Sirene d’allevamento

Carla Benedetti



Tutta la forza di Sirene, breve romanzo di Laura Pugno (Einaudi, pp. 147) sta in un’invenzione bruciante e terribile, che non si può riassumere senza rovinarne la lettura. Cerco perciò di parlarne senza svelarla del tutto. Esso ruota attorno a un’idea centrale che affascina e turba nello stesso tempo, forse perché va a toccare zone buie in cui stanno i presupposti inquietanti della società che conosciamo.

Qui le sirene non sono più figure mitiche, ma concrete e biologiche creature, che vengono allevate, rinchiuse, narcotizzate, e anche incatenate da guinzagli elettrici per permettere all’uomo di avvicinarle. Ulisse invece aveva legato se stesso per ascoltarne il canto.

Del passaggio di Ulisse incatenato davanti alle sirene Horkheimer e Adorno fecero un emblema della dialettica dell’illuminismo (vedi il primo "Excursus" della Dialettica dell’illuminismo, trad. it. Einaudi). In quel mito essi leggevano il dominio che la "società virile" esercita sulla natura, e che ha per presupposto la repressione delle passioni (la natura interna all’uomo). Vi leggevano la barbarie che è insita in quella pretesa di assoggettamento della natura, che finisce per fare della donna e dell’animale un’immagine di quella stessa natura da dominare (si veda anche il frammento su "l’uomo e l’animale" contenuto nello stesso libro, in cui si sostiene che gli animali sono ciò che gli ebrei erano per il nazismo). Sirene affonda in questo stesso "dominio virile" sulla natura, sulla donna e sull’animale, ma portandolo al suo limite di specie, facendolo deflagrare in una sorta di voracità terminale che abita l’uomo prossimo alla fine.

Siamo infatti in un mondo al termine, in cui scarseggiano le risorse, i viveri, e dove persino il sole è diventato mortale. La popolazione è decimata da una nuova epidemia di "cancro nero" che si trasmette anche per contatto. La specie umana non ha più una lunga speranza di vita e si rifugia in bunker, oppure sotto l’oceano. "Underwater" è il nome della città in cui sopravvivono pochi privilegiati, assediata da folle di contagiati. Tutte le sue strutture economiche, alimentari e sanitarie sono in mano alla mafia (la yakuza) e alle sue gerarchie rigorosamente maschili. In questo mondo di morituri tutto ciò che è femmina - che si tratti di femmina umana, animale o mezzo-umana - è soggetto a un dominio totale e sanguinoso: ridotto o a "carne da monta" o a "carne da macello" o a entrambe le cose.

E’ un mondo futuro, ma che quasi non si può nemmeno più considerare frutto dell’immaginazione fantascientifica tanto è vicino al nostro nelle sue tendenze già visibili. Perciò forse qua e là si rimpiange il mancato sviluppo di un organismo narrativo proporzionale alla forza della sua idea centrale, che si liberi in zone non "garantite" dal genere fantascientifico. La società che ci circonda è già così avanzata nell’orrore che l’immaginazione fantascientifica rischia di diventare realistica, e il romanzo della Pugno ci fa toccare questo limite, senza però valicarlo. Ma si tratta di un libro potente, di grande forza visiva, capace di comunicare inquietudine, e che si chiude con un finale altrettanto potente - ma da non rivelare qui.

(Pubblicato, in versione più breve, su "L’espresso" del 15 giugno 2007. Di questo libro ha già scritto ampiamente qui anche Tiziano Scarpa)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 4 luglio 2007