Il replicante sono io

Tiziano Scarpa



È il quarto giorno della Mostra del Cinema, siamo un migliaio di persone ad aspettare l’arrivo degli attori di Blade Runner: The Final Cut. Questa sera si proietta la versione definitiva, con qualche scena inedita e un finale diverso dal film uscito nelle sale nel 1982.

Sullo schermo, nell’attesa, arrivano le immagini in diretta dalla passerella all’esterno del Palazzo del Cinema, senza sonoro.
La nostra sala è illuminata, perciò il videoresoconto sullo schermo risulta sbiadito.
Forse il sonoro del video c’è, ma non si sente, a causa del vocìo in sala. Stiamo prendendoci una piccola rivincita sulle immagini, facciamo impallidire l’audio e il video con le nostre presenze vive.

Sullo schermo un intervistatore con il microfono porge qualche domanda a Ridley Scott, in compagnia di una giovane donna con i riccioli. Non si sente che cosa dicono.
Sulla passerella dentro lo schermo arriva Rutger Hauer. Poi Daryl Hannah. È una signora bionda altissima. La telecamera la riprende spudoratamente da vicino, percorrendola dai piedi alla testa. Ha una gonna nera. Il corpetto sembra fatto con gli anelli a strappo e le linguette di metallo delle lattine di birra.

Dopo pochi minuti entrano in sala tutti e tre, questa volta in carne e ossa, Rutger Hauer, Daryl Hannah, Ridley Scott, più un altro attore che non conosco. Qualche poltrona più in là c’è pure Richard Gere.

Il regista fa una breve dichiarazione di saluto, scherza su Harrison Ford che stasera non c’è perché sta preparando non sa più quale episodio di Indiana Jones, ha perso il conto.
Scott dice che non è il caso di annoiarci spiegando che cosa non gli piaceva del finale del film che uscì nelle sale venticinque anni fa, ma quella che vedremo stasera è la sua versione, la sua visione del film. Forse ha detto version, ma forse ha detto vision, "la mia visione del film", implicando un sovrasguardo, lo sguardo di uno sguardo.
Per capire questa frase bisogna prendere alla lettera la parola film. Quella che ci accingiamo a vedere è la sua visione della pellicola, il modo in cui Ridley Scott guarda i chilometri di pellicola che sono stati girati venticinque anni fa. Be’, certo: con questo non ho fatto altro che una cervellotica perifrasi di final cut: il montaggio definitivo, approvato una volta per tutte dal regista.

Che cos’è un film? È uno sguardo registrato, immagazzinato tecnologicamente, una visione trasferita in permanenza su pellicola e di cui si può disporre a ripetizione. Dunque la frase di Ridley Scott suona così: quella che vedrete è la mia visione di quella visione che viene chiamata Blade Runner.

A chi appartiene, allora, la visione? Ai proprietari legali del film. Ai produttori, ai finanziatori, alla compagnia che ha messo i soldi per pagare attori, scenografie, effetti speciali, pellicola, troupe, musiche, trailer, pubblicità, per stampare le copie, e si è assicurata i diritti di riproduzione, distribuzione, ecc. Esistono dunque le visioni, e le visioni delle visioni. Ciò che vediamo noi, i prodotti culturali che consumiamo, non sono mai semplicemente visioni, ma visioni di visioni, che raramente appartengono all’autore della visione primaria.

Si fa buio. Le immagini sullo schermo ora possono brillare, immobilizzando un migliaio di corpi consenzienti, zittendoli.

Il pubblico, che fino a poco fa aveva applaudito gli attori e il regista in carne e ossa, ora applaude anche ai titoli di testa proiettati sullo schermo, si accalora per i loro nomi.

Non ricordavo che la storia di Blade Runner si svolge nel 2019, fra dodici anni.

Ridley Scott ha immaginato replicanti e automobili volanti, ma non telefoni cellulari. Harrison Ford videotelefona da cabine stradali, apparecchi pubblici.

Mi fa impressione che siano passati venticinque anni. Mi ritrovo a rivedere un film che ho visto un quarto di secolo fa.

In questi venticinque anni mi è capitato, come a tutti, di incappare in qualche spezzone alla tivù, colto al volo con il telecomando, ma non avevo mai più rivisto Blade Runner tutto intero, in sala.

