Là dove una volta era tutta zona rossa

Roberto Ferrucci



Una decina di minuti prima ho incominciato a chiedermi che cosa sarebbe successo alle 17.27 precise, qui, in Piazza Alimonda, sei anni dopo. Sono seduto al bar che sta all’angolo con via Caffa, quello con la targa che indica il nome della piazza attaccata lassù, accanto all’entrata, quella targa sotto la quale si bloccò il Defender, quella targa che il giorno dopo qualcuno ribattezzò, con un tratto di pennarello blu, in Piazza Carlo Giuliani, ragazzo. Un’immagine, quella targa, diventata logo e luogo di pace, malgrado tutto. Anche oggi, come allora, una mano anonima ha riscritto la stessa cosa, pennarello nero, stavolta. La piazza è affollata. Cinquecento, ottocento. Chissà. Il numero comunque più elevato dal 2002, primo anniversario. C’è qualcosa di nuovo, forse. Una consapevolezza diversa, sembra. Eppure, un’ora fa, risalendo via Tolemaide per arrivare a incrociare il corteo partito dal Carlini, il tuffo al cuore lo avevo previsto. Troppo riconoscibili quei luoghi (il tunnel dove tanti si imbucarono per fuggire agli assalti a colpi di lacrimogeni, il distributore di benzina che era stato distrutto dai black bloc, l’incrocio dove all’improvviso le forze dell’ordine sbucarono sbattendo i manganelli sugli scudi, rumore sinistro registrato dalle nostre menti come un file digitale indistruttibile), luoghi rimasti apparentemente intatti, addirittura certe scritte sui muri, quasi dissolte dal tempo ma ancora visibili.

Prima di uscire dall’albergo, su internet, un lancio d’agenzia annunciava come fossero non più di 150 i partecipanti al corteo. Eppure, quando inizio a vederli, sulla strada che monta leggermente all’insù, sembrano davvero molti di più, ma potrebbe trattarsi dello schiacciamento della prospettiva. Avanzo, meno lento di quanto si vede fare al corteo. All’incrocio con Corso Torino, laddove ebbe luogo l’agguato da parte delle forze dell’ordine al corteo autorizzato, questa volta non ci sono poliziotti in assetto anti-guerriglia, ma due vigili urbani che chiacchierano accanto a un solo scooterino. Poco più in là due signore chiacchierano sul marciapiede. Sentono la musica venire avanti e una dice all’altra, «il G8, sì dev’essere il corteo del G8», e sintetizzata così, la frase mette i brividi. Il congiungimento fra il corteo e me avviene poco dopo l’ingresso in Piazza Alimonda. Poche decine di metri al contrario, dietro al camion-palco musicale dove un gruppo inizia a intonare Bella Ciao. In piazza, qualche centinaio di persone stanno aspettando il corteo. Sulla scalinata della chiesa un gruppo di ragazzi regge uno striscione, «Governo Prodi vergogna, De Gennaro macellaio». Sono i disobbedienti del nordest.

Il sole picchia, meno torrido di quello di sei anni fa, condito, quella volta, dai gas Cs sparati in quantità nell’aria di Genova. Un sole avvelenato. Soffia una leggera brezza, oggi, di quando in quando. Mancano pochi minuti alle 17.27 e mi domando cosa succederà. Laddove per per un paio di anni, settimana dopo settimana, si era formato quel santuario laico dedicato non a un martire, ma un ragazzo di vent’anni morto ammazzato, ora svetta la torretta del palco soprelevato per la diretta televisiva di La7. Per la prima volta, dopo sei anni, una televisione si occupa di nuovo in maniera approfondita di Genova 2001. Dal camion continuano a cantare. Ecco. 17.27. Venerdì 20 luglio 2001 partì lo sparo. Oggi la musica tace. Ma non per il silenzio. «Non dobbiamo stare in silenzio», dice Haidi Giuliani, la sua voce giunge flebile. Parla di madri che non mettono al mondo figli per farli partecipare a eventi violenti, a guerre. Quando finisce c’è un applauso lunghissimo, che si stende nell’aria come un abbraccio collettivo. Tenero e forte, al contempo. La musica riprende.

