Inferno Snia # 1

Giovanni Giovannetti



«In quel pozzo di piscio e cemento...». La canzone di Fabrizio De Andrè dedicata al popolo Rom sembra scritta alla Snia di Pavia.

L’altra notte ho sognato. Ho sognato una città nella quale i diritti dei bambini di ogni colore e provenienza non vengono calpestati: il diritto all’amore paterno e materno, il diritto alla salute e all’istruzione, il diritto all’infanzia, il diritto ad avere diritti. Poi mi sono svegliato e ho visto «spose bambine» andare a «caritare» e rubare e prostituirsi per «quel filo di pane tra miseria e sfortuna»; ho visto ragazzi appartarsi con uomini danarosi per poi spedire il pattuito in Romania alla madre indigente; ho visto pedofili aggirarsi lì intorno, bambini malati tra i topi, bambini senz’acqua, bambini scalzi giocare sopra montagne di rifiuti nauseabondi e cancerogeni.

Ho visto le istituzioni commettere il reato di lesa infanzia. Ho visto un sindaco dirigente scolastico dichiarare che nessun bambino verrà inserito nelle scuole perché questo costituirebbe «un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio»; ho visto un assessore ai servizi sociali vietare agli operatori di portare assistenza e negare loro le informazioni sui diritti e sui doveri. Gente piccola, analfabeti che non sanno «leggere il libro del mondo». Di notte non sognano, dunque non vedono. Non vedono umanità, non sentono ragioni.

L’inferno esiste ed è alla Snia. In viale Montegrappa passa il confine tra l’inciviltà e la barbarie, una linea di demarcazione attraversata ogni tanto da ombre invisibili che portano oltrefrontiera cibo e soccorso.

Dicono che tra quelle rovine si nascondano criminali che schiavizzano donne e bambini. Sono menzogne, perché l’illegalità è il comodo alibi che dissimula la paura del “diverso”: secondo la Questura, solo 8 di loro hanno precedenti penali per reati contro il patrimonio, il 3 per cento del totale (in Comune, 2 assessori su 11 sono stati ospiti delle patrie galere: il 18 per cento). Il timore che siano troppo simili a noi ingigantisce la pagliuzza fino a trasformarla in trave e la trave in pagliuzza, perché molti di loro chiedono solo una vita degna di essere vissuta. Anche questo è un uomo: libero di soffrire e di emigrare, di patire il freddo e «di portare in giro la sua fame».

Si dice che un profondo solco culturale divida il popolo nomade da noi “gagi”. I Rom rumeni sono sedentari da almeno sei secoli. Di quale cultura della solidarietà e dell’accoglienza, dell’accettazione delle diversità e dell’umano rispetto sappiamo essere portatori? Guardare negli occhi quei bambini significa provare vergogna, senso di colpa, frustrazione. E la convinzione di una insostenibile inadeguatezza.
Ma la pietà non basta. Deve esserci uno sforzo di comprensione reciproco e governare insieme a loro ogni problema: tra i Rom, gli sfruttatori e i prepotenti vanno allontanati e bisogna che siano rispettate le regole. Dopo di che è necessario garantire i diritti e ribadire i doveri: il diritto alla scuola, alla salute e alla cittadinanza; il dovere all’accoglienza e alla legalità: diritti troppe volte disattesi dalle istituzioni che li dovrebbero garantire; doveri rimossi da una destra che specula e da una sinistra senza un progetto.

In viale Montegrappa, già di primo mattino si sente un puzzo soffocante mescolato al profumo dei tigli e del lentisco. Alle 6 un pulmino si porta via i manovali a giornata; alle 8 partono le «spose bambine».

Alla Snia c’era il “reparto cornuti”, così chiamato perché ci lavoravano operai condannati ad inalare solfuro di carbonio, micidiale per la salute, che provocava l’impotenza, la tubercolosi e il cancro.

Erano gli anni Cinquanta e Sessanta. A Pavia si ricordano ancora i pullman stracolmi di contadini provenienti dal sud (molti erano sardi), reclutati per lavorare lì dentro. «Ci lusingavano con la casa gratis e uno stipendio di 90.000 lire al mese, 20.000 in più che alla Necchi, ma tacevano i rischi per la salute». Pasquale è un ex operaio Snia; vive ancora nelle case di viale Partigiani: «abito al quarto piano: un giorno a metà scala ho avuto un mancamento: capogiri, dolori alle gambe. Vado dal dottore, dico dove lavoro e lui risponde che sono cazzi miei e che devo scappare da lì. Il giorno dopo ho fatto domanda alla Necchi». Stesso destino per Fausto: «Nel reparto solfuro, al posto delle pareti c’erano dei tubi, senza finestre. Quando i camion scaricavano, tutto il solfuro si spandeva e si sentiva una gran puzza: era tutta roba che noi si respirava. A noi turnisti da mangiare ce lo portavano in reparto. Tra un cucchiaio e l’altro il solfuro s’apposava sul cucchiaio, mentre si mangiava dalla schiscetta, si vedeva la macchia nera sulla minestra. In quei momenti non c’erano i sindacati, la Snia faceva quello che voleva, diceva: o così o te ne vai».

