Politica e etica

Arnold Davidson



(A margine di una lezione, Arnold I. Davidson accetta di discutere con noi alcuni temi oggetto dei corsi che da due anni tiene a Pisa come professore di Storia della filosofia politica: piaceri e desiderio, biopotere e sessualità, resistenza e rapporti di forza, etica e politica. Davidson è R. O. Anderson Distinguished Service Professor all’Università di Chicago e il suo iter filosofico è difficile da sintetizzare in poche righe. L’incontro e il lavoro con Michel Foucault segnano i suoi interessi filosofici e ne fanno oggi uno dei suoi maggiori interpreti. Co-curatore dell’antologia degli scritti di Foucault, è anche autore di The Emergence of Sexuality, di prossima uscita in Italia per Quodlibet. Con Pierre Hadot ha pubblicato in francese un testo di conversazioni La philosophie comme manière de vivre, di prossima uscita per Einaudi).

D. Hai insistito molto, quest’anno, durante il corso a Pisa, sulla filosofia come scelta pratica di vita. Perché scegliamo di fare filosofia oggi?

R. Sono stato sempre molto colpito dai filosofi francesi, soprattutto Foucault, ma anche Deleuze, Derrida e tanti altri, che sono riusciti a fare filosofia, parlando anche con il pubblico, senza la necessità di abbassare il livello del discorso. Si pensa che il pubblico non sia capace di capire tutto il discorso, astratto, filosofico. La filosofia è una pratica e i concetti funzionano perché hanno la forza di cambiare il modo in cui vediamo il mondo, gli altri. L’esercizio della filosofia, dunque, come esercizio etico e politico è sempre legato al discorso filosofico. L’atteggiamento di Foucault viene chiaramente dagli studi di Hadot sulla filosofia antica. Secondo Hadot non si può semplicemente riutilizzare l’atteggiamento antico, ma possiamo provare a capire come trasporlo dalla filosofia antica alla filosofia contemporanea e nella vita quotidiana. L’idea che la filosofia, soprattutto nell’antichità, sia una scelta di vita ci dà la possibilità di ripensare lo scopo principale della filosofia. Noi viviamo la nostra vita in modo quasi automatico, la vita diventa invisibile: la filosofia può rendere visibile qualcosa che noi dobbiamo ripensare. Direi, per concludere, che preferisco la filosofia come esercizio e non soltanto come discorso.

D. In che senso l’esercizio etico del sé è un elemento di resistenza al potere?

R. Secondo me, la parola chiave nell’analisi del potere da parte di Foucault è la parola resistenza. Il potere è dappertutto. Resistenza è soprattutto il tentativo di modificare i rapporti di forza. Alla fine della sua vita, quando Foucault comincia a parlare di etica, viene molto criticato: lo si accusa di aver abbandonato la politica. Per me questa è un’interpretazione falsa perché Foucault ha trovato, al contrario, un’altra possibilità di resistenza: partendo dall’etica del sé arriva al cambiamento dei rapporti di forza. Ne L’ermeneutica del soggetto Foucault dice: "è forse un compito urgente e fondamentale, politicamente indispensabile, quello di costruire un’etica del sé, se è vero, dopotutto, che non c’è un altro punto, primo e ultimo, di resistenza al potere politico se non nel rapporto di sé con sé". Ci sono tanti punti di resistenza al potere politico. Se cambio il rapporto con me stesso, avrà effetto sul rapporto con gli altri, vedrò gli altri e il mondo in un’altra maniera. È un cambiamento continuo, un tentativo di rompere le abitudini. È una lotta che è sempre una lotta contro rapporti di forza stabiliti e contro atteggiamenti definiti di noi stessi. Diciamo che questo doppio attacco è il rapporto fondamentale fra la politica e l’etica.

D. Foucault insiste molto sull’idea di inventare qualcosa di nuovo, di trovare nuove fragilità e nuove possibilità…

R. L’idea è che si deve inventare: idea centrale della cosiddetta "estetica dell’esistenza". Compito molto difficile perché non si crea un nuovo sé o un nuovo modo di vivere senza un lavoro che può riuscire o fallire, ma che si deve sempre ricominciare. Un’idea che è anche il motivo per cui, parlando della storia della sessualità, Foucault dice che non c’è il sé sessuale da scoprire, il sé nascosto, il vero sé. C’è il tentativo di creare qualcosa che prima non esisteva e questo è per Foucault il compito etico fondamentale, vale a dire come creare un nuovo modo di vita. L’etica non è soltanto la regola, la legge, l’universalità del comandamento, ma è anche un’attività di creazione di una nuova cultura di sé.

