Librerie

Maria Pace Ottieri



Un libraio è un re, un re non può essere un libraio, diceva il Signor Kien, grande ed eccentrico studioso che vive solo per i libri, protagonista di Autodafé, libro d’esordio di Elias Canetti. Oggi si potrebbe dire il libraio è un eroe, ma un eroe non può essere libraio.

In un paese dove come è noto si pubblica molto e si legge poco, il suo compito è una sfida quotidiana. Un eroe mandato al fronte di una guerra tra eserciti di libri che si contendono l’esiguo territorio della libreria, schiacciati tra le esigenze di vendere dei grandi imperi editoriali in lotta tra loro e le minoranze dei piccoli editori soverchiate dalla potenza dei primi. Il lavoro di libraio è oggi molto più complesso, i libri centuplicati, le case editrici moltiplicate, un’amministrazione più articolata nonostante i computers.

Sono una lettrice forte, ma non da sempre. Ho cominciato a leggere tardi, dopo i vent’anni. Per tutta l’adolescenza mi sono difesa dalla mia famiglia di scrittori, editori, distributori e librai facendomi vanto del non avere bisogno dei libri se non di quelli necessari al naturale progredire degli studi. Pensavo che l’unico modo per differenziarmi fosse quello di attingere l’esperienza dalla vita, dai rapporti con gli altri, dai viaggi, piuttosto che dalle parole scritte.

Di solito la lettura precede lo scrivere e l’impulso a scrivere è quasi sempre scatenato dalla lettura. Leggere, amare la lettura, è quello che ti fa sognare di diventare scrittore. E più tardi, dopo che si è deciso di provarci, a scrivere, leggere libri scritti da altri e rileggere i libri preferiti, rappresenta un’irresistibile alternativa allo scrivere mista a consolazione, rovello, ispirazione.

A me è successo il contrario, ho cominciato a scrivere per stupore, buttando giù la sera il diario di un viaggio insolito, sul portapacchi di una mobylette, un motorino, guidato da un amico musicista africano, un viaggio da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, allora Alto Volta, un piccolo paese dell’Africa Occidentale, verso il nord del paese, fino alle soglie del deserto. Solo più tardi mi è diventato necessario cercare nei libri gli infiniti modi di comporre le parole, imparare a mettere sulla carta le parole migliori, le più precise a rappresentare cose e persone, a ritrovare gli stessi momenti d’essere vissuti e raccontati in mille modi diversi.

Da allora leggo molto, per lavoro, per passione, e per compulsione, anche le etichette dei barattoli e delle bottiglie o i libri di cucina quando mangio da sola. Perdersi in un libro, il vecchio detto, non è pigra fantasia, ma un modello di realtà che dà assuefazione. Ma devo confessare che mi è rimasta di quella stagione difensiva un rapporto ambivalente nei confronti delle librerie. Sì le librerie mi attraggono irresistibilmente, sono i primi negozi in cui entro in una nuova città, spesso gli unici, e mi danno nello stesso tempo una grande ansia.

L’ansia dell’immensità, della vastità di uno spazio che ti sopraffà, come da bambini può apparire un lungo corridoio di una casa sconosciuta, o senza metafora, la biblioteca di casa propria, da cui per ansia di non riuscire ad assorbirla, si scappa lontano.

Non ho ancora letto che una piccola parte dei tanti libri accumulati, come faccio a chinarmi sui nuovi? Posso saltare a piè pari interi decenni di letteratura italiana per inseguire l’ultimo scrittore indiano, l’ultimo irlandese, l’ultimo cinese? Eppure una cospicua parte di letteratura italiana fra il Trenta e il Cinquanta, che scopro fra i libri ereditati, nelle librerie è invisibile e dunque cancellata. Ci sono tanti libri italiani di cui il giovane e magari accanito lettore di Baricco o di Nove non sospetta neppure l’esistenza e che in libreria non vedrà mai esposti o non sentirà mai suggerire. Chi non li conosce dovrebbe almeno poterli vedere perché gli nasca la curiosità di aprirli e di domandarsi chi li ha scritti e infine magari di comperarli per continuare a leggerli a casa.

