ meno loquaci, ma pronte ad indossare le belle fasce verdi distribuite dall’organizzatissimo presidio della Lega. Fra ragazzini (sempre fra i 12 e i 16), alcuni portavano magliette scritte a mano: «Rom=animali»; «Con noi o contro di noi. Meglio un anno da italiani che cento da zingari». Sulle spalle, come decorazione, croci celticbe. E poi c’erano i pensionati, che portavano argomenti politici più articolati: «Se fosse gente che lavora li accoglieremmo a braccia aperte. Ma questi non sono come noi che a quattordici anni ci spaccavamo la schiena, vengono a casa nostra per rubarci tutto e basta».

Almeno loro, bisogna dire, cercano di discutere le loro ragioni con gli esponenti politici intervenuti sul posto, Parlano soprattutto con Luciano Muhlbauer, consigliere regionale Prc, «perché lei la vedo sempre in televisione». Lui cerca di spiegare che le popolazioni non saranno lasciate a loro stesse, che le istituzioni si occuperanno dell’integrazione e della gestione del problema. «O almeno dovrebbero farlo», dice Alberto Burgio, deputato Prc, che per un po’ ascolta ma poi si allontana, osserva e spiega: «Qui c’è stata una gestione irresponsabile da parte della giunta di centro-sinistra di Pavia. Ha aperto uno spazio, ha fornito l’alibi; è naturale che la destra si organizzi, che soffi sul fuoco delle peggiori intolleranze».

L’atmosfera è troppo tesa, e le forze dell’ordine non concedono alla stampa di entrare nella casa. Barricato all’interno con gli altri, Stan parla al telefono con la voce disperata: «lo e mia moglie non possiamo andare al lavoro. I miei bambini di 3, 5 e 6 anni sono spaventatissimi, non riusciamo a farli mangiare. Non capisco perché non ci vogliono. Non facciamo del male a nessuno. Poco fa, sono riusciti a fare il giro della casa e hanno comincialo a tirare sassi ai vetri».

Clelia Cirvilleri, «il manifesto», 7 settembre 2007

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«Trasformeremo quella casa in un forno!»
Pavia, la fobia per i rom diventa razzismo

«Bestie schifose! Mettetevi un dito su per il c…» È bastato che Marcelo si affacciasse per un attimo alla porta per scatenare la rabbia dei giovani leghisti con le bandiere sulle spalle. «Trasformeremo quella casa in un forno!» urla dalle inferriate un biondino che sfoggia una maglietta con la scritta a pennarello: «Io odio gli zingari animali».

Pieve Porto Morone, 25 chilometri da Pavia. In duecento presidiano da ore il cortile dove sorge il centro di accoglienza cattolico di proprietà della curia di Lodi che da giovedì pomeriggio ospita 48 dei 115 rom sgomberati dall’ex Snia di Pavia. Sventolano bandiere della Padania libera e della Destra di Storace, sulla rete un lenzuolo: «Più rum, meno rom». Il concetto è chiaro. Marcelo mi chiede: «In tutta la mia vita non ho mai visto una cosa del genere. Perché fanno così?». Sua moglie mi racconta che la notte sono piovute pietre sul giardino.

La sera prima un centinaio di forzanuovisti ha minacciato i 35 nomadi rumeni che il prefetto Fernando Buffoni aveva appena destinato in una cascina della campagna di Albuzzano, senza acqua luce e gas. A Cassandra, 8 anni, è venuta la febbre dalla paura. O forse dal freddo, visto che mancano i vetri dalle finestre e le porte sono scardinate come nei film dell’orrore. Sentiva le urla: «Vi bruciamo tutti!». Il giorno dopo i residenti di Vigalfo scendono in piazza perché «i rom che rubano» se ne devono andare, Leonard ha 21 anni e lavora all’Italgas ma ha una paura fottuta: «Qui abbiamo i bambini, cosa facciamo se vengono a picchiarci?» A pranzo è arrivato il camioncino del comune per distribuire i pasti, non mangiavano dal giorno prima. La mattina un gruppo ha camminato per 3 chilometri, avevano bisogno del sale per condire il riso della colazione, in contemporanea sono arrivati i tre bagni chimici che però non funzionano.

Il pavese è in subbuglio. La decisione del prefetto di dislocare i rom nei dintorni di Pavia ha mandato fuori di senno la popolazione, e specialmente i sindaci delle località. «Non ne sapevo niente. Io comando a Pieve Porto Morone e la sindaca di Pavia Piera Capitelli si permette di decidere per noi!» esplode Mario Cobianchi (Forza Italia) che alle sette e mezzo di sera convoca un consiglio comunale straordinario in una stalla riutilizzata come capannone per i trattori. La giunta di Albuzzano, dove sorge la cascina della piccola Cassandra, minaccia le dimissioni, mentre il presidente del quartiere di Pavia est, il diessino Adelio Locardi, ha inscenato una piccola rivolta quando ha saputo che tre famiglie di rom sarebbero state ospitate in 3 case senza luce né acqua della zona. Si è arrabbiato persino Aldo Pansini (Rifondazione), vicepresidente del quartiere: «Se il Comune si fosse degnato di avvertirci, questa scena si sarebbe potuta evitare» ha detto al quotidiano «La Provincia». I rom hanno segnato persino il destino della giunta Capitelli: l’assessore di Rifondazione Fantoni si è dimesso in polemica non con la sindaca, bensì con il partito che ha criticato lo sgombero forzato dell’ex Snia. Due giorni fa il direttivo del partito cittadino guidato da Pablo Genova ha deciso di passare all’opposizione mantenendo l’unico consigliere comunale Pasquale Di Tomaso, con l’appoggio indipendente di Irene Campari. Se è vero che il prefetto Buffoni, nominato da appena una mese, ha deciso di agire nel silenzio requisendo cascine e case diroccate a cittadini esterreffatti, è altrettanto vero che non avrebbe potuto agire altrimenti, vista la reazione degli abitanti di Torre d’Isola che lunedì sera si erano sdraiati sulla strada per impedire il passaggio dei rom destinati ad un’area dismessa e infestata dai topi, urlando «Camere a gas». Lo stesso Buffoni si è lamentato più volte con Capitelli che voleva trasformare i rom in un problema di semplice ordine pubblico, sottolineando l’aspetto umanitario della vicenda. Sta di fatto che a Pavia il mondo funziona al contrario: il comune spinge per lo sgombero, la polizia si incarica di accompagnare i nomadi al loro destino di polvere e calcinacci. E le forze dell’ordine sanno che la situazione si sta facendo esplosiva, tra i volantini di Forza Nuova e le marce coi forconi.