D. Nel momento in cui creiamo una nuova cultura etica del sé, proprio perché c’è un’assidua pervasività del potere, è possibile anche pensare a nuove forme di potere?

R. Quando Foucault dice che il potere non è il male ma è sempre pericoloso, il nostro compito è identificare il pericolo principale che cambia continuamente perché il potere non è inerte, è attivo. una trasformazione del potere. La creazione è individuale senza essere soltanto personale, perché l’individuo è sempre legato ad altri individui. Un compito etico molto efficace dal punto di vista del potere è di agganciare gli esercizi etici agli esercizi etici degli altri e creare uno spazio, un ostacolo, un rovesciamento, che, invece, può essere contrapposto al potere.

D. In uno dei tuoi libri più famosi parli di "emergenza della sessualità", a proposito della Volontà di sapere. Perché la sessualità assume un ruolo così importante nell’analisi del potere e nella scrittura della storia?

R. Prima di tutto c’è un dato storico: la sessualità è diventata un nucleo della personalità. La sessualità è al centro di tutta la psicologia della personalità. È ’nascosta’, ma si esprime dappertutto. Se la storia dovrà essere la storia del presente, il nostro presente è legato alla sessualità. Questo è il motivo storico, ma c’è anche un motivo politico. Quando parliamo della sessualità abbiamo sempre in mente il concetto di repressione. La repressione è il modo in cui si esercita il potere contro la sessualità che presuppone una rappresentazione giuridica e negativa del potere. L’altra faccia del modello giuridico è la liberazione. Il tentativo radicale di Foucault è stato di mostrarci che i concetti di repressione e liberazione sono, in un certo senso, sbagliati dal punto di vista storico-filosofico e storico-politico. Dobbiamo cominciare a pensare alla sessualità non come un aspetto della personalità che viene represso, o liberato, ma come prodotto dal sapere stesso. Il potere produce la sessualità e questo modo di produzione è anche un modo di controllo. Il potere come norma va al di là di ogni legge perché è un modo non giuridico di organizzare un campo accessibile al potere. Noi viviamo in una società normalizzatrice e il modello politico classico non è capace di spiegare quest’aspetto del potere che normalizza. Quindi non c’è la liberazione. Ci sono sempre rapporti di forza, e noi possiamo cambiarli per un’autonomia relativa o per un’efficacia politica rarissima. Si cambiano i rapporti di forza non soltanto aggirando la legge ma cambiando i concetti di norma, normalità, normalizzazione. La sessualità senza la normalità, e quindi senza la perversione, non esiste; è così intrecciata con l’idea di normalità che se potessimo riuscire a farne piazza pulita dovremmo per forza ripensare il rapporto con il corpo senza, forse, il concetto di sessualità. E non sarà per niente facile.

D. Pensavamo a un possibile titolo di questa intervista, parafrasando Foucault: "non siamo repressi". Che ne dici?

R. Già, questo è il titolo di una lezione di Foucault che è stata anche il mio primo incontro con lui durante un convegno, molto strano, alla Columbia University. C’erano Foucault, Deleuze, Lyotard, Guattari, ma anche John Cage. Foucault, prima della pubblicazione della Volontà di sapere aveva scelto questo titolo. Tutti erano sbalorditi, soprattutto a sinistra, chiedendosi "ma come! Davvero non c’è la repressione? A me sembra di sì!". Ma l’idea era invece di criticare nel modo più radicale possibile lo stesso senso di repressione e liberazione. Quando Foucault diceva che il desiderio sessuale non è l’oggetto di repressione del potere ma è l’oggetto creato per esercitare il potere indica un modo completamente nuovo di analizzare il potere.

D. Nella Volontà di sapere c’è la formulazione del concetto di biopotere. Di che potere parliamo quando parliamo di biopotere e che rapporto ha con la biopolitica?

