Non luoghi

Giovanni Giovannetti



«Il 50 per cento delle carceri va chiuso, il nostro sistema è fuori dalla Costituzione». E chi lo denuncia? Pannella? No, l’affermazione arriva dall’ex ministro della Giustizia Angelino Alfano, ora segretario politico del Pdl.
Gli fa eco il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che definisce «drammatica» la situazione: una questione di «prepotente urgenza» perché le carceri italiane, così sovraffollate, «sono inumane».
E dire che dopo le lotte per il rispetto dei diritti costituzionali dei carcerati negli anni Settanta, si era fatto fronte al disastro depenalizzando alcuni reati e ponendo mano a leggi innovative come la Gozzini del 1986: permessi premio, affidamento al servizio sociale, detenzione domiciliare per i condannati a pene sotto i tre anni e per i carcerati con meno di due anni da scontare; semilibertà per le pene detentive non superiori ai sei mesi o per gli ergastolani che abbiano già scontato almeno venti anni di carcere e 3 mesi l’anno di sconto della pena a chi avesse mantenuto un comportamento corretto in carcere, ecc.
Negli anni che seguono sconteremo scelte politiche di segno opposto: il taglio dei fondi (per il lavoro, per la formazione, per la manutenzione dei fabbricati, per l’assistenza e il sostegno psicologico ai detenuti) e normative «securitarie» come la “Bossi-Fini” (2002), che ha trasformato in delinquenti i numerosi stranieri “clandestini”, fino a ieri perseguibili con una semplice ammenda. O come la “Fini-Giovanardi” che, dal 2005, sostanzialmente ha messo sullo stesso piano spacciatori e consumatori, criminalizzando i “tossici”, nascondendoli in carcere. O come la “ex-Cirielli” (2005), che ha sospeso le attenuanti generiche ai recidivi, allungando la detenzione e dunque la permanenza nel circuito carcerario (modifiche sconfessate dallo stesso primo firmatario, il senatore Salvatore Cirielli). Fino al recente taglio governativo del 22 per cento ai fondi destinati al DAP, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria da cui dipende la gestione delle carceri. Se da un lato aumentano i detenuti (oggi sono 67.900 – il 40 per cento dei quali rimane in attesa di giudizio – quando i penitenziari ne potrebbero contenere non più di 45.000) dall’altro si registra una carenza di organico calcolata in 3.000 fra educatori e assistenti sociali, e solamente l’1,8 per cento dei detenuti ha la possibilità di lavorare o di frequentare corsi di formazione (fonte: Rapporto 2009-2010 del Garante dei detenuti della provincia di Milano), con buona pace del carattere rieducativo della pena sancito dall’articolo 27 della Costituzione. In crisi d’ossigeno versa anche il personale di Polizia penitenziaria, per la gravissima carenza d’organico (36.000 invece di 45.000) che impedisce un’adeguata pianificazione del lavoro, e lo relega a “braccio meccanico” che apre e chiude le celle. Servirebbero almeno 5.500 nuove assunzioni, ma nel 2011 se ne sono viste solo 760 e se ne sono andati in 2.000.
Una situazione allarmante, ben sintetizzata da Salvatore Verde ne Il carcere manicomio (Sensibili alle foglie, 2011): dal 2007 al 2010 «i detenuti sono aumentati del 50 per cento e le risorse sono diminuite del 25 per cento. Nel 2010 la spesa è stata pari a 2 miliardi e 204 milioni di euro» (p. 19), fondi destinati in misura rilevante al personale (80 per cento) e solo il 3 per cento al funzionamento delle carceri (il 4 per cento alla manutenzione). Sono scelte politiche. Così come il fondo destinato all’avviamento al lavoro, che è passato da 71.400.000 euro a 49.664.207 in cinque anni. Così come è scelta politica il taglio di quasi il 70 per cento in dieci anni delle risorse per il sostegno psicologico dei detenuti, a fronte, come rileva Verde «di un aumento esponenziale degli “utenti”, degli atti di autolesionismo, dei suicidi e delle sofferenze psichiche» (p. 20).