Alla Snia, gli operai non ci sono più, ma li incontri quasi tutti al cimitero di via San Giovannino, a due passi dalla fabbrica: «Nato il... Morto il...» Sono morti tra i sessanta e i settant’anni, qualcuno anche prima, per lo più di cancro, colpiti dal solfocarbonismo, una malattia professionale causata dalle inalazioni di solfuro.

Alla Snia piove sul bagnato: venticinque anni dopo la chiusura, tra le macerie dell’ex fabbrica 61 famiglie rumene, in buona parte di etnia Rom (222 persone di cui 84 sono minori) vivono di stenti, a respirare particelle di viscosa e rayon, sopra un terreno impregnato da residuati di gasolio, benzene, antracene, zolfo e altre sostanze altamente tossiche e cancerogene. Sono costretti a mendicare e qualche volta anche a rubare cibo nei negozi del quartiere. Per oltre un anno il Comune li ha abbandonati senza alcun referente istituzionale. Peggio: ha accusato i bambini di fare accattonaggio, mentre ha taciuto su 41 minori (gli stessi) mai inseriti nelle scuole; silenzio anche sulle drammatiche condizioni ambientali alla Snia (secondo il sindaco Diesse, «nell’area non esiste un’emergenza igienico-sanitaria ma solo un problema di sicurezza») e su un decreto del Tribunale disatteso, che obbligava il Comune a farsi carico di un minore affetto da epatite B cronica e della sua famiglia. È ricomparsa la tubercolosi (il quotidiano locale ha parlato di «Tanti bambini a rischio tra le macerie»), si temono epidemie, ma l’amministrazione comunale tace: per il vicesindaco, della Margherita, «i Rom non esistono» e l’Asl informa che risultano vaccinati solo una ventina di bambini, un quarto del totale. Giocano con la salute delle persone, in deroga a ogni legge scritta e non scritta, in deroga ai diritti fondamentali dell’uomo: condannano dei minori ad essere impotenti oggi, avere la tubercolosi domani e il cancro fra vent’anni.

Oggi è una giornata di sole e larghe pozzanghere fanno da piscina ai topi che corrono veloci tra le baracchine di cartone abitate da persone scappate a una miseria ancora peggiore, coltivando l’illusione di un futuro per sé e per i loro figli.

I figli. 74 bambini e ragazzi per i quali la legge italiana si può anche non applicare. 33 di loro dovrebbero essere all’asilo, gli altri a scuola e invece sono per strada e nella miseria, ignorati da Comune e Provveditorato. La stessa miseria che li spinge a chiedere l’elemosina. Ileana ha quarant’anni e 5 figli. Fa le pulizie presso tre famiglie pavesi, ma fino a un mese fa andava a mendicare alla stazione di milanese Rogoredo, con in braccio il figlio di 14 mesi: «mi vergognavo a chiedere l’elemosina a Pavia. Era l’unico modo per vedere qualche soldo, da 10 a 30 euro al giorno, appena sufficienti a tirare avanti». Tatiana ha 23 anni, è una Sinti rumena. Tiene in braccio un bimbo di 3 mesi: «chiedo l’elemosina perché non ho un lavoro e non voglio rubare. L’altro ieri sono venuti i carabinieri, volevano che andassi via, io ho detto trovatemi un lavoro e non vengo più qui».

Tatiana racconta di uomini anziani che l’hanno avvicinata offrendole denaro: «volevano che andassi a letto con loro. Uno l’ho rivisto qualche giorno fa, era con la famiglia, ho chiamato sua moglie e le ho raccontato tutto. Non ha voluto credermi, ma so che ora quel vecchio non ci proverà più». Non sempre è così. La fame ha spinto 5 ragazzine rumene a prostituirsi; i pedofili comprano con “regalini” e “palpatine” l’infanzia di questi bambini, a cui la vita sta sottraendo i sogni. Non c’è scuola per i bambini della Snia, ma l’iscrizione al corso accelerato di violenza, crudeltà e sopraffazione per “cittadini di domani” non viene negato a nessuno.
Sindaco e vicesindaco si sono convinti che i temi della legalità e della sicurezza saranno la chiave ottenere la riconferma alle prossime elezioni. Ma Pavia non è Bogotà o Giugliano e se un “nemico” non c’è, allora bisogna inventarselo: hanno così spacciato per un problema di ordine pubblico l’emergenza umanitaria e sanitaria all’ex Snia.

