Entusiasmo ed esecuzione artistica secondo Leopardi

Sergio Nelli



[Sulla creazione artistica Leopardi è intervenuto tante volte in modi diversi. Il passo dello Zibaldone, qui di seguito, presenta numerosi fili e connessioni e una centralità che la filologia filosofica di Luporini chiarisce e spiega al meglio.
La vicenda di Cesare Luporini (1909-1993) è intrecciata a Leopardi fin dalla metà del Novecento con Filosofi vecchi e nuovi (1947) che conteneva un importante capitolo su Leopardi, poi riedito nel 1980 e nel 1993 (accresciuto) in un libro autonomo col titolo originario, cioè Leopardi progressivo. Negli anni ottanta e nei primissimi novanta, Luporini è intervenuto con diversi saggi soprattutto sul tema del nichilismo e con una spiccata sensibilità alla complessità e al mistero di un Leopardi considerato sempre più nella sua interezza di poeta e pensatore. Infine, post mortem, a suggellare una vicinanza elettiva mai interrotta, il lavoro che ha assorbito Luporini nell’ultima parte della vita, fatto di saggi a volte non completamente sbozzati e finiti, è uscito grazie alla cura della moglie Maria Bianca e poi di Sergio Landucci e editato a seguito di un finanziamento di estimatori, colleghi, associazioni e semplici sottoscrittori. Il libro, intitolato Decifrare Leopardi (Gaetano Macchiaroli Editore, Napoli, 1998) è, naturalmente (per chi conosce un po’ Luporini), ricchissimo: dall’iniziale saggio "Tracciati della poetica leopardiana" alla sorprendente lettura de L’Infinito come "esperimento volontario", fino alle pagine su opere non molto frequentate come Storia del genere umano o l’Inno ai Patriarchi o Il Bruto minore, e altri interventi sempre orientati verso la traccia della poetica leopardiana, il nichilismo, la questione poesia/verità, ecc. ecc. Per i lettori del Primo amore (considerata la rarità e scarsa accessibilità del libro), mostrare in atto il lavoro di Luporini, seppur con un assaggio, mi sembra utile e stimolante molto più di un commento riassuntivo.
Le pagine qui di seguito (12-15) compaiono nel primo capitolo di "Tracciati della poetica leopardiana", cioè "La formazione della poetica leopardiana (malinconia, memoria, rimembranze)". (Sergio Nelli)]

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"Bisogna distinguere in fatto di belle arti, entusiasmo, immaginazione, calore, ec. Da inven­zione massimamente di soggetti. La vista della bella natura desta entusiasmo. Se questo entusia­smo sopraggiunge ad uno che abbia già per le mani un soggetto, gli gioverà per la forza della esecuzione, ed anche per la invenzione ed originalità secondaria, cioè delle parti, dello stile, delle immagini, insomma di tutto ciò che spetta all’esecuzione. Ma difficilmente, o non mai, giova all’invenzione del soggetto. Perché l’entusiasmo giovi a questo, bisogna che si aggiri appunto e sia cagionato dallo stesso soggetto, come l’entusiasmo di una passione. Ma l’entusiasmo astratto, vago, indefinito, che provano spesse volte gli uomini di genio, all’ udire una musica, allo spettaco­lo della natura ec. non è favorevole in nessun modo all’invenzione del soggetto, anzi appena delle partì, perché in quei momenti l’uomo è quasi fuor di sé, si abbandona come ad una forza estranea che lo trasporta, non è capace di raccogliere né di fissare le sue idee, tutto quello che vede è infinito, indeterminato, sfuggevole, e così vario e copioso, che non ammette né ordine, né regola, né facoltà di annoverare, o disporre, o scegliere, o solamente di concepire in modo chiaro e com- pleto, e molto meno di saisir un punto (vaie a dire un soggetto) intorno al quale possa ridurre tutte le sensazioni e immaginazioni che prova, le quali non hanno nessun centro. Anzi provando pure, come ho detto, l’entusiasmo di una passione, e volendo scegliere per soggetto la stessa passione, se l’entusiasmo è veramente vivo e vero, non saprete determinarvi a veruna forma trattabile di questo soggetto. In sostanza per l’invenzione dei soggetti formali e circoscritti, ed anche primitivi (voglio dire per la prima loro concezione) ed originari, non ci vuole, anzi nuoce, il tempo dell’en­tusiasmo, del calore e dell’immaginazione agitata. Ci vuole un tempo di forza, ma tranquilla; un tempo di genio attuale piuttosto che di entusiasmo attuale (o sia, piuttosto un atto di genio che di entusiasmo); un influsso dell’entusiasmo passato o precedente o futuro o abituale, piuttosto che la sua presenza, e possiamo dire il suo crepuscolo, piuttosto che il mezzogiorno." (Zib. 257-59)