Papini, Alvaro, Zavattini, Brancati, per dirne alcuni. A meno che non ci sia una specifica azione di ripescaggio di una casa editrice sufficientemente autorevole da imporne l’attenzione, come fa Adelphi con Manganelli, Landolfi o Savinio. Ma questo succede anche con libri di oggi. Il più bel libro che ho letto l’anno scorso, Rosso, dello scrittore tedesco Uwe Tim, non l’avrei mai scoperto in libreria se non lo avessi incontrato per altre vie.

La sensazione dell’incalzare dell’attualità è insieme propria, personale, e oggettiva e certo la libreria non ne ha colpa se non come cassa di risonanza, luogo fisico dove le ultime uscite spingono via i vecchi libri ma anche i nuovi, più lenti, o nati vecchi perché non si dà loro il tempo di crescere armoniosamente. Si ha un po’ l’impressione di entrare in una megalopoli asiatica dove ci si aggira tra edifici giganti appena costruiti e rovine dell’antichità, senza più memoria della sua storia recente. Mi piacerebbe che senza i best seller a fare da percorso obbligato, si potesse riprovare il senso di una scoperta, come era un tempo, quando in libreria era il tuo occhio che cadeva su una copertina, non il cartello "novità" che ti imponeva la sua scelta. Mi piacerebbe che le librerie, specie quelle grandi, non si presentassero con gli stessi libri sovraesposti, lungo tutta l’Italia.

Si potrebbe istituire un calendario del libraio con al posto dei santi un autore dimenticato al giorno e quel giorno dedicargli un pezzo di vetrina o fargli posto sui banconi centrali sottraendolo ai libri con le scritte dorate in rilievo. O come fa il "Il Primo Amore", rilanciare con la dicitura Anticipazioni grandi libri del passato.

Certo a quest’obiezione si può sempre rispondere che si salva chi lo merita, ma qui non si parla di valori, bensì di visibilità. E si potrebbe controribattere che ogni offerta genera la sua domanda.Il libraio ha una responsabilità in questo, anche se è solo il punto finale di un sistema che certo non dipende da lui, ma dalle regole del mercato, condizionate e condizionanti il grado di cultura di un paese e la pressione editoriale.

Proprio perché il libraio è il primo a non avere il tempo di leggere e tantomeno di dare consigli e fermarsi a scambiare opinione con i clienti, è costretto ad affidare alla disposizione dei libri le preferenze che gli vengono imposte dalla necessità di far rendere la libreria, pena la chiusura.

Se è vero che non è affatto detto che un best seller non abbia buone ragioni per esserlo, è anche vero che non tutti i buoni libri che escono trovano il modo di essere letti.

Il messaggio che si diffonde è che chiunque può essere uno scrittore e se uno scrittore si vede dalle copie vendute allora è vero che più si è altro, cantanti, politici, comici, conduttori televisivi e più si è scrittori.

"I grandi scrittori del passato non sono mai stati degli intrattenitori," scrive Katherine Mansfield in uno dei saggi di critica letteraria."Sono stati investigatori, esploratori, pensatori. Il loro scopo è stato quello di rivelare un po’ del mistero della vita. " Lo scriveva nel 1919, non c’è fine al rimpianto del passato, ma a quello della varietà sì.

Qualcuno obietterà: mai si è pubblicato come oggi. Sì ma mai si sono venduti gli stessi libri come oggi, mai il "già noto" diventa sempre più noto e lo sconosciuto sempre più sconosciuto.

Mi piacerebbe che il nuovo non fosse di per sé un criterio o una garanzia di qualità, che le librerie potessero mantenere nei loro scaffali titoli vecchi, che si desse spazio alla poesia, che si trovassero allineati di costa i titoli che nei bookstore stanno sdraiati nelle pile di best seller e invece di faccia, visibili, quelli che lì scompaiono.

Che si desse spazio uguale a editori piccoli, medi e grandi o che addirittura si svolgesse, quella che in politica si chiamerebbe "azione positiva" sovresponendo i titoli la cui vendita è meno scontata.

E che bisogno c’è di riempire un’ intera vetrina con lo stesso titolo, come si fa nelle drogherie con certi prodotti alimentari, brutta abitudine contratta perfino dalle piccole librerie per le quali lo spazio è ancora più prezioso?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica qualità quantità il 26 giugno 2007