Il film – con questo termine, ormai, non posso fare a meno di intendere contemporaneamente la pellicola e la visione della visione – si sa, è molto buio. È ambientato in una specie di notte perpetua. Sarebbe un errore dire che le luci di questa Los Angeles del 2019 sono artificiali. È un aggettivo depistante. Queste luci sono umane. Il mondo è illuminato esclusivamente dalla volontà umana. Ciò che si vede non è casuale, non dipende dal fatto triviale che esiste in cielo un astro che getta luce sulle cose, come gli pare e piace, indipendentemente da noi. No: ciò che si vede, si vede perché noi uomini lo vogliamo. Il mondo è avvolto nel buio, e noi decidiamo che cosa illuminare. Ciò che si vede non è esposto al caso cosmico, è il bersaglio dei nostri fari, è catturato dall’alone delle nostre lampadine; e in più ci sono le immagini fatte di luce, pubblicità, insegne, vetrine. La luce ci appartiene, la visione è completamente nostra, la visione della visione è tutta umana.

In sala, il pubblico è immerso nel buio, anche qui l’unica luce è artificiale, cioè umana. Al cinema siamo in una situazione analoga a Los Angeles 2019. Le sale cinematografiche, dunque, sono la prefigurazione di quella situazione politica, un’utopia dove si vede soltanto ciò che vogliono gli uomini, e nient’altro.
Un’utopia negativa? Los Angeles 2019 sembra un postaccio, ma non direi che le luci che illuminano la notte di Blade Runner siano interamente controllate da una dittatura: piuttosto sono una somma caotica di volontà disparate, disordinate ma inconsapevolmente concordi nell’attuare le cause che le producono. Quel brulicare di luci è un effetto delle leggi di mercato, della concorrenza, del conflitto di sopravvivenza.
Controlli di polizia, pubblicità, bancarelle, automobili, abitazioni, esplosioni di nubi infuocate da ciminiere di centrali energetiche, fari stradali che perlustrano la città come cellule fotoelettriche. È un caos vivace ma, benché complicatissimo, tutto sommato spiegabile con poche regole fondamentali: salvare la pelle, prevalere, controllare, propagandare, farsi notare per vendere…

La regola della sala durante la proiezione del film, la legge che ci unisce e che ha prodotto la debole luce in cui siamo immersi noi spettatori adesso, invece, è l’utopia di un luogo dove si possa distinguere bene soltanto uno schermo. Cioè un rettangolo dove accade l’immagine decisa fin nei dettagli da una volontà. Noi qui seduti immobili e zitti, al buio, ci affidiamo consenzienti alla visione della visione di qualcun altro.

La sala del cinema è un posto dove brilla unicamente la visione della visione, il prodotto culturale che appartiene ai proprietari della visione, ai padroni del film. È un’utopia realizzata dove impera una sola luce, la luce dello schermo, e non le tante luci caotiche come a Los Angeles 2019.

Però a questa mia descrizione della luce in sala manca qualcosa. Non sto dicendo davvero le cose come stanno. Al cinema non comanda una luce sola; ne brillano anche altre, che stasera spiccano di più proprio perché il film è cupo, umbratile, notturno: sono le lucine verdi di segnalazione delle uscite di sicurezza. Le vie di salvezza dalle immagini. Una serie di luci in sala contraddice lo schermo. Se vuoi salvarti dallo schermo, se vuoi scappare dalla visione della visione altrui, ricordati che esistono altre luci. Seguile.

Chissà se, come me, anche il resto del pubblico si sta domandando che effetto fa a Rutger Hauer e Daryl Hannah rivedersi sullo schermo dopo venticinque anni. Loro ci saranno abituati, a contemplare la loro giovinezza crioconservata dentro il film. Chissà quale sarà la loro visione della visione di constatarsi invecchiati. O forse stanno pensando a tutt’altro, e questo mio pensiero frivolo, il più tipicamente frivolo dei pensieri in occasioni mondane ("com’è invecchiato!"; "eh, gli anni passano per tutti…" ecc.) accade soltanto nella testa del pubblico, siamo noi che ci stiamo domandando che effetto fa a Daryl Hannah dover ammettere di avere venticinque anni di più, ammiriamo il suo stoicismo mondano nel presentarsi qui a lasciarsi confrontare con una rivale più giovane di venticinque anni, sé stessa.

