L’assassino

Teo Lorini



L'assassinoHo riletto in questi giorni L’assassino, un romanzo che parla di migrazione, meticciato, apartheid e storia coloniale. L’ha scritto oltre 10 anni fa Henk van Woerden (1047-2005), un olandese cresciuto in Sudafrica proprio come Hendrik Verwoerd, il primo ministro che inventò il sistema dell’apartheid. L’assassino, tradotto e pubblicato in Italia dalle edizioni Cargo, mi pare ancora attualissimo, forse persino più attuale di quando lo lessi sei anni fa. Di certo è altrettanto interessante. Ripubblico qui la recensione che avevo scritto per “Pulp Libri” al tempo di quella prima lettura.

Van-WoerdenC’è una sorta di struttura ternaria che ricorre nello splendido romanzo con cui Henk van Woerden (foto a destra) ha ricostruito l’esistenza del meticcio Demetrios Tsafenidas e della sua illustre vittima, il primo ministro sudafricano Hendrik Verwoerd, il famigerato “architetto dell’apartheid”. Tre sono, tanto per cominciare, i protagonisti. L’autore stesso, accomunato ai primi due dall’esperienza quasi ontologica dell’emigrazione, si è trovato in una sorta di posizione mediana tra l’assassino e la vittima, da dove ha potuto permettersi il lusso d’interpretare a posteriori l’ossessiva politica segregazionista di Verwoerd riconducendola al desiderio, tipico del migrante, a “migliorare il proprio destino e quello dei suoi simili”. Ecco allora che lo ‘straniero’ Verwoerd si danna a separare la povertà bianca da quella nera e identifica nel meticciato il più inumano pericolo, il prodotto di un “atto bestiale” che supera “i sacri confini tra le due specie” creandone una terza. E come per una beffa del destino, a infliggergli una morte accolta insieme da giubilo, compianto e sollievo sarà proprio un mezzosangue, figlio di tre paesi diversi (Sudafrica, appunto, ma anche Grecia e Mozambico).

La straordinaria potenza di quest’opera evoca le pagine migliori dell’inquietante Avversario di Emmanuel Carrère, che van Woerden però supera distillando la propria pietas in una narrazione angosciosa e insieme quasi repertoriale: l’inquieta esistenza di Demetrios Tsafendas viene seguita passo per passo sulla base di documenti e testimonianze. Ne emerge un ritratto lacerante nel senso più proprio del termine (eloquentissimo il titolo originale del libro, Een mond vol glas / A Mouthful of Glass), dove la Storia, la burocrazia e persino la famiglia si alternano nel frustrare la ricerca di un ubi consistam, di una quiete costantemente negata. Accade così che Demetrios si trovi respinto da tutti i paesi cui appartiene e costretto a inventarsi sempre nuove generalità e appartenenze, in un processo di progressiva scissione che lo porta infine a rivestire addirittura l’identità di bianco, carica con cui verrà assunto al Parlamento e messo di fronte a un alter ego che Tsafendas accoltella senza forse nemmeno capire la portata esplosiva del suo gesto.

Henk van Woerden, L’assassino, (trad. di Franco Paris), Cargo edizioni, pp. 224, euro 10.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 19 marzo 2012