In una lettera dal carcere di Monza (4 agosto 2011), gli stessi reclusi denunciano una situazione «che ha ormai oltrepassato ogni limite di sopportazione e di decenza, uccidendo l’unica e ultima cosa che rimane a un detenuto: la dignità di essere uomo». E così proseguono:

viviamo ammassati in tre per ogni cella ovvero con un letto a castello per due persone ed una brandina volante per la notte con spazi di movimento che non superano il metro quadro per detenuto … l’acqua calda non esiste se non di tanto in tanto in due docce, mal funzionanti, per settanta persone […] Le celle dell’ultimo piano sono incrostate d’umidità, come le altre, ma con un optional in più: piove dentro ad ogni temporale e si dorme con teli di plastica addosso […] Gli oltre 900 detenuti, cioè il doppio di quelli per cui questa “galera” è stata costruita, sono costretti per 20 ore in 7,5 metri quadri tutto compreso. Il rapporto con il personale di sorveglianza è gerarchicamente malsano. Nessuno è responsabile di niente tranne che della sua funzione di schiavettare mille volte al giorno come se da questa parte delle sbarre ci fossero animali.

In tre dentro celle di 7,5 metri quadri, la stessa superficie di un parcheggio auto a righe blu. Uguale sorte per i detenuti a San Vittore (il carcere milanese contende a quello genovese di Marassi il triste primato dei suicidi), come riferisce una interrogazione del consigliere comunale milanese Mirko Mazzali al sindaco Giuliano Pisapia dopo una visita, il 10 maggio 2011, da parte di alcuni parlamentari:

[…] erano presenti nel carcere di San Vittore 1.641 detenuti, 1.537 uomini e 104 donne a fronte di una capienza regolamentare consentita di 712 posti; il 65 per cento dei detenuti sono stranieri e il 70 per cento sono in attesa di giudizio; i tossicodipendenti dichiarati sono 230; i casi psichiatrici sono circa 400; a fronte di organico della polizia penitenziaria stabilito dal Ministero di 990 unità, gli agenti effettivamente presenti sono 34 donne e 308 uomini. La delegazione ha visitato celle di 7 metri quadri ove erano ristretti tre detenuti e celle di 13 metri quadri dove ce ne erano 9 o 10; l’amministrazione non fornisce i mobili per riporre gli effetti personali né gli sgabelli per tutti i detenuti perché altrimenti diverrebbe pressoché impossibile muoversi all’interno della cella; cella ove quasi tutti i detenuti passano almeno 20 ore al giorno nella più completa inattività; i detenuti che lavorano, infatti, sono in tutto 280 (meno del 20 per cento) per un periodo limitato ed esclusivamente alle dipendenze dell’amministrazione per mansioni interne all’istituto poco qualificanti (pulizie, porta-vitto, e altro); per questa situazione, la delegazione è dell’avviso che i detenuti siano vittime di trattamenti disumani e degradanti. Non solo le celle, ma anche le caserme ove alloggia la polizia penitenziaria sono poco dignitose: stanze-celle con sbarre alle finestre, senza bagno e doccia, ove alloggiano 2 agenti e altri due si appoggiano usandole come spogliatoi. Il cosiddetto «centro clinico» è carente e sarebbe meglio definirlo «una grande infermeria», visto che le visite specialistiche, gli interventi chirurgici anche semplici e i ricoveri vengono effettuati all’esterno con le conseguenti problematiche di traduzioni e piantonamenti che pesano sull’organico già carente degli agenti; si registrano, per esempio, 5/6 casi di dialisi al giorno che si effettuano all’esterno perché il centro clinico non è attrezzato; le transessuali si trovano in celle del reparto protetto e lamentano il mancato accesso alle cure ormonali cui si sottoponevano prima di essere arrestate; solo nel reparto «la nave» che ospita circa 60 detenuti tossicodipendenti quasi tutti in cura metadonica è stato possibile riscontrare attività trattamentali volte al recupero sociale dei reclusi: celle aperte, attività varie dalla mattina fino alle 16.30 del pomeriggio; contatto costante con personale qualificato in particolare psicologi. Quanto alle condizioni di vita degli stranieri, in molti lamentano di non avere un’adeguata assistenza legale, molti sono infatti coloro che sono assistiti da un avvocato d’ufficio e che ricevono poche informazioni sulla loro condizione processuale; per i musulmani non esiste nell’istituto una stanza per il loro culto e nelle celle, dato il sovraffollamento, è quasi impossibile pregare; alcuni lamentano il fatto che le domande per accedere ai corsi di italiano sono ferme da due mesi; difficoltà si registrano da parte di coloro che, non avendo familiari in Italia, chiedono di poter telefonare sui telefoni cellulari o perché i congiunti non dispongono di un apparecchio fisso o perché è difficile raggiungerli a casa. Nel VI reparto tutte le celle sono da 6 letti in uno spazio di 12 metri quadri; molte celle hanno la disposizione dei letti tale per cui è impossibile aprire la finestra secondo i dati forniti dall’amministrazione, dovrebbero essere una cinquantina i detenuti che si trovano ristretti solo per il reato di clandestinità e che, in base al pronunciamento della Corte europea di giustizia, dovrebbero essere scarcerati; sono inesistenti palestre o luoghi attrezzati ove poter svolgere attività fisica almeno durante le ore d’aria; gli unici posti accessibili sono i cosiddetti «passeggi», peraltro superaffollati.

