Cronaca del mondo feroce

Andrea Tarabbia



I. Arrivo

Inizia con Canetti che dice: "Tre volte venni a contatto con i cammelli e ogni volta finì in modo tragico". Fuori dalle mura della Medina, da qualche parte, c’era e forse c’è ancora il mercato dei cammelli, davanti alla Porta Bab-el-Khemis. Lì arrivavano dalle montagne dell’Atlante i vecchi berberi con i loro animali da macellare, e con i macellai cominciavano le lunghe contrattazioni per vendere gli animali vivi o morti, interi o in pezzi, che andavano a riempire le botteghe nei suk della Medina. Metri e metri quadrati di animali sgozzati e lasciati dissanguare sull’asfalto polveroso della piazza, davanti a tutti. Gli animali vengono macellati recidendone la carotide, perché i musulmani possono mangiare solamente animali dissanguati. La morte è lunga, sfiancante per chi la subisce e chi la guarda, sotto il sole, davanti a tutti. Gli animali capiscono quando è giunto il loro momento, perché il macellaio ha le vesti e le mani intrise del sangue della vittima precedente, il macellaio sa di cammello e di morte lenta. Allora i cammelli diventano aggressivi, si dice, rabbiosi: sentono la morte e la scacciano a morsi, a calci. Scacciano la morte con la morte. Ma noi non l’abbiamo vista, non abbiamo visto né la Porta né il mercato né la morte: e forse il mercato dei cammelli non c’è più. Non abbiamo visto un cammello. La nostra guida scrive che in città non se ne trovano quasi più, e che per vederne uno bisogna spingersi verso l’Atlante, buttarsi di qualche chilometro dentro il deserto o arrivare almeno alle prime oasi ai limiti dell’area urbana. Lì, allora, ci sono i cammelli, ma si tratta di cammelli da turismo, di bestie umiliate e pacifiche con le schiene piegate dai culi dei ricchi e non ne vale quasi la pena.

Inizio raccontando una cosa che non ho visto, e che forse non c’è.

Marrakech sembra un posto vicino, ma è un posto dove non si riesce ad arrivare. Hanno annullato il nostro volo all’ultimo momento, non c’è la possibilità di raggiungere direttamente la città. Ci dirottano con un’altra compagnia su Casablanca, dove dovremo cercare di farci fare un biglietto per i 25 minuti di tratta aerea che la separa da Marrakech. L’aeroporto di Casablanca è buio, basso e vecchio. C’è qualcosa che ricorda gli anni Ottanta, non saprei perché. Qualche posto in qualche anno negli anni Ottanta. Soffitti con decorazioni in ferro circolare, qualche laccatura fintamente d’oro, il pavimento scuro. Nell’area di transito hanno allestito una piccola stanza vetrata vicino ai bagni, ci hanno buttato dentro dei tappeti. I maschi –i maschi- che hanno bisogno di pregare ci entrano a piedi scalzi, e danno vita quella strana danza di genuflessioni che è la preghiera islamica. C’è rumore, come negli anni Ottanta. Una lunga fila scomposta e urlante contro i desk delle informazioni, dove il personale marocchino si destreggia in arabo, francese e inglese nel tentativo di spiegarci che no, non si sa se riusciremo a trovare posto sul primo volo per Marrakech, e forse nemmeno sul secondo. Ce ne sono però tre entro sera, prima o poi qualcuno rinuncerà al suo posto e lo occuperà qualcuno di noi. C’è chi minaccia di chiamare l’ambasciata, di fare casino. Io e Laura facciamo amicizia con alcuni compagni di volo e di annullamento: Giuseppe e Zaccaria, due bambini in compagnia della madre, italiana da vent’anni, che vanno in Marocco dalla famiglia per due mesi; il marchese De Cesa, anarchico, discendente della famiglia piemontese che ha ormai dilapidato tutto il suo patrimonio e i cui discendenti si odiano l’un l’altro. È in vacanza in Marocco con la famiglia, e assomiglia in modo impressionante a Roberto Freak Antoni dopo una dieta. Grossi gruppi di negri stazionano nella sala d’attesa: Casablanca, con Addis Abeba, è uno degli scali obbligati per raggiungere l’Africa nera dalle città dell’Europa. Guardo i loro corpi scuri, enormi e lucidi. Molti indossano abiti tradizionali, o lunghe tuniche islamiche colorate e pesanti. Altri sono vestiti come noi, le schiene dritte delle donne in canottiera. Giocano a carte, dormono, ci guardano vagare per questo aeroporto disorganizzato e caotico e vecchio, e ridono perché capiscono che non siamo abituati a essere mandati da una parte all’altra di una sala, da un ufficio all’altro a chiedere la stessa cosa a dieci persone diverse e sentire dieci risposte diverse e scortesi. Non siamo abituati al caos africano, alla possibilità di fumare in aeroporto, alle urla degli addetti alle informazioni, all’atmosfera da mercato che c’è in quest’area di transito. Questa terra è loro, non mia. Per una volta, l’ospite sono io, e loro ridono e hanno ragione.

