L’infezione del non-essere

Tiziano Scarpa



Dal 5 settembre, il Festival dei Saperi di Pavia dedicherà una mostra ai "non-luoghi", a cura di Omar calabrese. Passati quindici anni dall’uscita del libro dell’antropologo francese Marc Augé, che ha battezzato questa ormai celebre categoria della vita contemporanea, che ne è dei non-luoghi?

Nel caso ci sia ancora qualcuno che non lo sapesse, i non-luoghi sarebbero quegli spazi di servizio, urbanisticamente anonimi, che si assomigliano tutti, e che procurano uno spaesamento assoluto, perché attraversandoli si fa fatica a capire in che paese siamo, in quale mentalità particolare ci troviamo immersi. Sono una specie di limbo sulla terra, una sospensione. Aeroporti, svincoli autostradali, centri commerciali, nel loro ripetere strutture indistinguibili l’una dall’altra, sono tipici esempi di non-luoghi.

Confesso che ogni volta che mi trovo in un aeroporto, nella mente mi scatta una specie di "filtro Marc Augé". È come se mi mettessi un paio di occhiali speciali che fanno spiccare alcuni colori più di altri. Mi guardo intorno cercando conferme o smentite alla tesi di Marc Augé: sono davvero in un non-luogo?

Ricordo che ho pensato proprio a questo, nell’aeroporto di Tunisi, l’anno scorso. Davanti a me c’era un gruppo di uomini in tunica bianca, le barbe canute, i drappi di tela candida arrotolati intorno alla testa. Tutti quanti tenevano alla cintola una bottiglia di metallo dorato, una specie di borraccia oblunga, forse un thermos per il tè, non saprei. Le guardie armate separavano i connazionali tunisini da noi turisti, ci indirizzavano verso la coda per il visto. Nei soffitti bassi rimbombava il vocio della folla: nessuna Music for airports nell’aria, niente Brian Eno né ritornelli pop. In giro non si vedevano i negozi con i soliti marchi.
"Altro che non-luogo!", sono sbottato, "basta andare dall’altra parte del Mediterraneo: poche migliaia di chilometri e tutto è diverso!" Ma ammetto che questa mia reazione è stata un’autodifesa contro la categoria individuata da Augé. La sua descrizione di come sta cambiando il mondo è angosciante: fa paura constatare che i nostri paesaggi si stanno assomigliando sempre di più, che la vita sta diventando standard. Perciò lo spirito si ribella, cerca pretesti e prove per gridare: "Non è vero, non è così! Siamo ancora peculiari, differenti uno dall’altro, il mondo è ancora bello perché è ancora vario."

Non è difficile contraddire Marc Augé con esempi presi dalla nostra esperienza del mondo. D’altra parte, non è difficile neanche dargli ragione aggiungendo alla sua lista di non-luoghi altri spazi e situazioni che sembrano clonate. Le fiere di arte contemporanea, per esempio: a Milano, Bologna, Torino, Parigi, New York le differenze sono davvero poche, gli stand e gli artisti sono quasi sempre gli stessi…

Io però oggi vorrei rendere omaggio a Marc Augé per gli occhiali più preziosi, e più inquietanti, che ci ha messo davanti agli occhi: anzi, forse sono un paio di lenti a contatto che indossiamo anche senza rendercene conto. Queste lenti hanno un nome: sono le lenti del "non". Infatti l’idea di Marc Augé ha gettato su un sacco di cose un sospetto di uniformità, di interscambiabilità, e in definitiva di non-esistenza. Ha impastato di non-essere la nostra epoca. Gli esempi sono innumerevoli. Restiamo al tema del Festival di Pavia: il sapere. Il modo di studiare e di procacciarsi informazioni oggi sembra enormemente facilitato, basta digitare una parola su un motore di ricerca in rete per procurarsi una quantità di dati, ma spesso questi dati sono acquisiti superficialmente, senza senso critico, non vengono verificati, né veramente digeriti e, insomma, non sono davvero imparati da studenti e lettori: è il non-sapere.

Prendete la musica: negli ultimi anni i formati di riproduzione digitale (come l’mp3) semplificano la ricchezza delle frequenze sonore, impoveriscono l’ascolto: non-suono. Le band rock e pop faticano a proporre tendenze nuove: non-rock. Il regista statunitense Quentin Tarantino si è lamentato dei film italiani attuali, che non sono all’altezza del nostro neorealismo, degli spaghetti western e dei poliziotteschi, di Fellini e Antonioni: non-cinema. Ci sono teorici (di recente il romanziere Antonio Scurati) che ritengono che le ultime generazioni non hanno in serbo esperienze forti da raccontare, né una guerra né una passione politica, e che l’esistenza sia stata sostituita dalla sua rappresentazione: non-esperienza. Per molti critici letterari (di recente Giorgio Ficara), i romanzi che si scrivono oggi sono fatti per assecondare il gusto del mercato, non hanno più ambizioni artistiche: non-letteratura. Persino molti credenti hanno una fede contraddittoria; magari dichiarano di tenere molto agli insegnamenti di Gesù ma di non seguire affatto le direttive della Chiesa: non-religione. Bancomat e carte di credito: non-soldi. Contratti a termine e precariato: non-lavoro. Pacs e Dico: non-matrimoni. E poi il fast food, le vacanze organizzate, le relazioni sentimentali a distanza (LDR, Long Distance Relationship) tra fidanzati che non abitano insieme: non-cibo, non-viaggi, non-coppie.
La non-vita sta erodendo la vita? Datemi un pizzicotto, per favore.

Pubblicato sul "Corriere della Sera", 2 settembre 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 4 settembre 2007