Denuncia che si specchia in quella dell’europarlamentare Vittorio Agnoletto, in visita al carcere di San Vittorie il 14 febbraio 2011:

[…] è una struttura indegna di un paese civile: sovraffollamento, locali fatiscenti, due reparti chiusi da molto tempo per ristrutturazione. All’interno del carcere anche un centro clinico psichiatrico (16 posti, sette celle da due e due singole) dove, a trent’anni dall’approvazione della legge Basaglia, gli “ospiti” vengono ancora trattati secondo i canoni pre-legge 180 (vengono costretti talvolta nella camicia di forza, ma fortunatamente non sono sottoposti a elettrochoc). Nel centro clinico psichiatrico non c’è intonaco, i muri e il pavimento presentano dei buchi, non c’è riscaldamento e le finestre sono rotte. Un vero e proprio inferno.

Sono cose che capitano, sì, ma in pellicole come Gothika di Kossovitz o Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman, o in qualche remoto pertugio di mondo dove la vita delle persone conta poco o punto. E invece siamo in Italia, Paese in cui un tale trattamento inumano e discrezionale sembra ormai inquietante consuetudine, specie in quelli che Salvatore Verde definisce “i non luoghi istituzionali”. E «tra i luoghi più oscuri e degradati vi sono proprio queste sezioni o repartini psichiatrici che, ancor più dell’indecenza dei manicomi giudiziari, rappresentano talvolta una vera e propria eclissi di civiltà per il carcere di questo Paese» (p. 47); “non luoghi” in cui nella sostanza si determina una condizione «di potere di vita e di morte su chi è internato», extralegalità esercitata «da pubblici amministratori, da funzionari, burocrati, medici, operatori della sicurezza, che decidono quali vite debbano essere considerate tali e quali no» (p. 59).
La condizione non migliora negli altri 204 istituti di detenzione italiani (a cui potremmo aggiungere 500 ragazzini reclusi in 44 istituti minorili e, perché no, circa 20.000 immigrati stipati in 78 Centri di permanenza temporanea le cui condizioni sono, se possibile, ancora più disumane e aberranti), in deroga ad alcuni diritti costituzionalmente garantiti: al citato carattere rieducativo della pena vanno quantomeno aggiunti il diritto alla salute (art. 32) e il diritto a non subire violenze fisiche o morali delle persone sottoposte a restrizioni di libertà (art. 13).
Come scrive Ernesto Bettinelli nel suo La Costituzione. Un classico giuridico (Rcs libri, 2006), «le norme appena citate non fanno che riprodurre quelle condizioni minime di umanità e di dignità per qualsiasi persona che sono all’origine del patto di convivenza». Il costituzionalista cremonese enumera poi alcune “afflizioni supplementari”: «la custodia in luoghi malsani, sovraffollati e degradati che mettono a rischio la salute, l’integrità e la vita stessa di chi è imprigionato; [...] un’assistenza sanitaria precaria o un inadeguato approvvigionamento di beni essenziali alla cura della persona; la privazione immotivata e irragionevole dei contatti con i propri congiunti; la carenza di informazioni sul “mondo esterno”» (p. 92).
