Fabrizio and me

Teo Lorini



Si sa: ci son più cose in cielo e in terra… Eppure mai, davvero mai avrei creduto di trovarmi d’accordo con Fabrizio Cicchitto, capogruppo di Forza Italia alla Camera, tessera 945 della loggia massonica P2, craxiano doc nella belle époque pre-Tangentopoli e autore di volumi come Il G8 di Genova: mistificazione e realtà e, più di recente, L’uso politico della giustizia, uscito l’anno scorso.
Per Mondadori, guarda caso.

Non credevo davvero che la vita mi avrebbe dato l’occasione di trovarmi in sintonia con un politico di tale curriculum. Eppure è successo, e non è colpa del caldo di questi giorni, ma della reazione degli alti vertici dei ds (Violante, D’Alema, Fassino) al fatto che le intercettazioni emerse dall’indagine sulle scalate bancarie dei Furbetti del quartierino adombrano l’eventualità di comportamenti poco corretti.

La questione, è del tutto evidente, non concerne solo gli aspetti giuridici della faccenda, che pure andranno indagati e verificati con cura, ma attiene a una sfera, quella morale, che pare ormai considerata da tutte le parti politiche una sorta di vestigio del passato, un’appendice scomoda e un tantinello disdicevole da menzionare.
Ecco dunque perché molti, compreso il sottoscritto, si trovano a dar ragione a Cicchitto quando sottolinea come, nei confronti dell’azione della magistratura, i Ds adoperino due pesi e due misure: le dimissioni reclamate a gran voce (e a buon diritto) per Berlusconi indagato e il garantismo "senza se e senza ma" appena viene sfiorato uno dei loro.

Fortunatamente l’ebbrezza e il senso di smarrimento dati dalla sintonia, fino a ieri insospettabile, con uno dei più fedeli vassalli di Berlusconi, sono attenuati dal fatto che anche a sinistra c’è chi pensa che simili comportamenti siano ardui da sostenere. Sul Corriere di martedì 24 Enrico Deaglio ricorda le regole di bon ton dell’esecrata Prima Repubblica. Ma anche del resto d’Europa, guarda caso.
In base alle buone norme suddette il sospetto di comportamenti irregolari basta a consigliare di mettersi prudentemente da parte, lasciando che a far chiarezza sia il tempo galantuomo.

In Italia invece la lezione del quinquennio berlusconiano ha attecchito con entusiasmo su un terreno che, è lecito pensarlo, forse era naturaliter predisposto. Davvero nessuno ricorda Scajola che, senza mai mettere nemmeno in discussione il suo ruolo di ministro dell’Interno, sorvola sulla macelleria messicana della scuola Diaz e commenta con un cinico "Saranno andati al mare" la sparizione di una trentina di persone che poi risultarono fermate per tre giorni e rilasciate senza uno straccio di prova? Perché l’onorevole si rassegnasse a mollare l’incarico di cui s’era già mostrato bastantemente indegno, ci volle l’insulto ("rompicoglioni") rivolto a Marco Biagi, assassinato tre mesi prima dalle Nuove BR grazie anche al ritiro della scorta disposto dal suddetto Scajola. Oppure è necessario menzionare Calderoli, il ministro delle Riforme che, dopo una sequela di esternazioni da brividi su immigrati ("negri"), gay ("culattoni"), Bruxelles ("popolo di pedofili") fu caldamente esortato a dimettersi solo a seguito della famigerata sortita con maglietta anti-islamica che causò undici morti nei disordini di Bengasi?

All’epoca in molti, D’Alema compreso, criticarono la cultura che pone i politici al di sopra degli elettori. Molti ricordarono l’elementare principio per cui, proprio in quanto rappresentanti del popolo, agli eletti spetta un comportamento il più possibile rigoroso ed esemplare. Oggi, a ruoli invertiti, il tenace attaccamento dei Ds a incarichi e prebende, il riflesso condizionato a difendersi attaccando ferocemente, invocando complotti, accusando, non pare in nulla differente da quello dei berlusconiani di ieri.

La candidatura-show di Veltroni sembrava aver magicamente dissolto ogni nuvola, rimosso imbarazzanti interrogativi, in primis la desueta questione morale.

Ora quella questione è tornata d’attualità. Agli organi giudiziari spetta il compito di accertare lo svolgimento dei fatti senza il profluvio d’intromissioni che, lungi dal tutelare chi è chiamato in causa, lo rendono casomai più sospetto. Alla dirigenza Ds, invece, e al ministro D’Alema su tutti, è offerta l’occasione d’oro di dimostrare che il mutamento antropologico non ha coinvolto tutta la classe politica italiana, che ancora c’è una distanza fra le due parti.
Facendosi da parte, l’onorevole D’Alema, darebbe una lezione di correttezza ma, prima ancora, una speranza.
Quella che le cose possano davvero cambiare e che per gli elettori del centrosinistra la convergenza con Fabrizio Cicchitto sia accidentale, non sostanziale.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 25 luglio 2007