Trane

Sergio Baratto



"Non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo."

Oggi cade il quarantesimo anniversario della morte di John Coltrane. Ieri sera alla radio hanno mandato tutta "My Favorite Things". Anche se tutto sommato era prevedibile, data la ricorrenza, sono rimasto lo stesso piacevolmente sorpreso. Poi la sorpresa ha ceduto il posto all’incanto e alla commozione.

"My Favorite Things" è il pezzo più noto, il più conosciuto anche da chi non ha mai sentito nominare Coltrane. Anche, forse, il più insidioso: perché qui bisogna fare epoché di sigle televisive, pubblicità e proiezioni cinematografiche parrocchiali (in teoria si tratta della cover di una zuccherosa canzone tratta dalla colonna sonora di "Tutti insieme appassionatamente"). Si rischia di sottovalutarne la grandezza, e invece non vale meno dei suoi capolavori successivi.
Di più: in teoria il pezzo non appartiene al novero delle opere mistiche di Coltrane. Eppure io sono da sempre fermamente convinto che esso meriti di entrare a pieno titolo nel canone della musica sacra contemporanea, che non lo meriti meno di altre sue opere – A Love Supreme o Ascension, per citare solo le sue più famose e celebrate.

Al pianoforte di McCoy Tyner il compito di svolgere il rito preparatorio alla preghiera. Un assolo memorabile che mi spacca in due la sanguinella del cuore, che – alle mie orecchie irreparabilmente autodidatte e ignoranti – suona come una "liturgia di cristallo" sui generis, una descrizione del paradiso in cui gli accordi si accendono e scintillano come i blu e i dorati di Simone Martini, come i capelli, le vesti e le ali dei cherubini di Beato Angelico.
Poi viene il turno di Coltrane. Inizia quasi come un lamento. L’attraversa un brivido di tensione, una nota oscura, quasi di paura: la relazione con l’altro mondo è sempre pericolosa, sempre terrificante. Poi il lamento si trasforma in una invocazione. Dite quello che volete, ma a me sembra evidente: il sax soprano sta pregando.
E a un certo momento, quasi di colpo, Si getta in ginocchio e comincia a implorare. È quasi un pianto, ma un pianto amoroso, non disperato. È il bisogno feroce di sentirsi posare sulla testa o sulla spalla la mano larga e paterna di un Dio che non abbia perso la tenerezza.
Ogni volta che arrivo a quel punto fatico a trattenere le lacrime. Una manciata di secondi, 10’:01’’- 11’:30’’.

"John was like a visitor to this planet. He came in peace and he left in peace; but during his time here, he kept trying to reach new levels of awareness, of peace, of spirituality. That’s why I regard the music he played as spiritual music – John’s way of getting closer and closer to the Creator." (Albert Ayler)

Questo è l’inizio, il nucleo magmatico da cui scaturiranno i cantici successivi: le preghiere sommesse di Crescent, l’inno estatico di A Love Supreme – di cui non oso nemmeno parlare, tanto non potrei aggiungere nulla di più a quanto è già stato scritto a proposito di quel capolavoro mitologico. Dico solo che l’invocazione seminale di "My Favorite Thing" torna sempre più spesso e, anche quando si nasconde dietro un’ingannevole, sommessa fragilità ( "Wise One" in Crescent), tende sempre più spesso a trasformarsi in un grido.

In A Love Supreme il grido esplode definitivamente ma riesce ancora a convivere con la preghiera "di parole", lucida, non perde ancora il controllo di sé e trova la sua catarsi nel cantico finale.
In Ascension il grido si trasforma in un selvaggio, ininterrotto urlo corale. L’ascensione ai Misteri conduce alla follia, in fondo. Disgrega l’anima razionale, fa deflagrare la coscienza.

Il giorno che ho comprato Ascension, ricordo che sono tornato a casa prima di cena e l’ho subito infilato nel lettore. Ma in quel momento ero amareggiato, disattento, e l’ascolto non mi ha dato niente. Distrattamente devo aver pensato che somigliava a Free Jazz di Coleman.
Poi, quella notte, quando a casa tutti già dormivano, mi sono messo le cuffie e l’ho riascoltato. Me ne stavo lì per terra, in salotto, al buio, sbattuto come un uovo. L’Ascensione era sconcertante. La bellezza e il canto erompevano incessantemente dal caos e incessantemente nel caos si scioglievano, per uscirne di nuovo trasformati, ripartoriti, rigenerati. Il grido si faceva inno, l’inno grido. Il rumore sbocciava in armonia e riprecipitava nel caos.
E pensavo che era proprio così, nella mia vita, che funzionava così. Che bisogna riuscire a cogliere il luccichio della bellezza nel disordine e nella catastrofe. Scavare, scarnificarsi le dita, sbreccarsi le unghie, farsi strada come un verme di implacabile pazienza. Occorre cercarla continuamente, incessantemente, questa bellezza, nel gorgo. Non ci si deve fermare nemmeno quando si è così stanchi che si ha soltanto voglia di sdraiarsi dove ci si trova, chiudere gli occhi e perdere i sensi. Scavare, scavare, raccogliere brandelli di pace e bellezza, usare il proprio grido come un canto.

"Voglio essere una forza del bene. In altre parole so che esistono forze del male, forze che arrecano sofferenza agli altri e miseria al mondo, ma io voglio essere una forza opposta. Io voglio essere la forza con la quale fare veramente del bene."

Se devo per forza temere un aldilà, allora voglio il Dio di Coltrane. È l’unica divinità che sarei capace di amare.

God breathes through us
so gently we hardly feel it.
ELATION-ELEGANCE-EXALTATION
All from God.
Thank you God. Amen.








pubblicato da s.baratto nella rubrica musica il 17 luglio 2007