L’immaginazione al potere?

Teo Lorini



Pochi giorni fa, su queste pagine Antonio Moresco ha lanciato qualcosa che era una proposta di swiftiana modestia e insieme un grido di "Il re è nudo!". Con logica disarmante l’articolo di Moresco rivelava quanto esile sia ormai non solo la capacità di rappresentanza, ma persino la funzione stessa dei partiti politici. Nella chiusa di quell’intervento la fantasia di Moresco immaginava una scheda elettorale in cui fossero stampati, al posto dei "simboli di partiti e partitini che hanno dimostrato -ciascuno a suo modo- la loro vuota demagogia, inutilità, ipocrisia, sudditanza, mancanza di reale ruolo politico e legittimità", nomi e simboli "delle strutture e delle forze che contano veramente", dal Vaticano alla camorra, dai servizi segreti alle banche, da Mediaset alla Mafia. Repliche piene di sdegno? Risposte articolate? Ma nemmeno per sogno: il titolo di "provocazione" (coi relativi contraccolpi mediatici) è ormai riservato all’abbaiare scomposto di Bossi, alle sortite da stadio di Caruso, alle agghiaccianti boutades da piazzista di carta igienica di Berlusconi. Quando invece un intellettuale ricorre all’intelligenza e al paradosso per articolare un ragionamento, per dimostrare una tesi, la risposta è un silenzio assordante. Una consegna cui non si sottrae nemmeno chi deplora la scarsa partecipazione dei suddetti intellettuali al processo alchemico-diplomatico che dovrebbe catalizzare la nascita del Partito Democratico, come ad esempio ha fatto Sergio Romano in un editoriale di desolante pochezza (o di fastidiosa malafede) sul corriere dello scorso 12 agosto.

È bastato poco però perché la realtà superasse ancora una volta l’immaginazione: nelle due pagine che il Corriere ha generosamente concesso a Walter Veltroni martedì 28, spiccavano alcune considerazioni che danno alla proposta di Moresco una sostanza molto meno paradossale e provocatoria.

Quell’intervista, è bene ricordarlo, è la più cospicua allocuzione del sindaco di Roma dopo il suo discorso di (auto)investitura al Lingotto di Torino, quello che un perplesso Francesco De Gregori commentò: "Walter dice tutto e il contrario di tutto".

Forse è anche per questo che martedì Veltroni s’è sentito in dovere di dire qualcosa di preciso. Ha vantato lo sgombero di 28 campi rom con la "ricollocazione" di 15.000 persone. Ha citato modelli diversi dal solito santino kennedyano: Reagan, Clinton, Sarkozy. Ha rilasciato attestati di stima e apertura ad alcuni esponenti del centrodestra fra cui Giuseppe Pisanu, il ministro degli Interni che ha abbandonato il Viminale mentre arrivavano i dati delle elezioni più delicate e incerte della storia repubblicana e si è precipitato, per motivi ancora poco chiari, dal primo ministro uscente.
Su tutto ciò si potrebbe discutere a lungo. Ma la cosa più paradossale emersa dalla lunga orazione (intervallata qua e là da solerti imbeccate di Aldo Cazzullo) è il passaggio che affronta un argomento già sfiorato nel Discorso del Lingotto, quello della sicurezza e della legalità che Veltroni, vantando i predetti sgomberi di nomadi come certificazione di durezza e rigore, cavalca rimarcando che "è ingiusto lasciare questo tema alla destra".
Scopriamo allora che aveva torto De Gregori ad accusare il sindaco di Roma di voler piacere a tutti. Tutt’altro! Veltroni non teme l’impopolarità: Occorre essere molto duri e molto severi, dice anzi. E, ribadendo: "Non ho paura di andare controcorrente", snocciola esempi scomodi: l’incendiario, il pedofilo, l’immigrato che delinque.

Fuor d’ironia, è deprimente l’assenza di qualsiasi riferimento agli scandali veri, a cominciare dai crack finanziari e dalle scalate bancarie truccate, di un accenno su mafia, camorra e ’ndrangheta (davvero Duisburg è così poco importante? Veltroni potrebbe fare un altro dei suoi viaggi per scoprire quanto e come si parla di quel massacro fuori d’Italia), di una parola per sostenere la lotta all’evasione fiscale. Al contrario, il leader in pectore del PD scopre che il fisco così com’è non piace agli italiani (incredibile: e dire che siamo famosi nel mondo per il nostro senso dello Stato).

Basta questo per sintetizzare il messaggio che emerge dalle parole di Veltroni e che va proprio nella direzione preconizzata da Moresco: per raccattare rappresentanza dovunque possa trovarla, il progetto dell’homo novus (si fa per dire) Veltroni è quello di catalizzare consensi appiattendosi completamente sui dati di realtà, qualunque essa sia, senza più pensare di potervi intervenire per modificarla e migliorarla. In altre parole, una conservazione, anzi una celebrazione dello status quo che è precisamente l’opposto di ciò che la politica, l’arte della polis, dovrebbe significare.

Bisogna riconoscerlo, la realtà celebrata da Veltroni ha superato la fantasia di Moresco. Il sindaco di Roma è riuscito ad arricchire con nuove sfumature di significato uno slogan che da giovane anche lui avrà spesso ripetuto: l’immaginazione al potere. Meglio: al potere con l’immaginazione.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 3 settembre 2007