Apocalypse Show

Gianfranco Bettin



La crisi climatica, percepibile ormai nell’esperienza quotidiana, misurabile da chiunque nel mutato mutare delle stagioni, mette a nudo i veri punti chiave della questione davvero epocale che abbiamo di fronte. La parte ricca e sviluppata del mondo non può continuare così; il resto del mondo non potrà svilupparsi e "progredire" così. Eppure, così il mondo ricco vuole continuare, fino al limite estremo, e continua a non saper immaginare altra "crescita" che questa, e il mondo "in via di sviluppo" non sa volere per sé che la stessa cosa. Entrambi, hanno dietro di sé, infatti, e conservano imperanti nel proprio linguaggio e nel proprio patrimonio culturale e politico, nel proprio stesso istinto sociale ed economico, le due bussole ideologiche dominanti da secoli, liberismo e socialismo (e comunismo, se la parola è ancora pronunciabile), che orientano verso la stessa direzione: esattamente quella che ci ha portato a questo punto.

L’ultima descrizione del presente stato delle cose viene dal documento dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) riunito a Bangkok ai primi di maggio che, anche senza cedere a suggestioni apocalittiche, con freddezza scientifica ribadisce che il progressivo riscaldamento dell’atmosfera terrestre è il problema principale che l’umanità deve affrontare oggi. Il problema principale di quest’epoca, appunto. Il documento degli esperti dell’Ipcc – circa 2500 sparsi in 130 paesi – è in realtà una sintesi di materiali ben più corposi sul global warming, apparsi in più riprese (gli ultimi a febbraio e ad aprile). In quest’ultimo, con spirito pratico e con un certo disincantato realismo, un po’ rassegnato, sull’impossibilità di radicali mutamenti di rotta nelle politiche dei governi, ci si concentra sul problema della "mitigazione del mutamento" (fin dal titolo: Mitigating climate change), con l’obiettivo principale di contenere l’aumento del riscaldamento entro i 2 gradi centigradi medi. Ciò significa che le emissioni di gas serra – che tra il 1970 e il 2004 sono aumentate del 70 % e che entro il 2030, se continua tale andazzo, aumenteranno tra il 25 e il 90 % – devono essere tagliate tra il 50 e l’85% entro il 2050. È perfettamente possibile, dice l’Ipcc, le tecnologie ci sono e i costi sono sostenibili, fermo restando che più tardi si comincia e più questi costi aumenteranno (per non dire dei danni inferti al corpo vivo del pianeta, e al nostro). Ridurre il ricorso ai combustibili fossili (petrolio, carbone e metano) per alimentare la "macchina mondiale" è possibile sia risparmiando energia, cioè riducendo gli sprechi e rendendo più efficiente l’uso di queste fonti tradizionali, sia, e soprattutto, puntando a fonti rinnovabili (in primo luogo il solare). Questa sottolineatura rappresenta il vero punto importante di questo documento: cambiare è possibile, ci sono i mezzi per farlo, ci vuole solo la volontà politica, la motivazione storica, la persuasione intellettuale, la consapevolezza culturale e scientifica.

Qui, però, cominciano i problemi. Chi controlla le fonti non rinnovabili di energia fa muro contro ogni riduzione delle estrazioni e commercializzazioni (e l’ingresso sul mercato energetico dell’affamatissima Cina superpotenza rampante ha moltiplicato anche gli appetiti dei produttori di fronte al nuovo e solvibilissimo cliente). La competizione tra le diverse imprese e i diversi paesi è diventata ancor più feroce di sempre e l’utilizzo delle fonti energetiche tradizionali è visto, sul breve periodo, come quello ancora più pratico e conveniente. Per questo, tutt’oggi, quasi la metà delle emissioni viene prodotta dai paesi più industrializzati ancorché tecnologicamente più avanzati (e abitati da un solo quinto della popolazione mondiale). Gli stessi, appunto, che avrebbero già a disposizione le tecnologie e le risorse per avviare un cambiamento di modello di alimentazione dei sistemi. E per questo, ben sapendolo, i paesi in via di sviluppo, Cina in testa, non vogliono pagare da soli il costo del mutamento di modello energetico. Anzi, richiederebbero un forte aiuto ai paesi primi per orientare su piste nuove la propria crescita. Il cerchio, come si vede, è vizioso. Strutturalmente vizioso. Così la questione si complica, e i passi in avanti su una strada nuova stentano ad essere mossi. Di più, si accelera il cammino sulla strada solita. E’ come se, pur avendo raggiunta una certa diffusa consapevolezza che su quella strada incontreremo presto una tempesta spaventosa, si continuasse tuttavia a seguirla. L’effetto è, insieme, angosciante, nei più consapevoli, costretti ad assistere increduli a questa specie di naufragio annunciato e ineluttabile, e crudamente rivelatore (letteralmente "apocalittico") della vera dinamica degenerativa del pianeta, ogni giorno vivisezionato in presa diretta senza tuttavia produrre un vero salto di consapevolezza e di capacità evolutiva.