La sindaca Capitelli difende con i denti la gestione dell’odissea: sgomberati il 31 agosto, hanno dormito sotto i tendoni della Protezione civile fino al 3 settembre; la levata di scudi di Torre d’Isola li ha costretti a trovare rifugio nel centro sportivo del Palatreves, fino al blitz di giovedì pomeriggio. Nei giorni dell’emergenza, l’assessore per i servizi sociali Francesco Brendolise (Margherita) si è reso irreperibile, forse stufo dei nomadi: da un anno aveva dato ordine ai servizi sociali di non entrare all’ex Snia, poco tempo prima si era rivolto al Tribunale dei minori di Milano per togliere la patria potestà ai rom, guadagnandosi un aspro rimprovero dalla presidente Livia Pomodoro, un giorno si era chiesto se alle donne nomadi non si potesse somministrare la pillola perché mettessero al mondo meno figli.

«Non è giusto che un privato debba farsi carico dei problemi pubblici» allarga le braccia il proprietario della cascina Mansi di Albuzzano, guardando sconsolato i 35 rom che siedono sull’erba alta aspettando l’allacciamento dell’acqua e della luce promesso dalla Caritas. Nemmeno lui sapeva nulla, sono arrivati i vigili del fuoco, hanno squarciato il recinto, ed ecco i rom con qualche materasso e poche stoviglie. I vicini di casa passano davanti la cascina in bici, l’occhio sospettoso.
Nel capannone gremito di gente, il sindaco di Pieve Porto Morone chiama i suoi concittadini ad una manifestazione congiunta con Albuzzano per chiedere che i rom vengano mandati da un’altra parte. Una donna sulla cinquantina prende il microfono e rivolge la sua richiesta: «È possibile inserire nello statuto comunale una norma che vieta la permanenza degli zingari nella nostra cittadina?»

Il consigliere regionale della Lega Di Martino parla pacato: «I telegiornali ci dipingono come dei razzisti e i cattivi, noi accogliamo tutti ma chiediamo onestà». Se la prende col prefetto, che non ha chiesto il permesso. Le signore si sono agghindate come per la festa di paese, gli uomini annuiscono gravemente e applaudono a piene mani. Sabato mattina si ritroveranno sotto i balconi della Capitelli per protestare contro «un atto di abuso di proporzioni enormi». Un ragazzo si arrabbia: «Se manifestiamo cosa cambia? Non è meglio fare come in Francia, dove hanno bloccato le strade e dato fuoco alle auto?» Il gazebo di Forza Nuova è sparito, ma i neofascisti promettono di supportare il presidio che andrà avanti ad oltranza.

E i rom? Giovanni Giovannetti e Irene Campari del circolo Pasolini hanno incontrato il questore Montemagno per illustrare il piano di integrazione: un lavoro, un reddito, una casa in affitto. Montemagno è stato chiaro: il tempo a disposizione è scaduto, dopodiché verranno allontanati i nomadi che in base alla direttiva europea dimostreranno di non sapersi mantenere. L’ottantina di bambini e ragazzi che erano stati iscritti alle scuole di Pavia nonostante il parere negativo della sindaca, dirigente scolastico, rischiano di non frequentare. Per i comuni del pavese è l’ultimo dei problemi. Il senatore Alberto Burgio (Prc) risiede a Pavia e ha voluto visitare la cascina di Mansi, dove finalmente Cassandra viene visitata da una pediatra volontaria della Caritas. Con lui il consigliere regionale Luciano Muhlbauer (Prc). «Questo succede quando la sinistra perde la capacità di interpretare i fenomeni, quando smette di risolvere i problemi e cavalca gli istinti più bassi». Al termine del consiglio comunale straordinario Cobianchi approva una ordinanza che vieta la cittadinanza italiana ai bambini rom che eventualmente nasceranno a Pieve Porto Morone. Poco dopo si saprà che due donne incinta con i mariti e i bambini sono fuggiti dalla comunità, a piedi, di nascosto. Cala la notte. I carabinieri presidieranno la comunità tutta la notte. «Qui succede che ci facciamo male», mi sussurra un ragazzo di Pieve. Il razzismo continua.

Laura Eduati, «Liberazione», 7 settembre 2007








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 8 settembre 2007