Nelle carceri italiane la violazione sistematica dei diritti costituzionali dei detenuti è consolidata abitudine. Non per caso il 16 luglio 2009 la Corte europea per i diritti dell’uomo, da Strasburgo ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto bosniaco recluso a Rebibbia (Roma) per i danni morali da lui subiti a causa del sovraffollamento (erano in 5 in una cella di 16 mq: 2,7 mq reali a testa per 18 ore al giorno). Secondo la Corte europea, 7 mq è lo spazio minimo da riconoscere ad ogni detenuto, spazio vitale, sotto il quale la pena declina in tortura (art. 3 della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo: «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti»). Ma in Italia, con celle sovraffollate che a stento raggiungono i 10 mq, come si è visto gli spazi angusti nelle carceri sono ormai la norma.
Come dire che lo Stato dell’“allarmismo sociale” e della repressione, questo Stato, pratica l’illegalità invece dell’aiuto, e si mantiene in flagranza di reato entro la deriva populista e securitaria della selezione, della marginalizzazione, della catalogazione, dell’esclusione sociale per tossicodipendenti e immigrati (il 60 per cento dei detenuti).
Ormai l’esclusione è per il carcerato in quanto tale, così come nell’Ottocento, agli albori del capitalismo, già era toccato ai mendicanti, ai bisognosi, ai folli e ai criminali. Parafrasando Foucault, è la stessa deriva biopolitica – malauguratamente condivisa dai governi di centrosinistra e di centrodestra – che, inseguendo gli umori forcaioli della piazza, ha profondamente intaccato l’etica pubblica, fino a trasferire nel senso comune il pregiudizio, il razzismo e la xenofobia, senza più ostacoli o freni inibitori.
Un esempio? Uno preso a caso: i recenti commenti in rete (in particolare tra i lettori del sito de “il Fatto quotidiano”) sull’appello per la concessione degli arresti domiciliari a Carlo Chiriaco, gravemente ammalato, sottoposto a carcerazione preventiva per concorso esterno in associazione mafiosa (e sottoscritto fra gli altri da don Andrea Gallo, padre Alex Zanotelli, Luigi Manconi, nonché da alcuni componenti la redazione del “Primo amore”). «Ci vorrebbe la tortura con ‘sti figli di puttana. Altro che cure. Bastardi». «Cazzi suoi …scusate il francesismo!». «Un pò di dieta non gli farà male… prima che giunga all’anoressia ce ne vuole…». «Si deprime a stare in carcere? Bene, vuol dire che il carcere a qualcosa serve…». «Fanno i pietosi con i delinquenti… tempi da lupi». «Non escluderei nemmeno del tutto che una parte dei mali di Chiriaco siano frutto di un’abile simulazione». «Ma come si fa a sentire umanità per questi viscidi rettili velenosi!». «Prima muore e prima risparmiamo sul vitto e alloggio gratis che ha nel carcere! Quando uccideva o depredava qualcuno, se la rideva… ora, se permettete, ce la ridiamo noi!». «Ecco, adesso gli dovrebbe venire un bel tumorone da un paio di chili e altri quattro anni di chemio e poi crepare a sto pezzo di merda». «Che facciano una sottoscrizione gli amici della Locride! Facciano la raccolta di farmaci scaduti, per aiutarlo nelle spese!». «Sai la gente che paga fior di quattrini nelle cliniche per dimagrire,senza nemmeno riuscirci: lui si è intascato un sacco di soldi e per di più è è diventato un figurino… due piccioni con una fava: che vuole di più?». «Per usare una metafora cristiana, anche se sono ateo, dato che Don Gallo e Padre Zanotelli sono sacerdoti dovrebbero sapere che il diavolo, quando decide di usare tutta la sua astuzia, si traveste da vittima, da indifeso, per sfruttare la pietà per i propri loschi scopi». «E già! Che furbo, lasciatelo in galera!». «Penso che sia evidente come questa “strana malattia” sia un altro espediente per farla franca come dimostrato di recente da un caso analogo. Peccato per Don Gallo e Zanotelli che corrono in soccorso di simili persone».
