Uno a zero per noi

Sergio Baratto



Per i più pigri o i meno scafati: talvolta non c’è bisogno di andare a scavare negli strati profondi della Rete, là dove si nascondono i cosiddetti siti di controinformazione – quelli che dedicano pochissima attenzione alle tasse e danno invece moltissima importanza a presunti crimini del Potere di cui né il TG1 né il TG5 hanno mai fatto menzione.
Per esempio oggi basta andare sul sito di Repubblica, e precisamente qui, per poter leggere alcuni stralci delle telefonate arrivate alla centrale operativa della polizia di Genova durante il G8. Ma, soprattutto, queste telefonate si possono ascoltare: qui ci sono gli audio prodotti dagli avvocati delle parti offese nel processo per le violenze alla scuola Diaz.

Per esempio si possono sentire due agenti (lui e lei) che tra una moina e l’altra parlano dei manifestanti anti-G8:
"…Tutti ’sti balordi… queste zecche del cazzo…"
"Speriamo che muoiano tutti... tanto uno già... vabbè… 1 a 0 per noi, eh?"

Il che, tutto sommato, non è particolarmente sconvolgente: credo che non fosse tanto difficile neanche prima immaginarsi il tenore di certi discorsi. La differenza – almeno per me – sta nel fatto che, ascoltandoli dalla viva voce dei poliziotti, fanno molto più incazzare.

Ma se ne sentono anche di molto più grosse: come Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova, che mentre parla al telefono dice rivolto ai suoi uomini: "Oh ragazzi le molotov non lasciatemele qui...".
Se mai esistesse ancora qualcuno che non lo sa, è bene specificare che le "molotov" cui allude Mortola furono portate dai poliziotti alla Diaz per giustificare l’irruzione e la macelleria di quella notte.

Per completare il tutto, consiglio a tutti di accompagnare l’ascolto delle telefonate con la lettura dell’editoriale che il Corriere publicò sei anni fa, la mattina del 22 luglio 2001, poche ore dopo la macelleria. All’epoca lo conservai, lo ripropongo qui di seguito. È di Francesco Merlo (che oggi, ironia della sorte, scrive su Repubblica), ma sarebbe potuto essere di qualsiasi altro giornalista e comparire su molti altri quotidiani. È solo uno dei tanti possibili esempi:

LE COLPEVOLI INDULGENZE

Solo oggi potremo valutare gli scopi e gli esiti della durissima perquisizione notturna e degli ultimi arresti della polizia a Genova. Ma chi ha seguito le apparizioni in tv di Vittorio Agnoletto o di Luca Casarini, i capi italiani della protesta, avrà notato che, sempre, schierato alle loro spalle, c’era una sorta di brain trust della piazza genovese, nel quale spiccavano i funzionari di Rifondazione, facce note del Palazzo, il tavolo di consulenza del chiasso antiglobalizzazione. Mai Bertinotti, Casarini e Agnoletto hanno isolato, consegnato alla polizia, o smascherato e allontanato uno dei provocatori che, armati e calzati di rabbia, scarponi e telefonino, si mimetizzano come i vietcong nella giungla, compagni tra compagni, indistinguibili fino alla vestizione d’attacco, alla tuta nera e al passamontagna, che è lo stesso gesto dei mafiosi quando vanno a colpire: "Dumani calamu", "domani ci caliamo il passamontagna". Ecco: non denunziare le Tute nere equivale a non denunziare i mafiosi. E’ la stessa complicità dei collaborazionisti di mafia, l’identica omertà. Ed è di questo che oggi dovrebbe rispondere, moralmente e politicamente, Bertinotti: "concorso esterno" in terrorismo urbano. E con lui tutte le belle animelle del brain trust. I registi, per esempio, che hanno cercato a Genova un’altra terrazza romana, gli Scola e i Monicelli. E i cantanti dell’ovviamente vacuo, quelli che una volta amore faceva rima con cuore e ora piazza fa rima con mazza, i Jovanotti e i Bono. Persino alcuni parroci, quelli che i ricchi non passano per la cruna dell’ago e i cammelli sì, come don Andrea Gallo che ha denunciato "l’imboscata della polizia" e padre Vitaliano Della Sala, secondo cui "le sole Tute nere sono i carabinieri". E poi Grazia Francescato, che anche nella piazza di Genova cercava gli angeli custodi, ed Ermete Realacci, che era il facente funzione di chi si vergognava di presenziare, e quei Ds amletici che contestavano l’evento da loro stessi organizzato. E’ questa la rete delle benevolenze colpevoli. Questi signori dell’indulgenza hanno usato la piazza contro la civiltà dell’agorà, vale a dire il luogo del raduno per discutere, per fare trattazioni, per giudicare, il luogo della filosofia, della giustizia e dell’economia e, per noi mediterranei, anche il luogo della conversazione che, direbbe Vittorini, è il dato costitutivo della più alta convivenza civile. Perché non hanno fermato il corteo di ieri per non concedere nuovi alibi ai violenti? Con variegato accento, ieri tutti loro hanno gridato non che la polizia ha qualche volta ecceduto: un eccesso di violenza preventiva nel quale si nasconde il funesto ricordo del giorno prima, quando le Tute nere avevano assaltato la camionetta dei carabinieri, isolandola e intrappolandoli, senz’altra via d’uscita alla furia che la furia, il panico, la morte. Invece tutte le faine della condiscendenza hanno urlato che la polizia è mefistofelicamente complice dei provocatori, agenti segreti conradiani, pedine losche dei reazionari di Stato e degli strateghi della tensione, senza mai dubitare d’avere invece, proprio loro, fissato a quel ragazzo l’appuntamento con la morte. E non vedono che i giovani carabinieri non sono neppure più quelli di Pasolini, che avevano alle spalle padre contadino e madre casalinga e dovevano vedersela con l’impiego fisso. I poliziotti d’oggi hanno avuto la loro agiata adolescenza, non hanno spettri infernali in cui temono d’essere risucchiati per colpa del comunismo piazzaiolo, non sono la polizia fascista di Scelba o di Tambroni, e neppure gli amerikani del ’ 77, quelli di Kossiga-Pekkioli. Con qualche tatuaggio e qualche spinello in meno, sono uguali ai manifestanti no global. Insieme cercano miti e riti di transizione, lavacri e battesimi di storia, un sessantotto, un’esperienza "globale" da custodire nel marsupio della vita. Il giovane che ha sparato ha la stessa fragilità del giovane che voleva tirare l’estintore: sul ring si colpisce per no n essere colpiti. Il morto non è, come dice il suo dolce e disgraziato papà, "un combattente della giustizia", ma un marinaio disorientato che cercava il suo naufragio. E il vivo non è un omicida volontario, ma un altro naufrago, risucchiato nel gorgo del primo.
(F. Merlo, "Il Corriere della Sera" , 22 luglio 2001)








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 6 luglio 2007