Cronaca del mondo feroce #3

Andrea Tarabbia



V. La magnifica merce

Spellano le vacche per ricavarci dei pouff e degli zainetti che appendono negli interni delle botteghe schiacciandoli gli uni contro gli altri; dalle pelli di dromedario, invece, ricavano un tessuto più fine e delicato, e non si direbbe: non so cosa ci facciano, probabilmente portafogli, portagioie, cose così.
A tratti mi rendo conto che questi uomini che ci fanno spontaneamente da guida potrebbero portarci ovunque, farci fare qualsiasi cosa. Siamo nella loro terra, percorriamo le loro vie e ascoltiamo tutto quello che hanno da dire prendendolo per vero; giriamo dove ci dicono di girare, annusiamo quello che ci dicono di annusare, e se si devono fermare a dirsi qualcosa con qualcuno noi, da bravi, aspettiamo in un angolo. Siamo due bambini che si fidano dei grandi, che si lasciano travolgere da quello che capita.

Adesso la guida della menta ci indica l’ingresso di un negozio, ci invita a entrare. Dice che è l’ultima tappa da fare nel quartiere dei tanneurs: dice che dobbiamo vedere il "prodotto finito". Senza pensarci, ci buttiamo dentro, attirati anche dal getto di aria condizionata che fuoriesce sulla strada. Ci accoglie un arabo che deve essere il padrone del negozio, ci fa salire sul terrazzo, dal quale si vede la testa china della città, con i suoi tetti bassi e rosa, i minareti e, in fondo, l’Atlante. Passiamo in mezzo a decine e decine di anfore, vasi, specchi, ninnoli per la casa, statuine. All’ultimo piano, due telai stanno nel centro di una sala i cui pavimenti sono completamente coperti di tappeti. L’uomo è gentile, ed è vestito all’occidentale. Ci chiede di seguirlo nei sotterranei. Una scalinata ripida apre una stanza rivestita di marmo, con decine di tappeti ripiegati negli angoli, per terra, sopra delle lunghe panche di legno e appesi alle pareti in tutta la loro ampiezza. La stanza è rossa, è blu, è gialla, è arancione, è verde, è panna, è azzurra, è marrone e bianca. Un ragazzo comincia a stendere dei tappeti davanti a noi. Li lancia per terra aprendoceli davanti, mentre l’uomo vestito all’occidentale descrive per ognuno il tipo di colore, la lavorazione e la zona del Marocco da cui proviene la tecnica con cui è fatto. Gli uomini squartano le bestie, lavano le pelli, le tagliano e le conciano; le donne lavorano la lana e la seta, le intrecciano fino a farne tappeti. Più è lunga la lavorazione più è alto il prezzo della merce, questo è il principio. Beviamo del the e ascoltiamo il mercante parlare una versione povera dell’esperanto, un misto di italiano, francese e spagnolo al quale alterna l’arabo per dare ordini al commesso. La seta vegetale è ignifuga, lo sapevate? Il mercante si accende una sigaretta, fa due tiri e poi la lancia sul tappeto, avvolgendovela; il commesso prende un accendino e passa la fiamma sull’azzurro della seta. «Tu vede?» dicono «Seta vegetal no brucia!». E’ il momento in cui capisco all’improvviso che quella a cui stiamo assistendo non è che una messinscena per vendere, la scena provata e riprovata tra mercante e commesso per stupire gli occidentali con i loro cappellini e i loro zainetti; capisco quello che avevo solo sospettato: tutto, da quando siamo stati abbordati dal monco, è una messinscena provata e riprovata per arrivare a venderci qualcosa. Tutti i giorni, molte volte al giorno, il monco, l’uomo della menta e il mercante fanno fare questo giro ai turisti, gli raccontano delle vacche e dei dromedari e dei bambini rinchiusi nei sotterranei a lavorare per poi portarli a comprare un tappeto. Tutto è organizzato e perfetto, tutto è monitorato, pacifico e sempre uguale. Ecco perché ne avevo avuto la sensazione, anche se solo ora ho capito. Tutta Marrakech in questo momento sa che i due italiani coglioni morti di caldo sono nel negozio a stupirsi di una seta che non brucia.

