Nec reges nec potestates #5

Sergio Baratto



"Durante il mio soggiorno nel convento dei frati Minori di Parma, quando ero già sacerdote e predicatore, si presentò un giovane del luogo, di famiglia di basso rango, illetterato e laico, idiota e stolto, di nome Ghirardino Segalello e chiese di essere accolto nell’ordine. Costui, non essendo stato esaudito, se ne stava tutto il giorno, quando gli era possibile, nella chiesa dei frati a meditare ciò che poi, nella sua stupidità, mise in atto." (Salimbene de Adam, Chronica)

È all’incirca il 1260, quando Gherardo Segarelli bussa inutilmente alla porta del convento. Come può un ventenne incolto e di basso ceto, figlio di bifolchi del contado, pensare di poter essere accolto nel glorioso Ordine fondato da Francesco d’Assisi, tra i "dottori chiarissimi ed espertissimi"?
Certo però i frati non possono cacciarlo dalla chiesa. Perciò Gherardo vi si chiude letteralmente dentro e passa il tempo contemplando in silenzio gli affreschi sulle pareti. Vi sono raffigurati gli apostoli "con i sandali ai piedi e i mantelli tirati indietro sulle spalle". Ecco, deve pensare Gherardo nel silenzio della chiesa, farò come loro, anche se i frati non mi hanno accettato, niente mi impedisce di vivere poveramente come loro. Si lascia crescere barba e capelli, abbandona i suoi abiti per un saio di panno ruvido e, tornato al borgo, vende la piccola casa che possiede (il che fa pensare che non sia di rango così basso come Salimbene vorrebbe far credere). Quindi torna a Parma e distribuisce ai passanti il ricavato della vendita. Dice semplicemente: "Chi vuole questi soldi li prenda e se li tenga". Il disprezzo per il denaro si trasforma nel racconto di Salimbene in disprezzo per i poveri: perché, secondo il francescano, Gherardo avrebbe dovuto scegliere i destinatari, evitando di beneficare bestemmiatori, perdigiorno e altra marmaglia.
Ora Gherardo non possiede più nulla. Come Francesco d’Assisi una cinquantina d’anni prima, non ha vestiti di ricambio né un tetto. Ma non finisce qui: sempre secondo la Cronaca, per simboleggiare la propria rinuncia al mondo, si mette a giacere in una culla avvolto nelle fasce come un neonato e succhia "il latte dalle mammelle di una donna". Si potrebbe pensare che sia un aneddoto apocrifo, creato a scopo diffamatorio. Eppure, perché Salimbene dovrebbe mentire? È un testimone oculare, conosce bene gli atti e le parole di Gherardo e, più che fabbricare falsità, tende a interpretare e stravolgere il senso dei fatti. Comunque sia, ciò che nelle intenzioni del frate dovrebbe servire a confermare la vergognosa stupidità del Segarelli, si trasforma in una sorta di "fioretto" vivace e persino commovente.
Lo stesso vale per l’altro rito cui Gherardo si sottopone: ospite di una vedova, la convince a lasciar giacere la figlia (nubile e procace, specifica Salimbene) con lui. I due si coricheranno nudi nello stesso letto, e Gherardo verificherà se è davvero capace di conservarsi casto. Una prova titanica cui nemmeno la giovane rinuncia (ancora Salimbene: "la madre acconsentì dicendosene felice, e la ragazza non si tirò affatto indietro").

