Reazioni all’appello per Pasolini

Carla Benedetti



Perché in Italia c’è tanta resistenza a far luce sull’atroce omicidio di Pier Paolo Pasolini? E’ una domanda che nasce spontanea in molti di coloro che hanno firmato l’appello internazionale per la riapertura delle indagini, presentato all’Audiotorium di Roma il 19 giugno, in una conferenza stampa.

Diversi giornali, anche stranieri (qui l’articolo del "Times") hanno riportato la notizia. Il "Corriere della sera" ha pubblicato in prima pagina un articolo sull’argomento, senza però dire che l’iniziativa viene dal mondo della cultura, italiana e internazionale, non da quello della politica. L’appello, che è stato scritto e promosso dalla rivista "Il primo amore" (non da Walter Veltroni come si lasciava intendere in quell’articolo) è stato firmato da circa mille persone, tra cui tante personalità della letteratura, del teatro, del cinema, dell’università, dell’editoria, e da tantissimi cittadini italiani, europei e non europei. Da scrittori come Andrea Camilleri, Roberto Saviano, Dacia Maraini, Bernard Henry-Lévy, Carlo Lucarelli, Valerio Evangelisti, Vincenzo Consolo, Enzo Siciliano, dall’argentino Esteban Nicotra (che lo ha tradotto in spagnolo e fatto circolare nel suo paese e in Spagna) e da tanti altri. Da registi come Luca Ronconi, Gabriel Salvatores, Marco Tullio Giordana, da critici teatrali come Franco Quadri, da giornalisti come Paolo Di Stefano, da attori come Michele Placido, Marco Baliani, Fabrizio Gifuni. La lista completa delle adesioni è ora pubblicata sul N. 1 della rivista "Il primo amore" ed è stata inoltrata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

I firmatari dell’appello sono intellettuali e cittadini che hanno a cuore la verità, solamente la verità, convinti che far luce su quel delitto, i cui responsabili e mandanti sono ancora ignoti, sia una forma di rispetto per la figura di Pasolini. Questo rispetto viene sempre invocato per ogni vittima di un omicidio ancora oscuro. Perché invece sembra così difficile farlo valere per uno scrittore, regista e intellettuale della forza e della risonanza di Pasolini, la cui parola e espressione ha valicato i confini di questo paese? Perché dovremmo lasciare che proprio l’assassinio di uno delle figure più rappresentative della cultura italiana resti non chiarito, che la verità sui veri responsabili e sulle vere ragioni per cui è stato ucciso continui a restare avvolta nel mistero?

Subito dopo quell’articolo ci sono state infatti sul "Corriere" e sul "Foglio" alcune voci che hanno parlato contro la riapertura delle indagini. Marco Pannella ha sostenuto che tornare a indagare sulle vere modalità di quel delitto significherebbe rubare a Pasolini anche la sua morte, Camillo Langone ha scritto che ciò significherebbe rompere il bel mistero che l’avvolge.
Se ne è parlato anche nella tramisione di Radio 3 "Fahrenheit",in cui c’è stato un confronto tra il giornalista del "Foglio" e me.

Parlando a nome degli amici del "Primo amore" e per rendere più chiare le ragioni di quell’appello, vorrei ricordare che per decenni è stata diffusa una ricostruzione ufficiale di quel delitto (rissa omosessuale tra due persone) che oggi non regge più.

A dire la verità, non è mai stata in piedi, nemmeno per il tribunale di primo grado, che infatti condannò il Pelosi assieme a ignoti. Non ha mai retto per chi ha svolto negli anni alcune documentate contro-inchieste, raccogliendo indizi e testimonianze che oggi sappiamo essere state trascurate o addirittura ignorate dagli inquirenti. Non ha mai retto per chiunque abbia prestato attenzione alla vicenda e ragioni secondo la logica (come ricordava Dacia Maraini alla conferenza stampa del 19 giungo, come poteva il Pelosi, arrestato subito dopo il delitto, avere un vestito lindo, senza macchie di sangue, e il suo corpo non portare nessun segno di colluttazione, nonostante il corpo a corpo feroce che quella versione ipotizzava?) Ma a maggior ragione non è più credibile oggi, dopo che il reo confesso ha dichiarato di essersi accusato del delitto solo perché sotto minaccia, e dopo che è stata resa nota la testimonianza filmata di Sergio Citti (che a suo tempo gli inquirenti non hanno mai ritenuto di dover interrogare), da cui emerge che Pasolini la notte in cui è stato ucciso aveva un appuntamento con chi avrebbe dovuto restituirgli la pellicola del film "Salò" rubata a scopo di ricatto. Oggi all’opinione pubblica, nazionale e internazionale, la versione della rissa omosessuale appare non solo non credibile, ma anche come una copertura, servita a sviare le indagini e a coprire un altro tipo di delitto.

E’ dunque rispetto per Pasolini continuare a avallarla perché poeticamente più bella?

Oppure è rispetto per chi è stato massacrato in quel modo, a colpi di spranga o di altri corpi contundenti, sostenere che Pasolini stesso ha organizzato la propria morte per entrare nel mito? Anche ammettendo per assurdo che quella del suicidio per mano di terzi sia una congettura plausibile (l’ha espressa in diversi libri Giuseppe Zigaina, ma fondandosi su speculazioni letterarie, ricavate dall’analisi di testi poetici di Pasolini, non su fatti e indizi), davvero non si capisce come essa possa essere invocata contro la riapertura di un’inchiesta che accerti finalmente la verità, qualunque essa sia. Una verità non solo per i tribunali ma anche per il discorso pubblico e per la storia..

Non c’è nessuna dietrologia o fascino per i complotti in questa richiesta di ulteriori indagini. " Noi non sappiamo – si legge nel testo dell’appello - se a far tacere uno degli artisti più fervidi e una delle voci più scomode e tragiche di questo paese sia stata una decisione politica". Quello che però sappiamo è che l’assassinio di Pasolini va ad allungare la lista impressionante di omicidi, attentati, sparizioni, finti suicidi e finti incidenti di cui è costellata la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi e che, a decenni di distanza, non sono stati ancora chiariti. Perciò chiediamo con forza che quelle indagini vengano finalmente svolte.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica appello Pasolini il 2 luglio 2007