La serie delle citazioni potrebbe continuare. Si fa largo l’equivalente della discriminante etnica “Rom uguale a ladro”, qui aggiornata in “Chiriaco uguale a furbo”. Sono gli stessi pregiudizi forcaioli altrove coltivati dalla Lega o da Forza Nuova, forca brandita fra gli altri da chi la Costituzione preferisce forse difenderla con letture alla moda sulle piazze, invece che applicarla. Come lamentò Pietro Calamandrei, uno dei padri costituenti, purtroppo «una Costituzione non basta da sé sola a difendere la libertà e a dare impulso al progresso sociale, se non è animata dalla coscienza politica e dalla volontà del popolo» (in Cenni introduttivi sulla Costituente e sui suoi lavori, 1950). Gli fa eco Norberto Bobbio nella prefazione all’imperdibile Il carcere come scuola di rivoluzione di Irene Invernizzi (Einaudi, 1973), là dove parla «della violenza legittima, o, come si suol dire, delle istituzioni», precisando che la violenza «per essere legittima deve essere prima di tutto necessaria e come tale deve essere impiegata soltanto come extrema ratio», decretando così un discrimine tra ciò che è giusto e ciò che non lo è: nessuno «può credere che la risposta giusta alla malvagità individuale e occasionale sia la malvagità collettiva e istituzionalizzata, perché questa sarebbe la continuazione, anzi la sublimazione dello stato di violenza, l’instaurazione del regno del terrore» (p. IX).
E la mente torna alla “Bossi-Fini”, alla “Fini-Giovanardi” , alla “ex-Cirielli”. Sono leggi malfatte e dal dubbio profilo costituzionale, perché criminalizzano la povertà, la precarietà, la marginalità; leggi populiste e fuorilegge, volte a eludere problemi sociali – come le tossicodipendenze – da affrontare fuori dalle aule dei tribunali, o dinamiche mondiali come la globalizzazione degli umani: nel sistema penitenziario i tossicodipendenti sono 16.600, il 25 per cento (ma nel 2010 per le carceri ne sono passati ben 24mila!) e gli stranieri – 25.000 – sono il 37 per cento (fonte: Censis). A conti fatti, l’80 per cento dei detenuti mantiene un basso indice di pericolosità. Che dire poi dei reclusi in attesa di giudizio: sono il 40 per cento. Anche la carcerazione preventiva, da eccezione, si sta ormai trasformando in inquietante regola. Che fare? Welfare penitenziario come in Svizzera o in Svezia? “Depenalizzazione ragionata” di alcuni reati minori? No, Grazie. Di fronte all’emergenza il Governo Berlusconi ha buttato un miliardo e mezzo di euro in nuova inutile edilizia carceraria (Decreto legge del 13 gennaio 2010, quattrini andati fra gli altri a due imprese coinvolte nello scandalo della ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo) tanto da aumentarne la capienza di 20.000 posti entro cinque anni. Una prospettiva miope, stante che la popolazione detenuta cresce di 800 unità al mese: come sottolinea Salvatore Verde, di questo passo «nel momento in cui sarà concluso il piano carceri avremmo più di 100.000 detenuti, e 60.000 posti letto» (p. 21). Beffardamente il nuovo piano di edilizia penitenziaria risulta «finanziato in parte con la “Cassa delle ammende”, un fondo che avrebbe lo scopo di sostenere programmi di reinserimento per i detenuti e interventi in sostegno delle loro famiglie» (p. 23).
Affollamento, negazione dei diritti, violenze… Le carceri italiane sembrano così sfuggire ad ogni ordinamento penitenziale e costituzionale, al punto che nel solo primo semestre 2011 hanno già perso la vita oltre 100 detenuti (e altri 66 erano morti nel 2010, a sommarsi a 1.134 tentati suicidi e 5.603 atti di autolesionismo). Sì, perché di carcere si può anche morire, come denuncia Samanta Di Persio in La pena di morte italiana (Rizzoli, 2011): ragazzi come Carmine Parmigiano, 32 anni, morto a Rebibbia (Roma) il 30 giugno 2011 per «strangolamento auto provocato» (dal referto medico); come Giuseppe La Piana, 35 anni, morto nel carcere di Palermo il 3 luglio 2011 «per cause da accertare»; come il marocchino ventiquattrenne Abbedine Kemal, detenuto a Opera (Milano), morto il 15 giugno – recita la perizia – con il cranio fracassato da un colpo di mazza avvolta in un panno. Tutti ricordiamo il caso del romano Stefano Cucchi, 31 anni, morto nell’ottobre 2009 a Regina Coeli dopo essere stato malmenato; e Luca Campanale, 28 anni, impiccatosi con un lenzuolo ad una grata il 12 agosto 2009 nel penitenziario milanese di San Vittore. Ricordiamo anche persone come il varesino Giuseppe Uva, 43 anni, morto in ospedale nel giugno 2008 dopo aver trascorso la notte in una caserma per una semplice contravvenzione; immigrati come Sami Ben Garci, 41 anni, che si è lasciato morire il 5 settembre 2009 nel carcere di Pavia, dopo 52 giorni di sciopero della fame contro una condanna a 8 anni per violenza sessuale, che riteneva ingiusta. Sono solo alcuni dei 1.847 detenuti morti nelle carceri italiane dal 2000 a oggi (658 i suicidi, la cui frequenza è 21 volte superiore a quella della popolazione libera: una vera e propria strage). Per tacere del carcere come luogo d’incubazione della malattia, sia psichica che fisica (fonte: Centro studi “Ristretti orizzonti”, Padova).