Dunque l’entusiasmo è una gran bella cosa, e guai se in qualche modo non c’è; ma di per sé, artisticamente, non porta a nulla, perché porta nello «infinito, indeter­minato, sfuggevole». Per ottenere una «forma trattabile» di qualsiasi «soggetto», e l’invenzione di soggetti «anche primitivi» (quanto alla loro «concezione», cioè «ori­ginali») «non ci vuole, anzi nuoce il tempo dell’entusiasmo» («del calore e dell’im­maginazione agitata»), ma occorre quello che Leopardi chiama «un tempo di forza, ma tranquilla» ecc., un «influsso» sì dell’entusiasmo «passato o futuro o abituale» (si notino i tre orizzonti temporali) «piuttosto che la sua presenza», non il suo «mezzogiorno» ma il suo «crepuscolo» ecc. (Quella «autunnalità» di cui parla Macchia per Baudelaire). E qui, attraverso tale essenziale divaricazione di «tempi» (sono tempi vissuti), si giunge al nocciolo metafisico, possiamo dire, della poetica leopar­diana, esteso a tutte le «belle arti». Rileggiamo: «E generalmente si può dire che nelle belle arti e nella poesia, le dimostrazioni di entusiasmo d’immaginazione e di sensibilità sono il frutto immediato piuttosto della memoria dell’entusiasmo che dello stesso entusiasmo, riguardo all’autore». Entusiasmo dunque, cioè ispirazione (la parola non manca in Leopardi), ma fatta uguale a «memoria». Questo è il grande principio della estetica leopardiana, quanto alle «opere di genio». Un bastione anti­romantico, mi sembra indubbio.
Passa un giorno, e Leopardi espone da paradossalista quale era (e come gli piaceva di essere) la descrizione esatta di quella che per lui era la pratica del fare poesia, cioè i particolari principi della sua poetica (in senso stretto), aggiungendo al pensiero precedente:

"Laddove insomma l’opinione comune che par vera a prima vista, considera l’entusiasmo come padre dell’invenzione e concezione, e la calma come necessaria alla buona esecuzione; io dico che l’entusiasmo nuoce o piuttosto impedisce l’invenzione (la quale dev’essere determinata, e l’entusiasmo è lontanissimo da qualunque sorta di determinazione), e piuttosto giova all’esecu­zione, riscaldando il poeta o l’artefice, avvivando il suo stile, e aiutandolo sommamente nella formazione, disposizione, ec. delle parti, le quali cose tutte facilmente riescon fredde e monotone quando l’autore ha perduto i primi sproni dell’originalità." (Zib. 259)