Naturalmente, vi sono gradi diversi di consapevolezza, anche in ambito politico mondiale. Vi sono paesi "in via di sviluppo" che il problema se lo pongono seriamente, pur non avendo i mezzi per affrontarlo e pur dovendo misurarsi, al contrario dei paesi ricchi, con la drammatica alternativa tra il ricorrere al solito modello occidentale, con piccoli vantaggi a breve ma riproducendo il circolo vizioso energetico ed entropico, e il rassegnarsi all’arretratezza. La stessa Cina, ricorrentemente, si pone la questione, anche con serietà, ma poi il richiamo della foresta prevale, il mix di comunismo reale e di realissimo neoliberismo, i fini perversamente congiunti di stato e mercato, risospingono alla competizione con i mezzi e gli obiettivi dominanti oggi sul pianeta. Quanto al mondo ricco, stenta ancora a far decollare davvero il Protocollo di Kyoto, pallidissima serie di prescrizioni che si è ben lungi dal rispettare e che, anzi, è stato spesso usato strumentalmente, specie con la procedura dell’acquisto di quote di emissioni (si è creata, in pratica, una "Borsa delle emissioni", cioè un mercato delle quote di inquinamento che è possibile "legalmente" contrattare nei paesi in via di sviluppo: è lo strumento privilegiato, ad esempio, dai governi europei, che pagano ai paesi terzi quote di inquinamento non emesso per poter continuare come sempre in patria). Insomma, finora Kyoto è stato soprattutto un alibi per non cambiare davvero le cose. Ha funzionato un po’ di più, esattamente come i ricorrenti allarmi lanciati dagli scienziati, non solo quelli dell’Ipcc, o da altri organismi internazionali, sul piano della formazione di una più avvertita opinione pubblica mondiale, raggiungendo anche lo star system di una certa politica (Al Gore, ad esempio, ma lo stesso Sarkozy appena eletto ha indicato il global warming, ovviamente citato in francese, come punto principale di impegno e di confronto/contrasto con gli Usa di Bush a cui pure ha inteso avvicinarsi più che il predecessore Chirac) e, molto di più, la scena dello spettacolo (come con il film "The Day After Tomorrow" e con l’impegno ambientalista di molte star) e della cultura.

Ciò avviene ovunque, in pratica, tranne che in Italia. Non solo non abbiamo "star" della cultura e/o dello spettacolo impegnate significativamente su questa frontiera, ma ciò che sconforta assai più è il vuoto abissale della politica. L’evento principale di questi anni, il pomposamente, palingeneticamente adveniente Partito Democratico, trascura totalmente la questione. Il problema ambientale in genere, il global warming in particolare (ma sono ormai la stessa cosa), non riscuotono che poche righette di attenzione nel pretenzioso Manifesto fondativo del Partito e ancor meno nel dibattito strenuo che ne accompagna la nascita. Ma è tutta la politica italiana, mai così miserabilmente miope, meschina, bigotta, a non occuparsene, occupandosi seriamente solo di tresche tra economia e finanza, di tasse (ma non di quelle ecologiche che altrove portano qualche risultato, bensì di quelle elettoralmente utili), al massimo, e orripilantemente, di Dico, peraltro in una rincorsa reazionaria da anni ’50. Le questioni ambientali, in Italia, in politica, nelle scelte dei vari governi, pesano quanto pesano quelle infime ancorché inadeguate minoranze politiche che assumono l’ambiente come elemento centrale della propria identità, i Verdi, Rifondazione, qualche altro sparso in qualche altro partito, e quanto pesa, con questi, la pressione di un po’ di lobbies esterne. Una miseria, insomma. Del resto, così vota la gente. Così vota quando sceglie l’automobile, quando va al supermercato, quando seleziona i programmi tv e, infine, in cabina elettorale. Sa di essere sul Titanic, ma gli piace tanto il suono dell’orchestrina, il sapore dei salatini e delle bibite, gli piace guardare la bella gente che balla e farsi guardare: trova bello lo spettacolo. Sembra anche trovare bello lo stesso spettacolo della catastrofe imminente, anzi. Siamo spettatori, in fondo, non protagonisti, sembrano pensare in tanti. Qualcosa, sembrano credere, ci eviterà l’iceberg. Il capitano, questa volta, starà più attento.

L’impressione, invece, è che, prigionieri del circolo vizioso strutturale e della miopia politica e culturale (antropologica?), non ci si accorga che il timone rischia di finire o di essere addirittura già nelle mani neanche del famoso cuoco di bordo del vecchio aforisma, ma direttamente in quelle di un intrattenitore demente. Non si chiama proprio "Apocalypse Show" il maggiore investimento culturale realizzato in questi anni della maggiore azienda di produzione culturale italiana – e quindi dalla politica italiana "sotto l’Ulivo" – per misurarsi, rivolgendosi a un grande pubblico, con questi temi?

Da "Lo Straniero", n. 84, 2007








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 22 giugno 2007