Per molte persone costrette in un tale girone dantesco, la tortura fisica e psicologica declina ormai nella “condanna a morte” – preventiva o meno – o nel suicidio come «scelta di “libertà estrema”» (da una lettera collettiva dal carcere di Monza). Lo stesso tema ricorre in quest’altra accorata missiva del 15 maggio 2011, dal carcere di Torino:

Oggi, esattamente dalle 4.33, un uomo di 47 chili, 48 anni non ancora compiuti, dopo aver insistentemente chiamato, urlato, implorato per tre ore l’intervento di un medico, ha optato per “una scelta di libertà” e si è impiccato. Aveva i capelli grigi per un passato tormentoso e stava scontando una pena di 18 anni; ne aveva già pagati sei. Il processo era stato un processo indiziario basato su 100 grammi di stupefacenti. La galera lo aveva divorato, tanto che nel 2008, un collegio di periti gli aveva concesso gli arresti domiciliari. Era “evaso” per due ore, per soccorrere la figlia che aveva avuto un incidente. Al ritorno a casa aveva trovato i carabinieri. Chiarito l’episodio lo avevano riportato indietro. Tre mesi dopo gli vengono revocati gli arresti domiciliari. Si chiamava Vincenzo e portava un occhiale con la montatura povera di una plastica lattea, sotto cui ti fissavano due occhi grigi, tristi, buonissimi. Come me non usciva all’aria e quindi spesso camminavamo in questo corridoio di passi perduti. Mi parlava spesso di Gesù ed era sinceramente credente.
Un’equipe di sanitari, assolutamente incapaci; il 118 che impiega un’ora e dieci minuti per arrivare: mimando finte manovre di rianimazione si sono occupati del cadavere, poggiato sul pavimento.
Per chi fosse interessato, da domani saranno dunque disponibili due stampelle, una vedova, tre ragazzi e due bambini. Non sapremo mai se Vincenzo si sia suicidato per il terrore di un “collegio” cui avrebbe dovuto sottoporsi martedì, per le sue condizioni psicofisiche o perché le “ristrettezze” di una cella inducano a gesti di umana follia liberatoria. Ho assistito a tutte le fasi, registrando l’incapacità del personale sanitario, medico compreso, che continuavano a non saper cosa fare. Per circa due ore sono rimasto ipnotizzato dalla scena. Qui si diventa “fratelli” non solo il sabato pomeriggio durante la messa, ma in ogni istante della giornata. Ho quindi sbattuto per mezz’ora lo spioncino del blindato, rotto il bastone contro il muro, per un istante da solo, subito dopo tutti insieme urlando assassini. Poi sono entrato in cella ed ho pianto, pianto e ancora pianto, guardando una striscia di lenzuolo che uso come cinta per l’accappatoio, e alla fine con le “bimbe” in mano mi sono rassegnato e vergognato. I veri assassini non sono quei poveretti, sanitari extracomunitari mal pagati, ma gli psichiatri, posti al vertice del comando sanitario e cordone ombelicale della procura. [...] Se guardi le cartelle cliniche dei detenuti AS trovi per tutti gli stessi sostantivi, sempre! Vigile, orientato, collaborativo. Tempi dei colloqui da 1 a 2 minuti. Così ti riempiono di psicofarmaci che ti devastano la salute e ti riducono la vita di almeno 10 anni.