R. Non è per caso che la scoperta del biopotere e della biopolitica sia legata alla sessualità. Per Foucault il biopotere implica due campi fondamentali: il potere sulla vita individuale, sul corpo, e il potere sulla popolazione, sulla riproduzione del corpo sociale. La sessualità è il perno fra il corpo individuale e la popolazione. Se si controlla il corpo dell’individuo e l’attività della popolazione in quanto si riproduce, allora si esercita un certo tipo di biopotere. Foucault ha scoperto il biopotere facendone una storia; non è un concetto filosofico astratto. L’idea di costruire una teoria generale del potere basata sul biopotere, secondo me, è sbagliata perché non si vede neanche la specificità del potere contemporaneo e moderno. I tentativi di organizzare il concetto di biopotere per farne una teoria generale sono molto antifoucaultiani. La necessità di mettere insieme l’analisi storica e l’argomentazione filosofica è centrale in Foucault. Abbiamo oggi la tendenza a riconcettualizzare il biopotere in termini di diritto, ad esempio, alla vita. Ma con questo discorso del diritto non si vede il funzionamento concreto del potere. Foucault ha trovato proprio nei movimenti femministi e gay una visione del potere che non è legata al campo della legge. Il biopotere è un potere sul comportamento, sull’idea di condotta. Per Foucault si comincia da una lotta per i diritti, ma si deve sempre andare al di là perché ottenere il diritto rischia di diventare il momento in cui si smette di lottare. Dobbiamo vedere sotto il diritto una tecnica di potere che controlla soprattutto la condotta. Alla domanda: "se lei non è per la monogamia, allora lei è per la poligamia?", Foucault rispondeva che non era per "nessuna gamia". Non si può chiudere la sessualità, l’amore, in una gabbia prefabbricata e il diritto può essere anche una maniera per ridurre al silenzio il contropotere. Per Foucault questo silenzio è il momento peggiore per chi intenda far politica.

D. Nell’inedito del ’78 Il gay sapere emerge il rapporto fra piacere e desiderio. Se il desiderio è legato al potere, in che senso il piacere è una forma di resistenza al potere?

R. Nella Volontà di sapere c’è la distinzione fra ars eroticae scientia sexualis che, a mio avviso, è molto legata alla distinzione fra piacere e desiderio. Il desiderio è sempre un concetto psicologico e normalizzatore. Il desiderio esprime il vero sé, mentre il piacere non esprime, non spiega niente. Foucault diceva sempre che il piacere non ha una carta d’identità. Se è vero che il potere attuale più pericoloso è legato alle tecniche di normalizzazione e richiede una scienza della sessualità, allora creare nuovi piaceri è un modo di resistere a questo insieme compatto e forte, rendere visibili le linee di fragilità del potere. Non dobbiamo ri-psicologizzare l’idea di piacere, ma condurre un’attività etica e politica difficile. Foucault ha mostrato bene il contrasto fra la psicologia della sessualità e l’arte di vivere: "l’arte di vivere è uccidere la psicologia". L’arte di vivere è arte di creazione, non di un nuovo desiderio che rientra subito nell’ambito della norma, ma di nuovi piaceri.

D. L’intervista Gay sapere contiene la metafora del "risveglio felice": si può tollerare che due ragazzi dormano nello stesso letto; quello che non si tollera è che al mattino dopo si risveglino insieme e vadano via felici…

R. C’è un senso di felicità come componente di un modo di vivere: questa è l’idea che io trovo in Foucault. Quando la felicità diventa uno spazio della cultura di sé non può essere ridotta alla psicologia. La felicità è da scegliere come l’etica è da scegliere. Diceva Foucault: "dobbiamo cercare un’etica dell’inquietudine". L’inquietudine è il modo in cui possiamo combattere l’autocompiacimento, forma in cui rischia di cadere la felicità. L’etica dell’inquietudine prova a creare, anche in risposta all’attualità politica, un certo modo di vivere. Sappiamo bene che quando il potere ci dice che siamo felici, che godiamo di diritti, è proprio quello il momento di pericolosità maggiore. L’attività etica e politica, almeno dal punto di vista di Foucault e dal mio punto di vista, finisce soltanto con la morte.

(In versione leggermente ridotta questa intervista è stata pubblicata su "il manifesto" del 18 luglio 2007)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 23 luglio 2007