La storia di Gherardo inizia dunque in un’atmosfera quasi boccaccesca. Si sarebbe tentati di non prenderlo sul serio, di vedere in lui solo un eccentrico, un "matto di paese" o – come dice Salimbene – "un buffone idiota e stolido". Il giovane asceta vaga per le vie di Parma, vestito come un mendicante. A chi lo incrocia dice soltanto una parola: "Penitençagite". Un neologismo dettato dall’ignoranza: "Non sapeva infatti dire ’Penitentiam agite (Pentitevi)". L’accusa nei suoi confronti si fissa sulla forma ed evita accuratamente il contenuto. A Salimbene interessa rilevare come Gherardo non sia capace di parlare correttamente in latino. Nessuna considerazione, invece, sul senso profondo della formula.
Così stupido tuttavia non deve essere, dal momento che presto altri cominciano a seguirlo. Com’è possibile altrimenti che intorno a un giullare mezzo scemo in poco tempo si formi una comunità di una trentina di confratelli? Il malevolo cronista lo scrive esplicitamente: "I miei concittadini di Parma davano loro elemosine in maggior quantità e più volentieri di quanto ne dessero ai frati Minori e Predicatori". Eppure, aggiunge in tono costernato, Gherardo e i suoi non lavorano, non pregano per chi li aiuta, non dicono messa, non predicano, non cantano l’ufficio, non confessano né dispensano buoni consigli. Non fanno altro che andarsene in giro per la città tutto il giorno, standosene oziosi a guardare le donne che passano.
Le autorità ecclesiastiche, alla cui valutazione Gherardo e i suoi hanno con umiltà e obbedienza sottoposto il proprio apostolato, devono pensarla in modo diverso, dal momento che non bloccano in alcun modo l’attività del gruppo e, anzi, lo esortano a proseguire attenendosi ai propri intenti originari: non possedere case, andare per il mondo, i capelli e la barba lunghi, senza copricapo, a predicare la penitenza e a praticare la povertà. Difficile dire cosa differenzi i fratres di Gherardo dall’esperienza originaria di Francesco d’Assisi e dei suoi primissimi seguaci.
La popolarità degli Apostolici si diffonde sempre di più; dalla marca anconetana alle città dell’Emilia Romagna è tutto un fiorire di nuclei di confratelli. Ma con la crescita progressiva del gruppo, si fanno più pressanti i problemi organizzativi. Com’era accaduto a Francesco, la creatura di Gherardo comincia a sfuggirgli di mano. Da più parti gli viene chiesto di sancire la propria prelatura, di assumere ufficialmente le redini della comunità. Gherardo rifiuta, s’infuria, condanna il concetto stesso di gerarchia e comando. Salimbene: "Non ne voleva sapere di essere capo". Saranno altri a prendere le redini del nascente Ordine, scatenando di lì a poco contese e risse interne. Il dissenso sfocia in una sorta di adunata collettiva di tutti gli Apostolici al cospetto di Gherardo, da cui probabilmente vorrebbero una parola definitiva, un’assunzione di responsabilità gerarchica. La reazione di Gherardo merita di essere raccontata. "Riunitisi da diverse parti, vennero per vedere il loro fondatore e ne tessero tante e tali lodi che egli stesso ne rimase sbalordito". Di fronte a una devozione troppo simile alla sudditanza, Gherardo reagisce con stupore e sgomento. Per tutta risposta, riunisce la gente in una casa e ordina a tutti di spogliarsi. I presenti ammucchiano i propri vestiti al centro della stanza e poi, completamente nudi, si addossano alla parete. Viene fatta entrare una donna, che raccoglie i panni deposti per terra e li ridistribuisce a caso. La presenza di una femmina, "origine del peccato, arma del demonio", fa vedere a Salimbene solo l’impudicizia della situazione. Eppure anche Francesco d’Assisi si era denudato sulla pubblica piazza…