C’è qualcosa di diverso, quest’anno, a Genova. L’andamento dei processi, le dichiarazioni di alcuni poliziotti, le telefonate al 113 rese pubbliche, a disposizione di tutti su internet, hanno dato una luce diversa ai fatti del G8 di sei anni fa. Oggi è più difficile, per chiunque, liquidare il tutto con un banale e poco sopportabile «se la sono cercata». Si intravede qualcosa, laggiù in fondo. Se non la verità, almeno un barlume di chiarezza. E non servono commissioni d’inchiesta per questo, ma dare atto a chi, in questi anni, ha lavorato nell’ombra per fare luce, come quel consulente veneto del Legal forum che solo a mezzogiorno si è reso conto che oggi è il 20 luglio. Ha preso la moto, è arrivato qui e fra poco ripartirà. Mi racconta storie incredibili di telefonate di poliziotti non ancora rese pubbliche. Mi racconta episodi e aneddoti. Era in Piazza Alimonda, quel giorno. E quel giorno gli ha cambiato la vita, come a tanti. Per anni si è dedicato alla ricerca della verità. Da volontario. È quasi diventato genovese. Intanto la diretta di La7 è finita. Ha parlato Don Gallo, lassù, per ultimo. Cappello nero e sigaro fra le dita, immancabili. I tecnici, velocissimi, hanno già fatto sparire l’impalcatura. Dietro, all’improvviso, riappare il mausoleo. Ancora più spontaneo, se possibile, messo insieme in queste ore. Mazzi di fiori, tanti, ma anche piccoli striscioni con i nomi di tutti gli altri Carlo Giuliani del recente passato. Giannino Zibecchi, Peppino Impastato, Walter Rossi. E poi mazzi di fiori, e biglietti: «Sei anni non bastano per dimenticare», «Ciao Carlo, sono sei anni che hanno spento il tuo sorriso, ma la tua presenza in me è più viva che mai. Non spengono il sole se gli spari contro!! Emi».

Genova, sei anni dopo e l’aria è, seppur vagamente, diversa. In giro c’è qualcuno che non rimetteva piede qui dal 2001. In tanti hanno rimosso Genova, come se l’avessero cancellata dalla propria mappa intima, un buco nero nella geografia dell’anima. A loro non serve dire Genova 2001 o Genova G8. È sufficiente il nome della città per rievocare l’incubo. Ma, forse, da oggi è diverso. Oggi puoi ritornarci, finalmente, e ritrovarti senza saperlo a fare tutte quelle cose che in quei giorni erano state vietate, precluse, violentate. Può capitarti senza quasi renderti conto, di andare su e giù per i carruggi e sorprenderti di non trovare nessun ostacolo, nessuna grata con dei poliziotti davanti a dirti che no, di là no, tu non potevi entrare nella zona rossa. E le trattorie sono tutte aperte, nessuna sbarrata con tavole di legno per paura, come sei anni fa. Posti nascosti che puoi trovare solo qui, cucina casalinga nove euro tutto compreso, come quella della signora Maria, che stava in piena zona rossa, nel 2001, e le trofie al pesto te le sognavi, impegnato a scappar via, a salvarti la pelle. Chi a Genova non era più tornato può provare per la prima volta il gusto di raggiungere via del Campo senza dover aggirare posti di blocco, e De Andrè, al negozio-museo che sta al civico 29/r, può incominciare a ritornare a evocare i ricordi di una vita intera, e non solo il suo brandello più drammatico. Puoi pure scoprire una libreria, poco oltre, nella malfamata via Pre, Book in the casbah, nome autoironico e consapevole al contempo, conferma che le cose stanno cambiando, a Genova. Una consapevolezza diversa, insomma, che comincia a prendere - forse - le distanze dalla rassegnazione, ti fa andare in giro a scoprirla, Genova. Che a poco a poco sembra ritornare a essere città e non più incubo. E allora fa tutto un altro effetto, la notte, arrivare per caso davanti a Palazzo Ducale, che si apre davanti a te come uno squarcio di bellezza architettonica. La sua immagine notturna si sovrappone a quella di quei giorni, quando era stato scelto come sede degli otto grandi, costretto a un maquillage fasullo, roba da velina da quattro soldi, da programma scollacciato in prima serata. L’immagine si sovrappone e c’è da crederci che, questa, non cancellerà l’altra, no, la memoria è necessaria e mai dev’essere rimossa. Ma ti farà capire che è questo, soltanto questo, il Palazzo Ducale che i genovesi vogliono. E anche tu, finalmente, da oggi. Così come la loro Genova, che vai a guardare dall’alto scoprendo, per la prima volta, che puoi farlo prendendo l’ascensore di Castelletto, con quei versi di Giorgio Caproni, cantore di Genova, che ti accolgono appena oltrepassata l’entrata: «Quando mi sarò deciso di andarci, in paradiso, ci andrò con l’ascensore di Castelletto».

E sopra, eccolo lì, il paradiso di Genova. Senza zone rosse né gialle. Una spianata di case, palazzi e chiese da ammirare senza divieti e nuvole di gas. Si srotola sotto ai tuoi occhi con quei tetti tutti uguali. Pietra d’ardesia, mi dice qualcuno là vicino, scura quando è nuova, color sabbia quando il sole ci è scivolato sopra da un bel po’. Scendi giù dalla Creuza San Girolamo, la gente entra in casa dai tetti, da queste parti, un saliscendi di sei anni, dentro di te, dentro al cuore di chi c’era, sei anni fa. Genova, che oggi sembra poter ricominciare a essere finalmente soltanto Genova. Una città.


Pubblicato su "il manifesto" di domenica 22 luglio. Di Roberto Ferrucci è uscito in queste settimane il romanzo Cosa cambia, ambientato a Genova durante il G8.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 24 luglio 2007