Il primo volo per Marrakech non parte nemmeno, è stato annullato. Parte il secondo, e dopo un’ora di attesa e di voci ci viene detto che potremo salirci. Non ci viene detto: ci viene urlato. L’impiegata si alza, mette le mani a conca davanti alla bocca e urla "Marrakeeeeeeeech!". Ci buttiamo in massa contro il bancone della biglietteria, brandiamo i passaporti e i fogli con i codici delle prenotazioni. Mi viene in mente la scena di Banana Joe, quando per qualche motivo Bud Spencer deve andare in un ufficio pubblico del Paese africano dove è ambientato e farsi fare un timbro dall’impiegato: la sala gremita di gente che urla, strilla, implora qualcosa brandendo i propri documenti, sono migliaia di persone stipate per ottenere un permesso e sanno dell’impossibilità certificata di ottenere il timbro. Ma in ogni caso sono lì, perché non si può fare altrimenti. Alla fine del film Bud Spencer tira un pugno all’impiegato stronzo che si rifiutava di concedere i permessi, prende il suo posto dietro il bancone e comincia a timbrare i documenti di tutti.

Alla fine del pomeriggio abbiamo il nostro boarding pass. Casablanca è lontana dall’aeroporto, non riusciamo a vederla nemmeno dalla pista. Solo sul volo di ritorno, appena dopo la partenza, siamo riusciti a vederne il lembo che si tuffa nell’oceano, con un porto che non saprei dire se è grande o piccolo e quel filo di terra che corre verso Gibilterra per ricucirsi con l’Europa.

Atterriamo a Marrakech con molte ore di ritardo, dopo due voli anziché uno. Dovevamo arrivare dopo pranzo e invece è quasi ora di cena. Siamo stanchi, con addosso un odore che non è già più quello dei nostri corpi ma è quello della sala fumatori di Casablanca, delle cuciture dei sedili della Royal Maroc e dell’ambiente marocchino. La città, dall’aereo, è una distesa di case basse color salmone che interrompe il deserto prima dell’Atlante. Ci sono minareti e palme e sabbia. Tutto è dello stesso colore. Leggiamo che la tonalità dell’ambiente urbano non è un caso: è il colore della Koutoubia, il minareto più importante della città, e dell’hotel Mamounia, una specie di monumento marocchino, il posto dove risiedé Wiston Churchill, dove Hitchcock girò un film e dove ci sono gli ambienti più raffinati di tutta l’Africa del Nord. In città ci sono le luci accese, perché qui alle sette di sera è già quasi buio. Non arrivate di sera a Marrakech, arrivateci di giorno. La sera Marrakech è isterica, è bella e snervante, e fa paura a chi non la conosce. Meglio arrivarci con la luce del sole, e abituarsi pian piano all’idea che imbrunisca e che il mondo si trasformi.