Ma si avvicinano tempi cupi. Il fiorire dei movimenti religiosi pauperistici costituisce un potenziale pericolo per la stabilità dell’istituzione ecclesiastica. Già nel 1274, a Lione, i padri conciliari avevano adottato le prime misure per bloccarne la proliferazione. La spinta "dal basso" verso un modo diverso di vita spirituale, che perdura ormai da un secolo, dev’essere fermata; le realtà esistenti vanno regolamentate, incanalate, poste sotto stretto controllo. Nel marzo del 1286, papa Onorio IV impone a tutti gli ordini sorti dopo il 1215 di sciogliersi e confluire in una delle due religiones approvate dalle autorità: i Francescani o i Domenicani, la cui fedeltà e disponibilità a farsi strumento diretto delle politiche pontificie è fuori dubbio. Chi si rifiuta rischia il carcere. Di più: si ritrova suo malgrado sospinto nel campo dell’eterodossia. È il caso degli Apostolici. La refrattarietà a lasciarsi assorbire dai Minori fa sì che, agli occhi delle istituzioni ecclesiastiche, essi appaiano come una loro replica inaccettabile.
Da questo momento in poi, per Gherardo e i suoi comincia un inesorabile processo di ereticazione. Gli stessi atteggiamenti e le stesse scelte di vita radicali che avevano determinato la nascita del movimento apostolico vengono ora reinterpretati in chiave sovversiva: la pratica della povertà e il rifiuto di ogni istituzionalizzazione delineano agli occhi degli inquisitori un’attività di predicazione contro la Chiesa e il suo Magistero. Altre accuse si aggiungono. Poiché tra loro vi sono anche alcune donne, gli Apostolici sono dei fornicatori. Peggio ancora: sono sodomiti, "soprattutto poi i più vecchi coi giovani… e per questo sono degni del rogo e del carcere", scrive Salimbene.
Sono parole profetiche. Salimbene muore nel 1287, senza conoscere il destino finale di Gherardo e dei suoi confratelli. Cominciano le persecuzioni, i primi arresti. Le autorità comunali e in alcuni casi persino vescovili, che inizialmente avevano guardato con simpatia all’esperienza apostolica, cambiano nettamente atteggiamento. Gherardo viene incarcerato con molti altri dei suoi. Nel 1294 quattro Apostolici, due uomini e due donne, vengono bruciati a Parma: il processo di ereticazione può dirsi compiuto.
Gli interrogatori dell’inquisizione continuano. Fratel Zaccaria, uno degli imputati, conferma sotto tortura le accuse di sodomia e fornicazione: "Richiesto se un uomo possa toccare una donna che non sia sua moglie e una donna possa toccare un uomo che non sia suo marito e palparsi vicendevolmente nelle zone impudiche standosene nudi e se ciò possa essere fatto senza ombra di peccato, rispose che un uomo e una donna, sia pur non uniti in matrimonio, e un uomo con un uomo e una donna con una donna possono palparsi e toccarsi vicendevolmente nelle zone impudiche e in altre parti del corpo standosene nudi… Richiesto se tali palpeggiamenti impudichi e carnali siano meritori o demeritori, affermò che non presentano in sé peccato mortale e possono essere fatti senza peccato".
Altre confessioni: Gherardo e i suoi avrebbero continuamente tuonato contro la ricchezza della Chiesa, portando a chi li andava a sentire la massima evangelica "se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri" come esempio da contrapporre alla corruzione della Curia romana.
Libero amore, predicazione anticlericale, rifiuto di ogni autorità, ostinata rinuncia a ogni possesso per vivere tra i pidocchi e la sporcizia: le loro perversione diabolica è palese, le prove raccolte dagli inquisitori più che sufficienti. Il Segarelli non è un santo, un erede spirituale di Francesco, ma un eresiarca.
Il 18 luglio del 1300 Gherardo viene arso vivo sulla pubblica piazza. È l’anno santo, l’anno del primo Giubileo e della grande indulgenza.

Mentre a Parma si alza il fumo del rogo di Gherardo, alcuni suoi discepoli, ormai ridotti alla più totale clandestinità, fuggono in Dalmazia, si riorganizzano. Scelgono una nuova guida, altrettanto carismatica di Gherardo: ma stavolta si tratta di un vero capo, pronto alla bisogna persino a impugnare la spada. Il suo nome è Dolcino, ma questa è un’altra storia.

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Bibliografia e fonti:

G. G. Merlo, Eretici ed eresie medievali, Il Mulino, Bologna 1989
R. Orioli (a cura di), Fra Dolcino. Nascita, vita e morte di un’eresia medievale, Jaca Book, Milano 2004
R. Orioli, Venit perfidus heresiarcha. Il movimento apostolico-dolciniano dal 1260 al 1307, Ist. Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1988

Il sito del Centro Studi Dolciniani è assai ricco di materiali sul movimento degli Apostolici: qui gli atti di un convegno su Gherardo Segarelli.

[5 - continua. Qui le parti precedenti.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 28 giugno 2007