Sulla mia dall’inizio c’è scritto “manipolatore”. Dopo l’ultimo incontro in cui gli ho sparato in faccia quello che pensavo di loro ha pure aggiunto “arrogante e minaccioso”. Eppure non è difficile. Un servizio di psicoterapeuti che aiuti i detenuti ad affrontare consapevolmente la pena. Ma costa di più e non annienta “i criminali”.
C’è una tristezza nella nobiltà per quanto ci può essere una felicità nell’infamia. Una felicità maligna, come spesso accade tra coloro che si rappresentano potenti e che agiscono, godendo nel fare del male. Ho passato notti attraversando incubi per modellare le mie future vendette contro chi ha “partecipato” alla mia disgrazia. Ma rende felici ripagare la malvagità con la stessa moneta? No, e ancora no! Incupisce l’animo, affligge la vita, restringe la mente. Chi si forza alla cattiveria per ripagare i malvagi con la cattiveria divide con loro l’infelicità procurata, rischiando di assumersi l’intero carico.
Prego tutte le notti, i miei defunti di rimanere quel che sono sempre stato. Pago, forse, debiti contratti per aver vissuto meglio di quanto meritassi. Con tristezza infinita. Sento ogni istante che passa la vostra mancanza ed il vostro amore.

Il detenuto suicida, il napoletano Vincenzo Lemmo, era in attesa del processo d’appello dopo una condanna per narcotraffico e favoreggiamento. Sarebbe rimasto in prigione fino al 2025.
Che fare dunque? Secondo Verde, si dovrebbe puntare ad «un sistema di controllo flessibile, dove le esigenze della sorveglianza si giocano sulla costruzione di un nuovo spazio detentivo ricco di opportunità di impegno, di formazione, di attività lavorative, di tempo libero». Sono le stesse aperture annunciate nel 2000 dal nuovo Regolamento di esecuzione dell’allora direttore generale delle carceri Alessandro Malgara. Come annota lo stesso Malgara, «il carcere riformato doveva realizzare una vita attiva negli istituti […] attraverso lo svolgimento delle attività che dovevano riempire la giornata: lavoro, scuola e formazione professionale, iniziative ricreative e culturali, mantenimento e miglioramento dei rapporti familiari. Questo carcere non è mai stato voluto e il processo che si sta completando è quello opposto: realizzare un carcere di sola contenzione, in cui il luogo di vita è la cella» (in Sorvegliare e punire, www.paroledigiustizia.it).
Quanto alla riduzione del numero degli incarcerati, l’indulto o la riduzione del 15 per cento della pena per i reati minori, nonché il ripensamento della custodia cautelare già consentirebbero notevoli passi avanti, contenendo altresì la ricaduta sociale (secondo il Ministero della Giustizia, solo il 29 per cento dei beneficiati dall’indulto ha nuovamente commesso reati, contro il 70 per cento di chi esce a fine pena).
Per i reati minori, sarebbe il caso di guardare almeno a forme alternative di detenzione, specie per chi è punito per il semplice consumo di droga o per i numerosi stranieri “clandestini”, ma solo dopo la “Bossi-Fini”. E immaginando qualcosa di pratico da domani? In attesa che si affermi la figura del Garante dei detenuti, con facoltà di visitare gli istituti penitenziari senza autorizzazione (articoli 18 e 67 dell’ordinamento penitenziario), ciascuno di noi “adotti” un recluso male in arnese, mantenendo con lui rapporti almeno epistolari, segnalando all’Autorità giudiziaria, alla Corte per i diritti dell’uomo e all’opinione pubblica le violazioni ai diritti fondamentali (qualcosa di simile fecero molti intellettuali francesi prima della caduta del muro, in tutela dei dissidenti sovietici incarcerati).
In particolare, sembra ormai urgente focalizzare la nostra attenzione sui “non luoghi”, quei «territori a basso livello di definizione legale» dove si esercita, come scrive Salvatore Verde, «il potere di privazione e di limitazione della libertà personale» (p. 63). Sì, già che il controllo democratico «è eticamente giusto, politicamente necessario, umanamente urgente».


UN PENSIERO SU “NON LUOGHI”
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pubblicato da g.giovannetti nella rubrica condividere il rischio il 16 novembre 2011