II. Avvicinamento e primo inoltro

Continua con un vento caldo che ci sorprende sulla scaletta dell’aereo. È sera, è l’ora in cui si cena e non c’è il sole, ma nello spazio aperto della pista c’è un vento spesso, maschile, che ci avvolge come l’aria di un phon e ci appiccica i vestiti ai corpi. Ci guardiamo come a dire che lo sapevamo che non è stagione, e che loro ci diranno che non è caldo, che per il Marocco i quarantadue gradi di quest’ora non sono poi tanti, a luglio, e che se c’è il vento si respira e non manca l’aria. Malika, la mamma di Iunes e Zaccaria, dice che da quando vive in Italia il caldo marocchino lo sente di più, ma che è più secco, e non soffriremo come a Milano. A loro tocca un altro viaggio, questa volta in macchina: alcune ore per raggiungere Beni Mellal, città natale di Malika, con il fratello e un amico che dalla mattina sono in aeroporto ad attendere il nostro volo che non c’è. Arriveranno a mezzanotte, dopo aver attraversato il niente di sabbia e costeggiato i monti dell’Atlante. Ci invitano ad andare a trovarli, dicono che ci ospiteranno nella casa di famiglia, ma questo nostro viaggio è di pochi giorni, è una toccata e fuga che ho regalato a Laura per la sua laurea e non avremo tempo di spostarci da Marrakech.

Malika ci dà alcuni avvertimenti: tutto in Marocco è sottoposto alla legge della contrattazione. Qualsiasi cosa fate, qualsiasi acquisto, qualsiasi rapporto che avete con le persone di qui e che abbia in qualche modo a che fare con i soldi deve passare necessariamente per una fase preliminare in cui bisogna fare di tutto per tirare giù il prezzo. È una specie di tradizione, se volete, il modus vivendi marocchino. Generalmente, niente ha un prezzo: il venditore vi proporrà una somma da pagargli, ma lui stesso si aspetta che voi facciate una controfferta. Il primo prezzo che vi proporranno è almeno il quadruplo del prezzo reale della merce, ma talvolta è di dieci volte tanto. Se vi chiedono 100, dice, non abbiate paura di controbattere con 20. Trattate, tirate per le lunghe, fingete di volervene andare. In Marocco il gesto di accettare la prima proposta è considerato quasi offensivo, perché lede le elementari leggi del mercanteggio.

Ma non siamo bravi, non la prima volta, e nemmeno la seconda e la terza. La prima volta è subito appena fuori dall’aeroporto, perché bisogna prendere un taxi: ci chiedono 120 dirham (circa 12 euro). Io e Laura ci guardiamo, le facce stanche e il caldo. «50», rispondiamo, ed è già tanto. Ma non siamo convinti. I tassisti non sembrano disposti a mercanteggiare, sono forti del gran numero di turisti che sta uscendo dall’aeroporto. Non scendono sotto a 100, con Laura che prova ad abbassare il prezzo esercitando il suo francese. Poi un tassista che non aveva partecipato alla trattativa strappa la valigia delle mani di Laura e dice «Venite con me!». Senza aspettare risposta carica la macchina –che non ha il tassametro- e dice in francese «Vi porto per 80. Ultima offerta.»