Si noti che l’ entusiasmo nella sua immediatezza è scartato dal fare poetico, in quanto impedimento alla «invenzione» (termine che meriterebbe una trattazione a parte, in rapporto agli sviluppi del concetto di «immaginazione»), perché quest’ul­tima «deve essere determinata», mentre «l’entusiasmo è lontanissimo da qualsiasi sorta di determinazione». Non credo ci sia dubbio che per Leopardi il «vago», l’in­determinato, ecc., in quanto sommamente «poetico» - che generalmente viene sot­tolineato dalla letteratura leopardiana come caratterizzante la sua poetica - non si colloca nel momento originario della liricità, ma in quello successivo temporal­mente della «esecuzione»: della esecuzione non fredda, come deve essere nella grande poesia. Mi pare che ciò corrisponda esattamente alla sua pratica poetica («esecuzione»), e fornisca un filo conduttore per comprendere tante sue varianti e correzioni. Antiromantico dunque, se romanticismo significa esaltare l’entusiasmo, la soggettività sentimentale, la relativa incontrollata effusività, ecc.; ma sulla base di una esperienza che non ha più nulla a che vedere con i canoni dei classicismo (o neoclassicismo) tradizionale.

Questo tipo di «fenomenologia» corrisponde non solo all’esperienza creativa di Leopardi, ma altresì a quella sua di attentissimo lettore di poesia, che non si lascia fuorviare dalle mode, e dagli «entusiasmi», appunto. Gli esempi sono moltis­simi. Ma qui interessano particolarmente quelli coevi, tutti intessuti nella proble­matica che ora abbiamo visto, incardinata a sua volta in quel «fenomeno» sopra descritto del «sentimento del nulla», il quale di per se rende indifferenti e insensibi­li. Leopardi, ricordiamo, aveva concluso: «Questa indifferenza e insensibilità è ri­mossa dalla stessa lettura o contemplazione di una tal opera di genio: ella ci rende sensibili alla nullità delle cose, e questa è la principal cagione del fenomeno che ho detto». Ed ecco che esemplifica, nel pensiero successivo, sempre del 4 ottobre 1820:

"Osserverò che il detto fenomeno occorre molto più difficilmente nelle poesie tetre e nere del Settentrione, massimamente moderne, come in quelle di Lord Byron, che nelle meridionali, le quali conservano una certa luce negli argomenti più bui, dolorosi e disperati; e la lettura del Petrarca, per esempio de’ Trionfi, e della conferenza di Achille e di Priamo [nell’ Iliade], dirò ancora di Werter, produce questo effetto molto più che il Giaurro, o il Corsaro [di Byron] ec., nonostante che trattino e dimostrino la stessa infelicità degli uomini, e vanità delle cose."

E ancora, dopo aver segnato la data, aggiunge:

"Io so che letto Werter mi sono trovato caldissimo nella mia disperazione, letto Lord Byron, freddissimo, e senza entusiasmo nessuno; molto meno consolazione. E certo Lord Byron non mi rese niente più sensibile alla mia disperazione: piuttosto mi avrebbe fatto più insensibile e mar­moreo." (Zìb. 261-62)

Ove l’elemento consolatorio (che troverà ulteriori espressioni in Leopardi, del resto assai note) non è un fattore meramente psicologico (anche se Leopardi psi­cologo è esistito, e conta), ma ha un evidente e decisivo radicamento esistenziale.

Byron e Goethe (il Goethe del Werther, il solo che allora Leopardi conosces­se) figurano qui come due poli opposti, esemplarmente assunti nella propria espe­rienza di lettore di poesia, che si considera esperto. Si può anche rimpiangere che Leopardi sia sfuggito all’attenzione di Goethe, a differenza di Manzoni. La cosid­detta «olimpicità» di Goethe non ha certo nulla, mi sembra, di leopardiano. Ma credo non sia lontano dal vero stabilire una qualche analogia tra la classicità di ambedue, che, per Leopardi almeno, ripeto, non ha nulla a che vedere col classici­smo o neoclassicismo nostrano, solo rompendo col quale egli potè venire in chiaro su se stesso in quanto poeta lirico moderno.

Questi dunque i tratti essenziali della poetica di Leopardi maturati allora, e che rimarranno permanenti in lui, con non troppe variazioni. Al centro di essa sta l’idea dell’ispirazione poetica come memoria, e non come immediato entusiasmo (credo si possa dire che è un’idea geniale). Da questo nucleo vitale il passo verso una <> è breve, e Leopardi lo stava compiendo allora, come attesta lo Zibaldone.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 27 agosto 2007