Usciamo. Non c’è un attimo di respiro. L’uomo della menta vuole la sua mancia, e poco dopo la vorrà anche il monco. Ma un uomo grasso ci trascina nella sua bottega, a venti metri dal negozio dei tappeti. Ci fa vedere le sue scarpe, le borse, i pouff. Parla italiano. Gli diciamo che non vogliamo niente, che non abbiamo ancora cambiato i soldi, che non ce ne frega niente di "entrare a vedere". Ma a lui tutto questo non importa, che possiamo fare solo un giro un giro lo dobbiamo fare, che possiamo pagare in euro o dopo in albergo (!) e che a lui interessa che vediamo la sua roba. Entriamo, siamo frastornati. L’odore della pelle del dromedario, e i volti che ci guardano dalla strada. L’uomo ci chiede che cosa ci piace. Lo chiede con così tanta insistenza che alla fine ci piace una borsa (questa è una posa: io so che non la compreremo). Lui la tira giù dal suo gancio e comincia a descriverla. «Quanto costa?» chiedo. «Questa no costa» dice «In Marocco no è come da voi, in Marocco no hai prezzo. Marocco io dico prezzo, tu dici prezzo… così:» prende un taccuinetto e vi traccia a penna una tabella a doppia colonna dentro cui da una parte scrive Me e dall’altra You. I riquadri che ha tracciato di sotto sono per le sue proposte e le nostre controproposte. In fondo alla tabella, dice, ci sarà il prezzo finale della merce. Comincia lui scrivendo sotto Me la cifra 1500, poi mi mette in mano il taccuino e dice «Tuo prezzo adesso!». È una specie di gioco, o una lotta, sempre. Bisogna lottare per ottenere qualsiasi cosa, anche ciò che non si vuole.

VI. Ancora sulla magnifica merce

Siamo ancora qui.
La piazza è nera per i piedi e rosa per gli occhi. Tutto il peso del caldo della tarda mattina ci grava sulle spalle e ci bagna le palpebre. Nella Djema ci sono varie geografie, ma la prima è una geografia degli odori che è insieme una geografia della merce: a destra l’odore acidulo delle arance e degli agrumi segnala le lunghe file di carri dove si vendono le spremute. Scopriamo poi che non è solo da destra che viene odore di bucce e di sughi freschi, ma che in un certo senso questi bar elementari sono il primo, ampio anello di merci che circonda la piazza. Se partite dal centro e andate verso l’esterno, nella Djema, alla fine del vostro percorso troverete un arabo gentile che vi urla la sua spremuta. Una cerchia più interna è quella degli speziali, con le loro mille erbe e le mani nere con cui le scavano nei sacchi. Qui l’odore è più forte, anche se è ammazzato dal caldo e dalla stanchezza. La sera, il centro della piazza è occupato da decine di chioschi dove si può cenare, piccoli ristoranti improvvisati solo all’apparenza, con delle panche di metallo e lunghi tavoli dove italiani e marocchini, americani e danesi siedono fianco a fianco spezzando il pane azzimo e divorando tajine bollenti a base di pollo e verdure. La Djema è la Corte dei Miracoli, o qualcosa che le si avvicina molto per colore, forma, rumore, odore. La gente ti afferra e ti trascina, vuole assolutamente mostrarti quello che possiede e ha da vendere. C’è fumo, il fumo dei fuochi dove cuociono i cibi, e lunghe file di luci elettriche tagliano la piazza in verticale e in orizzontale e vanno a incrociarsi sopra le teste dei turisti e delle donne in chador che per una ghinea decorano le mani e i piedi con l’henné. L’anello centrale è quello del cibo, l’aria è rovente di oli e di carni ustionate, tutta la piazza sa di agnello e di zafferano, di curry, di zenzero, di pane.
Intorno, gli anelli sono cambiati: ci sono ancora i rivenditori di arance (che, scopriamo, non sono l’anello più esterno: ne esiste uno ulteriore, addossato alle pareti delle case e che parzialmente si amalgama al suk –per questo non l’avevamo considerato- e che è un anello commerciale nel senso più stretto del termine: qui si vendono magliette, cappelli, zainetti. L’odore qui è quello di qualsiasi mercato di provincia, è l’odore sintetico delle tele industriali e della plastica); ci sono ancora i rivenditori di arance, dicevo, e da qualche carro proviene l’orrenda musica pop araba: è arrivato il carro dei dischi e delle musicassette.