Facendo leva sull’efficace repertorio dei luoghi comuni, questi cinici teorici dell’ “insicurezza percepita” hanno dipinto la città come stretta d’assedio da tagliagole rumeni, anche se i dati sulla criminalità negano ogni recrudescenza locale del fenomeno.

La Snia parla di noi. Racconta la mutazione antropologica della sinistra, che parla di legalità e non rispetta l’obbligo scolastico, come impone la legge; parla di doveri e non soccorre un minore malato, come ordina un decreto del tribunale; parla di accoglienza e vieta agli assistenti sociali di recarsi in quell’area, come vorrebbe il buonsenso.

Stanno radicando nei rumeni la convinzione che la crescita sociale si ottiene solamente con la pratica dell’arbitrio e della violenza. Eludere l’assistenza sanitaria e rifiutare l’iscrizione scolastica dei bambini Rom e rumeni è un abuso orribile. L’illecito è reso ancora più violento e odioso dal fatto che a colpire è il ‘potere’ e i colpiti sono bambini.

Che cultura di governo stanno esprimendo? Che visione del mondo stanno promuovendo? E cosa fa la sinistra? Gianni Barbacetto ha paragonato il nascente Partito democratico al gioco dei Lego, con i mattoncini colorati dei Diesse e della Margherita smontati e rimontati a fare centro. Altri pezzi li ha aggiunti la Sinistra democratica: un mattoncino a te, una poltrona a me ed ecco un centrosinistra di poltronai riciclati, ridipinto tale e quale a prima, incapace di elaborazione politica. Le cose non cambiano localmente. Il “buon partito” non c’è più e le mani sono pulite solo perché uno poi se le lava. Al suo posto c’è una “cosa” di lotta (a difesa degli interessi particolari) e di malgoverno, chiusa in sé stessa, in mano a mezzecalzette e politicanti di mestiere, lontana dalla gente e vicina a chi muove denaro. I maiali della Fattoria di Orwell erano la metafora del potere tronfio e corrotto. Come quei maiali, certi politici di mestiere parlano di loro tra loro. Se la “cosa” esce dalla tana lo fa per chiedere il nostro voto con il linguaggio menzognero dei venditori di fumo; poi torna a mettere la porta tra sé e i cittadini.

Il nuovo centro ha mandato in soffitta Gramsci, Berlinguer e La Pira e ha rispolverato l’inglese Francis Galton, cugino di Darwin e inventore dell’eugenetica (una pseudoscienza che riteneva esclusivamente ereditari i comportamenti e le attitudini) e l’americano Madison Grant, antropologo e autore di The passing of the Great Race, definito da Hitler «la mia Bibbia».

Discriminazioni, violenze, sterilizzazioni coatte proseguono, per gli zingari, ben oltre il nazismo: dal 1935 al 1996, nella democratica Svezia hanno forzatamente sterilizzato 230.000 persone; tra il 1907 e il 1973, negli Stati Uniti sono stati menomati 8000 donne e 16.000 uomini (al processo di Norimberga la sterilizzazione di massa non venne inclusa tra i crimini di guerra); dal 1926 al 1974, in Svizzera 600 bambini Rom sono stati sottratti alle famiglie e le loro madri sterilizzate (l’operazione Kinder der Landstrasse – bambini di strada – si proponeva l’estirpazione del «fenomeno zingaro»). A Pavia, nel 2006 un assessore ha pensato di togliere i figli dei Rom alle loro famiglie «a tutela dei minori» e si è rivolto al Tribunale, il quale ha risposto che non era il caso di parlarne, proprio «a tutela» di quei minori. Rifondazione Verdi e Sinistra democratica appoggiano una amministrazione che per miope calcolo elettorale ha trasformato una grave emergenza umanitaria, sanitaria, politica e morale in un problema di polizia e portato la città sull’orlo di una pericolosa deriva xenofoba.

Hanno criminalizzato Rom e rumeni per poi invocare l’ordine e la legalità. Chi sono? Sono l’autoreferenziale partito “della sicurezza e della legalità” che cerca spazio e legittimazione attraverso la creazione dell’insicurezza “percepita” e dell’illegalità “percepita”.

Nel maggio e nel giugno scorso alla Snia sono arrivati dei pulmini: non erano gli Scuolabus tanto attesi dagli oltre 40 minori in età di obbligo scolastico, non erano quelli del Comune, venuti ad informare Rom e rumeni sulle opportunità che offre loro un recente decreto governativo: era la Polizia, che ha censito con ferma cortesia quei poveracci, perché in Comune nemmeno sapevano quanti fossero.

