Una voce antichissima

Romolo Bugaro



I bambini si rincorrevano nel grande giardino recintato, salivano e scendevano dagli scivoli, dalle altalene, formavano gruppetti mobili e chiassosi nella luce accecante della mattina di luglio, ma lei non vedeva niente, assorbita dai pensieri.
Gianfranco era una palla al piede, una vera palla al piede! Nessuno spirito d’iniziativa, né coraggio, né ambizione. La verità era questa, punto. Il mondo, per lui, cominciava e finiva con le fotocopie delle delibere di giunta, dei piani regolatori. Sempre la stessa musica: uscire di casa la mattina, prendere le planimetrie, fotografare qualche muretto di cinta abusivo in mezzo alla campagna (sai che crimine!) e poi tornare a casa alle cinque del pomeriggio. Guai tentare una mossa diversa, un passo fuori dalla sua routine di tecnico comunale.
Quell’uomo era un eterno bicchiere di latte.
Dopo tanti anni non avrebbe saputo immaginare la vita senza di lui, tuttavia, a tratti, sentiva che uno scollamento, una confusione insidiosa e irrimediabile minacciava le basi del loro rapporto, e quest’idea la atterriva. Gianfranco era sempre pronto a battere e ribattere sui rischi del progetto. Quei lunghi discorsi sulla prudenza, sullo stare coi piedi per terra, erano lo specchio della sua pusillanimità.
I bambini gridavano e correvano e scavavano nella ghiaia con palette e vanghe in miniatura e rastrelli di plastica, vestiti dei loro grembiulini bianchi che spiccavano nel pieno sole estivo, mentre lei cominciava a mangiarsi le unghie senza rendersene conto. Che prospettive aveva, continuando a fare l’istruttrice in quell’asilo? Guadagnava settecentosettanta euro al mese e non c’era nessuna possibilità di aumento. Più le rette erano alte, meno ti pagavano. Da mesi andava avanti e indietro tra agenzia immobiliare, banca, ASL. Permessi e nullaosta erano quasi pronti. L’appartamento si trovava al piano terra, trecentocinquanta metri quadri, luminoso, perfetto. Quante iscrizioni poteva raccogliere, entro al fine dell’anno? Ottanta? Cento? Aveva fatto e rifatto tutti i conti con Anna e la ragioniera. Bastavano sessanta bambini per andare in pari con le spese.
Secondo Gianfranco i bambini avevano tate, nonne, fratelli grandi, e aprire un asilo pomeridiano era un salto nel buio. Faceva il tecnico comunale, si occupava di piani regolatori e abusi edilizi, ma pretendeva di saperla lunghissima in materia di bambini. In realtà c’erano tantissime madri che non sapevano dove mettere i figli di pomeriggio. Diciamo pure la maggioranza delle madri. Per andare in pari con le spese bastavano sessanta iscrizioni entro la fine dell’anno. Da lì in poi era guadagno. Certo bisognava pagare il mutuo della banca per l’arredamento, le attrezzature interne e esterne, che costavano tantissimo, eccetera. Ma poteva farcela in due anni. Non era pensabile andare avanti tutta la vita con settecento euro al mese. Anche Anna, la sua futura socia, l’aveva detto: un bel momento bisognava crederci e partire.
Gianfranco le dava sui nervi perché incarnava la parte incerta e paurosa di lei stessa, quella che, adesso, doveva combattere.
In realtà aveva già deciso tutto. Il contratto d’affitto aspettava in agenzia. Il nulla osta dell’ASL stava arrivando. La banca era pronta col mutuo. Presto avrebbe firmato le carte e stop. Che Gianfranco pensasse quello che voleva. Quattro o cinque bambini stavano correndo intorno agli scivoli, frenetici, scatenati, altri calciavano un pallone mezzo sgonfio, da buttare, e lei, senza quasi rendersene conto, aveva raggiunto il centro del giardino, dove le grida t’investivano con maggior forza. Come per distanziarsi, una buona volta, da dubbi e pensieri. La mattina di luglio era azzurra e relativamente fresca e bellissima. Venerdì l’asilo avrebbe chiuso per le vacanze estive. Lei non sarebbe stata lì, a settembre.
Vicino alla recinzione c’era Andrea – com’era di cognome?, non ricordava più – che scavava con una paletta di plastica gialla nella ghiaia. Era un bambino sveglio e ubbidiente e un po’ taciturno, che non faceva scene. La madre era una donna bruna, né bella né brutta, dall’aria poco amichevole. Certe mattine salutava, certe no. Una lunatica.
Il bambino lavorava di paletta senza convinzione. Ogni tanto si fermava quasi del tutto, osservava a lungo il proprio scavo, distratto da qualche pensiero. S’era avvicinata rispondendo a una misteriosa curiosità.
"Ciao Andrea."
Il bambino aveva alzato gli occhi. Lei aveva notato all’istante l’ombra che lo circondava, scura e slabbrata, filamentosa. Un allarme aveva suonato dentro di lei.
Gli aveva accarezzato i capelli, che erano morbidi e foltissimi.
"Andrea" aveva detto, "Come va?"
"Bene."
"Sicuro?"
"Sì."
"Perché stai qui da solo?"
"Sto scavando."
"Potresti scavare là, con gli altri."
Il bambino l’aveva guardata dal suo spazio circondato dall’ombra, senza parlare.
"Ehi" gli aveva detto. "C’è qualche problema?"
"No."
"Davvero?"
"Sì."
"Non ci credo."
Il bambino aveva esitato qualche attimo.
"Guarda che noi siamo amici" gli aveva detto. "Se c’è un problema, puoi dirmelo."
Il corpo del bambino era circondato dall’ombra, quasi una rete di sottilissimi filamenti scuri, una ragnatela che diventava sempre più spessa e orribile.
"Cosa fai oggi pomeriggio? Vai al parco?"
"No."
"È proprio qui davanti."
"Non ci vado."
"Perché?"
"Vado di sabato."
"Allora cosa fai?"
"Non so."
"Stai a casa?"
"Sì."
"A giocare?"
"Sì."
"Con la mamma e col papà?"
"No."
"Perché no?"
"Il papà è andato da un’altra parte."
"Come?"
"È andato da un’altra parte."
"Cosa vuol dire?"
"In un’altra casa."
Allora una parte di lei, in un istante, aveva ricapitolato la gamma infinita delle occasioni di smarrimento della vita, senza poter trovare nessun ordine nella sovrapposizione istantanea, nessun appiglio nello slittamento, allora aveva provato una commozione difficile da ridire, perché era buona d’animo e partecipava con facilità al dolore degli altri, specialmente dei bambini, e l’onda d’affetto e pena s’era fusa al desiderio istintivo, immediato, di cancellare lo smarrimento del piccolo scavatore con paletta, prenderlo su di sé, in obbedienza a una voce antichissima che non distingueva fra vicino e distante, proprio e altrui, e nello stesso momento s’era resa conto di essere molto stanca, molto provata, perché le stavano venendo le lacrime agli occhi, improvvisamente incapace di sopportare le cose, e sulla spinta di tutto questo aveva posato le mani sulle spalle del bambino, l’aveva proprio abbracciato, senza capire bene se un gesto del genere fosse adatto o no, possibile o no, e il bambino la lasciava fare, come avesse compreso ogni cosa, e cercasse, a sua volta, di calmarla, poiché, certo, anche lei aveva bisogno d’aiuto.

Pubblicato sul Corriere della Sera – Corriere del Veneto, luglio 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 3 agosto 2007