Ma la sera, accanto alle donne velate sedute a terra con i loro pennellini, orde di uomini si dispongono in cerchio attorno a qualcosa che noi non conosciamo. Ci avviciniamo, perché siamo curiosi: ci sono alcune decine di maschi arabi che stanno in piedi in silenzio, e guardano nel centro del cerchio un vecchio con la barba e l’abito berbero. Tutti sono in silenzio, spalla a spalla, e ascoltano l’uomo che ha qualcosa da dire. Davanti, in basso, il giro di uomini seduti a gambe incrociate è quello dei primi ascoltatori della serata: anche qui Marrakech si dispone ad anelli. Il berbero è un cantastorie. Gira per lo spazio dentro gli anelli gesticolando e guardando gli astanti uno a uno. Racconta qualcosa che noi non capiamo, perché è in arabo (o in berbero), ma non importa. All’interno della Djema c’è un piccolo spazio delimitato da alcuni anelli di uomini seduti o in piedi, un anello dentro il quale c’è un uomo che parla e racconta, un anello in cui, a dispetto della voce del vecchio, la piazza è in silenzio. Fuori, dietro, la piazza urla, contratta, corre sui motorini, sprona i cavalli, scatta fotografie, tambureggia, balla, canta, ulula, stride. Qui, dentro, la piazza tace, e ascolta una storia che mi immagino millenaria, ormai sbagliata, deviata dall’originale eppure magica. Alcuni spettatori ci guardano, non saprei dire se con astio. Io e Laura ci sentiamo di troppo. Questa è una cosa loro, penso, io qui sono davvero un intruso. Sanno che non possiamo capire e che abbiamo la curiosità breve del turista. Noi non vogliamo mancare di rispetto a nessuno; stare qui, penso, è un po’ come tentare di entrare in una moschea. Ma il berbero rallenta, ferma la narrazione per un minuto. Si volta, si siede su uno sgabellino che prima, nel buio, non avevo visto. Nessuno si muove. Solo un uomo più giovane comincia a girare in mezzo agli astanti. Ha un cappello in mano, chiede dei soldi. Se si vuole che il vecchio continui, che arrivi alla fine della storia che ha cominciato, bisogna pagare. È così che vivono i cantastorie: raccontano le loro storie fino a un certo punto, non saprei dire quale. Forse si fermano prima del colpo di scena, forse lasciano soltanto sospeso il finale, non so. Sta di fatto che all’improvviso tacciono, così, senza preavviso, e si mettono a sedere. Quello è il momento in cui gli spettatori si frugano nelle tasche, cercano i dirham nei portamonete e pagano per poter continuare ad ascoltare.

Ma, ancora di giorno, al posto dei vecchi berberi la piazza ha gli animali. Le orecchie a sventola dei cobra neri si vedono da lontano, si intuiscono nelle pieghe spesse del caldo che vien su dal terreno. Piccoli corpi sottili mezzi avvoltolati su se stessi che lasciano partire i colli alati verso l’alto e sembrano osservare la piazza, tenerla sotto controllo. I loro incantatori siedono pacifici a pochi passi da loro. Bevono il the, fumano, chiacchierano, stanno a piedi nudi. Ogni tanto suonano il flauto e ondeggiano, e allora i cobra suonano la lingua e ondeggiano. Gli uomini afferrano i serpenti a mani nude, dal di fronte, la sigaretta nella mano sinistra e la barba nera. L’uomo davanti al cobra. Non capisco se è l’uomo che è abile o il serpente che è buono. Non so se siano develenizzati. Gli uomini trattano i cobra come i bambini europei giocano con le code dei Labrador, li prendono, li tirano, li spostano; li mettono nelle ceste. A volte il serpente sembra infastidito, si mette sull’attenti e spalanca le orecchie. Altre volte tende il collo e fa per attaccare la mano che lo disturba. Allora, con una calma abissale, l’uomo finge di afferrarlo con la sinistra e in un secondo lo afferra con la destra, sorprendendolo. In una piccola cesta ci stanno tre quattro cobra e un pitone, tutti stretti, appiccicati, al buio. Naturalmente vogliono che ci avviciniamo ai serpenti. Ho scoperto una paura a cui non avevo mai pensato. L’incantatore ci dice di stare tranquilli, con il tono con cui il padrone di casa ci assicura che il gatto è castrato e non graffia. Ci dice di accovacciarci accanto a lui, siamo a un metro e mezzo dal cobra più vicino. Intanto l’incantatore ci racconta qualcosa che non capisco. Io e Laura guardiamo fissi i serpenti (c’è la paura, ma c’è anche la curiosità, o una misteriosa attrazione). Solo io e Laura guardiamo i serpenti, gli altri chiacchierano, bevono. Forse il segreto per stare accanto a un cobra è non dargli importanza, far finta che non ci sia. C’è una foto in cui ci sono io con cinque cobra e un altro serpente e la gente tranquilla.
Ci alziamo, salutiamo. Dico a Laura che mi sarei fermato di più insieme ai serpenti, anche se mai e poi mai li avrei toccati. Ma qualcosa mi pesa sulla spalla, sulla testa, all’improvviso. Laura getta un urlo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica a voce il 17 agosto 2007