Cimitero occidentale

Giulia Crepaldi



"Goldoni e il teatro nuovo" – il filo conduttore della Biennale Teatro di quest’anno è l’incontro tra classico e contemporaneo: avere in locandina un rimando a un grande classico non è un modo per richiamare pubblico?

Un centenario non capita molto spesso. Che Venezia omaggi Goldoni è un atto dovuto. La cultura è fatta anche di una continua "manutenzione della cultura". L’importante è che non si trasformi in una stanca lucidatura degli ottoni. Io ho accettato l’invito di Maurizio Scaparro e della compagnia Pantakin a patto che non mi si chiedesse di riscrivere Goldoni, di prendere un suo testo e pasticciarlo.

Che spettacolo presenta a Venezia?

L’ultima casa. È ambientato in un cimitero. Muratori italiani e stranieri lavorano al suo ampliamento, e dormono dentro i loculi in costruzione perché non hanno altro posto dove andare. Ci sono vedove che vengono a parlare con i mariti morti. Vecchi architetti accompagnati da badanti dell’est europeo. Una specie di trasloco dell’Occidente nella città dei morti. Idealmente mi sono ispirato a La casa nova, una commedia goldoniana che raccontava un altro trasloco, un cambiamento di mentalità generazionale. Ma la mia non è una riscrittura da Goldoni. È una storia completamente nuova, originale.

Perché venire a vederlo?

Oh, si può vivere benissimo anche senza! Credo però sia geniale la lettura che ne hanno fatto il regista Michele M. Casarin e la compagnia Pantakin: loro vengono da una solida esperienza di Commedia dell’Arte, daranno all’ambientazione contemporanea della storia una marcia in più, molto vitale. Per questo spettacolo useranno inconsuete maschere di tessuto.

Maschere?

Sì, maschere: per essere più realistici, e rappresentare quello che succede davvero nella nostra società. Nella vita di tutti i giorni i lavoratori stranieri sono trattati alla stregua di maschere fisse, caratteri stereotipati. Come nel teatro antico, in cui le identità venivano stilizzate in stereotipi: il parassita, la prostituta, il magnaccia, il servo furbo, il vecchio brontolone, il giovane innamorato… Oggi, nella vita, percepiamo gli immigrati con un’analoga genericità che li mette tutti in un mucchio, li confonde uno con l’altro, li priva della loro personalità individuale e li inchioda al loro ruolo, o al paese di origine: "il rumeno", "la badante", "il vu’cumprà", "la nigeriana", "il marocchino"… Gli immigrati sono le nuove maschere, i nuovi tipi fissi teatrali: ma non a teatro, proprio nella realtà!

La drammaturgia contemporanea in Italia: pochi autori o poco interesse da parte del pubblico?

Cinema e televisione hanno aperto le porte agli autori italiani contemporanei, narratori e sceneggiatori, con risultati molto buoni. Il teatro italiano sembra poco interessato a confrontarsi con testi nuovi, mentre abbiamo il culto dei britannici contemporanei, che però cosa fanno? Collaudano decine di nuove produzioni di autori sconosciuti, li mettono in scena a basso costo, e poi fanno girare nei teatri gli spettacoli migliori. Finché i nuovi drammaturghi italiani che hanno la possibilità di verificare sulla scena i loro testi restano quattro o cinque…

Come definirebbe la situazione del teatro in Italia?

È una situazione da tardo impero. Un canone chiuso di classici, sempre quelli, rimessi in scena fino all’esaurimento. Seguo da sempre le produzioni veramente nuove, ma sono messe ai margini, e tranne poche eccezioni girano con difficoltà in circuiti minori. Spero che arrivino i barbari, e che gli anni Dieci del Duemila siano il decennio dei nuovi drammaturghi.

Un augurio per il futuro della cultura in Italia?

Meno televisione, più visionari.


L’ultima casa, prodotto dalla compagnia Pantakin per la regia di Michele M. Casarin, debutterà a Venezia nel corso della Biennale Teatro, il 27 e 28 luglio. Stralci di questa intervista, a cura di Giulia Crepaldi, sono usciti qui.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica libri il 20 luglio 2007