La politica vuole continuare a esistere? La contrapposizione autolesionista tra umanità e legalità, tra accoglienza e sicurezza, tra solidarietà e rifiuto del “diverso che è uguale” sta mostrando l’incapacità della politica (questa politica) a farsi carico dei modesti problemi che ora abbiamo di fronte, figurarsi quelli che si intravvedono appena. Inesorabilmente, nei prossimi anni assisteremo a continue ondate migratorie: oggi sono i rumeni, domani potrebbero essere i profughi di qualche conflitto o gli sfollati da catastrofi sociali e ambientali. Chi studia questi fenomeni lo annuncia da molto tempo; il nuovo orizzonte mostra qualcosa di arcaico: è vicino ai miserabili di Victor Hugo, Emile Zola, Charles Dickens o alle tavole del Doré ed è indecifrabile dal punto di vista delle categorie marxiane (da Karl Marx, Dickens e Hugo vennero liquidati come scrittori ingenui e sentimentali). Oggi serve rileggere proprio loro, perché l’elemento arcaico dei miserabili venuti dall’est postsovietico - neocapitalista e senza efficaci ammortizzatori sociali - ripropone quelle stesse immagini, rese ancora più crude dal confronto con il nostro mondo “civilizzato”.

Post scriptum

Giovedì 9 agosto 2007. Provate a immaginare la scena: quasi 200 persone di etnia Rom in mezzo a una strada con le loro povere cose, senza assistenza né prospettive, dopo lo sgombero ordinato da un sindaco “di sinistra” che ha rifiutato la sistemazione provvisoria di uomini donne e 84 minori. Quelle immagini avrebbero fatto il giro del mondo e quel sindaco sarebbe diventato lo zimbello della nazione.

Il sindaco di Pavia Piera Capitelli ci è andata molto vicino: ha annunciato lo sgombero delle 60 famiglie che vivono abusivamente all’ex Snia di Pavia senza prevedere una allocazione alternativa. Qualcuno deve averla informata delle possibili conseguenze.

Così tutto si è risolto nel trasloco in un altro “appartamento” dello stesso “condominio”: le forze dell’ordine hanno sgomberato uno dei fabbricati con circa 40 persone, che si sono trasferite nel sovraffollato edificio di fronte.

La manovra vorrebbe «togliere acqua ai pesci», e magari acuire le tensioni e la conflittualità interna, nella speranza che molti, i più esausti, decidano di andarsene. I Rom della Snia hanno chiesto l’iscrizione dei minori nelle scuole di Pavia; molti hanno un lavoro e non intendono lasciare la città. Il problema è solo rinviato. Il sindaco ora andrà in ferie; i volontari del Circolo Pasolini restano in città: di sgomberare la Snia se ne riparlerà quando il Capitelli avrà terminato l’elioterapia.
A Pavia l’opaco e imbarazzante decisionismo del sindaco Capitelli è ormai condiviso da pochi, a destra come a sinistra. Con una «Lettera ai pavesi» pubblicata il 21 giugno 2007 dal «Settimanale pavese», il Circolo Pasolini aveva avanzato alcune proposte per una soluzione ragionevole dell’emergenza umanitaria all’ex Snia: solidarietà, accoglienza, legalità, diritti e doveri erano alcune parole chiave. In città l’appello ha raccolto oltre 500 sottoscrizioni in 10 giorni (hanno aderito, fra glia altri, esponenti di Forza Italia e di Rifondazione comunista, dell’Udeur e di Sinistra democratica, di Comunione e liberazione e dei Comunisti italiani). La «lettera» diceva no alla cultura dei campi e proponeva un progressivo inserimento, l’applicazione anche a Pavia del milanese “Patto di socialità e legalità” di don Virginio Colmegna, percorsi scolastici e formativi diversificati per fasce d’età; lavoro, formazione professionale e riqualificazione per gli adulti. Le proposte non sono state accolte.

Il Circolo ha allora avviato contatti con L’Unci (l’Unione nazionale cooperative): 5 rom sono diventati soci di una cooperativa edile; altri sono stati accettati in alcune cooperative multiservizi: facchini, collaboratrici domestiche badanti, autisti… Il lavoro li ha posti virtualmente al riparo dei decreti di allontanamento; 30 famiglie hanno presentato la domanda per l’iscrizione scolastica dei loro figli. Una allocazione provvisoria avrebbe consentito ai bambini di frequentare regolarmente le scuole. Niente.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 17 agosto 2007