Un altro pensiero frivolo che mi passa per la testa è che non sono poi tante le sequenze del film in cui compare il suo personaggio. Quanti giorni avrà lavorato a Blade Runner, Daryl Hannah? Una settimana di riprese? Due? È sorprendente come basti fare la parte giusta, anche piccola, dentro il film giusto, per passare alla storia (alla storia del cinema, la storia delle visioni delle visioni). Rivedo le sue capriole all’indietro, la fascia di trucco nero spruzzato con l’aerografo come una mascherina sugli occhi.

Rivedo la sequenza che mi colpì così tanto la prima volta. Deckard, il cacciatore di androidi impersonato da Harrison Ford, fa analizzare a Chinatown una scaglia di serpente, e scopre che è artificiale. Rivedo i fotogrammi con l’ingrandimento del microscopio elettronico che mettono in evidenza il numero di serie, il minuscolo marchio di fabbrica inciso sulle cellule del finto rettile: è un mondo completamente umano. Anche in questo caso, sarebbe sbagliato definirlo artificiale: la materia, le cellule, i mattoncini primari dell’universo sono frutto della volontà umana. È il trionfo dell’umanità. Come la luce che illumina la notte, ciò che esiste è così com’è perché lo abbiamo fabbricato, lo abbiamo voluto. Non c’è nulla di casuale, nulla di passivo, di subìto. La natura siamo noi.

Nel film, come è noto, bisogna capire chi sono i replicanti ed eliminarli, c’è un test per controllare se i ricordi raccontati da qualcuno sono autentici o se gli sono stati innestati come dotazione artificiale, come dotazione umana.

Ma chi è il replicante, qui dentro?
I personaggi del film?
Oppure i replicanti sono tutti gli esseri che vediamo dentro lo schermo, gli attori replicati dal film, crioconservati dalle immagini, resi per sempre giovani, proprio come i modelli Nexus 6? Solo che, in Blade Runner, i Nexus 6 sono programmati per durare quattro anni, e il film ormai ne ha venticinque.

Chi è allora il replicante? Il film tutto intero? Noi guardiamo queste figure che si muovono dentro lo schermo, queste sagome umane, i volti di Rachel e Deckard (Sean Young e Harrison Ford) che si emozionano, piangono, hanno paura, si baciano, sono umanissimi, e invece non c’è nulla di vero in loro, perché gli sono stati innestati ricordi finti, sensazioni fittizie: Rachel e Deckard sono personalità immaginate da Philip K. Dick, pronunciano battute scritte dagli sceneggiatori, hanno tratti caratteriali imposti dal regista, gestualità da attori…

I replicanti modello Nexus 6, i personaggi recitati da Rutger Hauer e Daryl Hannah e Sean Young, si angosciano perché hanno capito di essere finti, di avere una mente che contiene ricordi riversati dentro di loro da qualcun altro, anziché esperienze che hanno vissuto davvero. Ma nessuno, dentro questo film, si angoscia di avere soltanto centodiciotto minuti di vita! Né i replicanti Nexus 6, né J. F. Sebastian, l’ingegnere genetico afflitto da una malattia degenerativa, né Harrison Ford. Nessuno si preoccupa di avere a disposizione centodiciotto minuti di film, la durata della visione della visione.

Chi sono i replicanti?
Guardando il film confronto spontaneamente ciò che vedo con il ricordo della prima proiezione a cui ho assistito, venticinque anni fa. Qualcuno mi ha innestato nella memoria Blade Runner, sì, l’ho già visto questo film, la ricordo bene questa storia, l’ho già vissuta, è mia.
I replicanti siamo noi spettatori? Abbiamo immagazzinato una quantità di ricordi e emozioni e esperienze e storie, una quantità di film, di visioni delle visioni. Niente di artificiale, per carità. Tutto volontario, tutto umano.

Qualcuno mi ha innestato un ricordo che non mi appartiene veramente, anche se lo considero ormai impastato in me, indistricabile dal mio io: fa parte della mia memoria più intima, accompagno la colonna sonora mormorandola, rivendico come esperienza visionaria personale la sequenza in cui Harrison Ford perlustra tridimensionalmente una foto al computer, e poi il volto miracoloso, perfetto di Sean Young, i nani giocattolo dall’andatura marionettisticamente marziale che sbattono contro lo stipite della porta nella casa dell’ingegnere genetico, le convulsioni di Daryl Hannah colpita a morte, Rutger Hauer che spezza le dita a Harrison Ford, il monologo delle astronavi in fiamme sui bastioni di Orione, la lacrima che si perde nella pioggia.
Tutto questo l’ho vissuto io, non c’è dubbio, è parte di me, sono io!








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 5 settembre 2007