Il miope futuro di un nerd

Dario Rossi



Su Player One di Ernest Cline.

Avessi trovato una recensione di Player One in cui si dice quello che è: un romanzetto divertente che però sbaglia tutte (ma proprio tutte) le idee non solo sul futuro immaginato, ma anche sul presente da cui Cline scrive. Il futuro di Player One è una banale prosecuzione del nostro presente, dove la crisi energetica ed economica e la situazione climatica hanno portato gli uomini alla povertà, che preferiscono rinchiudersi in casa a coltivare una vita artificiale su OASIS, sorta di incrocio tra “Second life” e un gioco di ruolo multiplayer à la “World of Warcraft”. Si tratta quindi di una specie di realtà virtuale definitiva. Peccato che il sogno della realtà virtuale sia un sogno vecchio, e sembra destinato a finire nello stesso cassetto in cui è stato giustamente scaraventato il videotelefono, che nessuno desiderava davvero, fuor che la fantascienza anni ’60. I social network da Facebook a Twitter hanno dimostrato come la vera realtà virtuale si strutturi piuttosto come una rete di relazioni il più possibile assimilabili alle relazioni del mondo reale, senza di mezzo avatar tridimensionali, e soprattutto senza “punti vita” o “armature di cuoio +3”. Credere di poter identificare social network e MMORPG (ovvero Giochi di Ruolo online di massa) è l’altra grande ingenuità di Cline, che come ogni nerd old school che si rispetti non sembra essere in grado di accettare che ciò che piace molto a lui possa non interessare al resto del mondo. Non scommetterei un centesimo su un 2045 in cui buona parte della popolazione è assorbita in qualcosa di non troppo diverso da un videogioco del 2010. Trentacinque anni, in materia tecnologica, sono un’eternità.
E a proposito di gap temporali, è improbabile la leggerezza con cui il romanzo sorvola su trent’anni di cultura pop che neanche si sforza di immaginare: il suo futuro è culturalmente fermo al 2011. Non c’è canzone, fumetto, libro, film citato nel libro – ed è citazionismo spinto! – che non vada oltre il presente da cui scrive Cline. Provate a immaginare se Orwell avesse descritto un 1984 dove tutti passano il tempo a vedere i vecchi film di Humphrey Bogart, e avrete la misura della povertà di immaginazione di Player One.
Certo, è evidente che l’intento primario di Cline è quello di celebrare (musealizzare?) gli anni ottanta, costruendo un falso romanzo di fantascienza che è invece una specie di Carosello nostalgico, una celebrazione dell’estetica e della cultura nerd del passato. Peccato che questa elevazione a mito del nerd, o se vogliamo del geek, giunga in un momento storico in cui i tecnocrati di fatto hanno conquistato il mondo, e in modi molto diversi da quello descritto in Player One. Quella di Bill Gates, di Steve Jobs e compagnia è stata una Rivincita dei nerd molto diversa da questa innocua megabattaglia a base di magie, robottoni e enigmi da avventura grafica.
A meno che, consapevolmente o meno, l’operazione di Ernest Cline non sia a doppio fondo, e rimpianga proprio quell’epoca in cui i nerd erano freak asociali e sognatori che, se anche potevano pensare di conquistare il mondo, era solo tra i pixel colorati di un cabinato da bar, o tra le pagine unticce di un librogame.
Si chieda però, il nostalgico autore, se la possibilità di pubblicare questo romanzone di 600 pagine, se l’opportunità di vederne comprare i diritti al volo dalla Warner Bros., siano dovute a quei nerd ingenui e brufolosi del passato o piuttosto ai geek smaliziati e miliardari di oggi.

Ernest Cline, Player One, Isbn edizioni, euro 19,90








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 17 novembre 2011