L’aeroporto dista sei chilometri dalle mura della Medina. Siamo su una Peugeot 205 della metà degli anni Ottanta, di quell’ocra che è il colore di tutte le Uno e le 205 che fanno da taxi in questa città. L’autista parte in battuta, tira le marce, sgomma sull’asfalto. Comincia un viaggio breve e furioso che ci porta dentro le Mura a una velocità che sembra folle, ma che in realtà non supera mai gli ottanta all’ora. Laura mi prende la mano, ha paura: la nostra auto supera a destra, a sinistra, scavalca la linea continua (quando c’è), non mette le frecce, rientra all’improvviso nella corsia, si infila nelle rotonde negli spazi tra i motorini e le carrozze, tra i furgoni e le altre macchine. Tutti guidano in questo modo isterico e povero, tutti si mandano affanculo, nessuno rispetta gli stop, ognuno cerca di occupare ogni singolo metro quadro di asfalto libero. Il primo risultato è un grande caos, un rumore, una dose di nervosismo. Il secondo è che le strade per quanto diritte sono un ingorgo continuo, e tutti vanno più forte ma vanno più piano di quanto si va in Europa. Sei chilometri in Marocco sono otto, nove in un’Italia in condizioni normali. Se qualcosa non funziona, la gente si ferma nel centro della carreggiata, apre il cofano e guarda il motore. Tutti allora suonano il clacson, sputano insulti e circumnavigano la macchina ferma. Anche in Russia si guida così, e nell’est dell’Europa. Più il Paese è povero più il suo traffico è vorace e sporco. Nessuno si ferma se ci sono degli esseri umani che attraversano la strada, ma tutti rallentano di colpo, suonano e letteralmente girano intorno ai corpi. Tutti si insultano, ma lo fanno come se fosse una cosa normale.

Entriamo nelle mura, ci infiliamo in una via stretta e nera (nero è l’asfalto del Marocco). Viaggiamo a scatti, c’è fumo, ci sono cavalli, e carretti trainati da uomini e da somari, da uomini che frustano i somari, bambini che attraversano senza guardare e giocano agli incroci, come a Napoli. Le donne velate, gli uomini antichi che passeggiano in mezzo a bancarelle dove si vende ogni genere di oggetto e di cosa da mangiare. Tutta la via urla, il fumo viene da qualcuno che cucina qualcosa per strada, le biciclette arrugginite, le voci. Ci sono le macchine. La gente si appoggia alle macchine che passano per la via, penso che da noi non sarebbe possibile, che il guidatore scenderebbe e farebbe una scenata. Penso che qui ci deve essere un concetto diverso di proprietà privata, qualcosa che ha più a che fare con l’uso della cosa che con il suo possesso. Il tassista trafigge la via apparentemente senza mai guardarsi né a destra né a sinistra, la macchina scivola nel mezzo di questo mondo urlante che sembra sempre avere fretta.

Arriviamo in quello che pensiamo sia il centro. Il minareto della Koutoubia separa una piazza dai giardini della moschea. Chiedo al tassista se è questa la via che gli ho indicato. Veniamo scaricati all’incrocio di tre vie, proprio ai piedi del minareto. Abbiamo attorno migliaia di persone che camminano veloci. Il tassista ci indica, a una cinquantina di metri, l’insegna dell’albergo e ci scarica le valige per terra. Un uomo si ferma a guardarci e dice qualcosa in arabo al tassista, mentre noi allunghiamo dieci euro e riceviamo dieci dirham di resto. Dieci euro sono cento dirham: cento meno dieci sono 90, non 80, dico. Eravamo d’accordo per 80, mi stai fregando. «Quattro-venti-dieci» risponde in francese, «Ho detto quattro-venti-dieci. Avete capito male!» Non abbiamo voglia di discutere. Le macchine ci passano vicinissime, i motorini ci danno colpi di clacson perché occupiamo un pezzo della via. Siamo sopraffatti dal tratto in macchina, dalla gente che vende le sue cose fuori dalle case, dalla difficoltà di capire perfino da che parte girarsi, e dagli animali e dagli uomini; siamo sopraffatti dall’odore forte e secco che ha l’aria calda dentro la città. Ogni Paese ha il suo odore, e il Marocco sa di spezie e di sudore, sa della fatica che, qui, sembra necessario fare per ottenere qualsiasi cosa.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica a voce il 15 agosto 2007