Che cosa spetta ai morti?

Sergio Nelli



Chi fa a meno dell’idea religiosa per comprendere il mondo, si trova di fronte continuamente situazioni ed esperienze le quali pur non rimandando a finalità intelligibili si incontrano interpretate diversamente, magari senza connotati esplicitamente religiosi, in atteggiamenti e discorsi che hanno un fondo misticheggiante, chimerico, di rozza affabulazione. E’ il caso delle reazioni alla malattia, all’infortunio e alla morte che, in quanto esperienze cruciali, insieme al richiamo a un aldilà, mettono continuamente in gioco immaginazioni spesso sgangherate, urticanti e perfino ingiuste.
Che cosa diciamo a una persona che testimonia, dopo un incidente rovinoso o una catastrofe con tanti morti, di essersi salvata per miracolo? Lo consideriamo un tic, un qualcosa di neutro e di reattivo alla paura? Ma se facciamo un passo più in là, se c’è qualcosina in più in questo giro di parole, ci si domanda: perché tu il solo miracolato? Se ciò che dici ha un senso più penetrante, consequenziale, attribuisci forse questa cosa a un che di destinale? Se credi in un Dio personale e provvidenziale, credi forse che ti abbia salvato? E se si, perché per gli altri la cosa non valeva? A te la vita dunque e agli scomparsi? Che cosa spetta a quei morti?
La stessa cosa capita con la malattia. Chi in un ospedale ha un giusto sentimento reverenziale a seguito di una guarigione farebbe bene a pensare a quello del letto acconto a cui non è andata allo stesso modo.
In letteratura si trova ancora chi attraversa situazioni come queste con lucida consequenzialità e uno spirito finalmente critico. Ciò che risalta proprio in questo senso, in un libro importante come Tutti i bambini tranne uno ( trad. it. di Gabriella Bosco, ALET, Padova 2005) di Philippe Forest, è la capacità di far parlare un’esperienza estrema come quella della scomparsa di un figlio muovendosi con fermezza anche nei riflessi semi-espliciti e in quella massa di segnali vischiosi che germogliano come superstizioni in connessione alla malattia (superata e non) e trovano echi a volte mostruosi nel mondo del giornalismo di intrattenimento, sia della pagina scritta sia televisivo.
"Molti malati preferiscono pensarsi giustamente puniti da un’indefinita potenza che distribuisce le gioie e le pene, invece che castigati ingiustamente dalla divinità cieca della sorte. Preferiscono essere colpevoli in un mondo giusto invece che innocenti in un mondo ingiusto! Ogni prova si presenta perciò come una mortificazione segretamente scelta. Ogni morte è un suicidio desiderato inconsciamente. Ciascuno ha solo ciò che merita […]
La verità su cui tutti chiudono gli occhi è assai più vertiginosa e nera. Buoni e cattivi soffrono, giusti e perversi corrono verso la tomba, vengono seppelliti insieme e le loro ceneri si confondono nella fossa […]
Questa verità, le testimonianze sul cancro la dicono raramente. E’ opinione comune che la volontà di vivere sia uno dei fattori principali per guarire. Quelli che si battono trionfano. Quelli che rinunciano a lottare soccombono. Bisogna scriverlo nero su bianco: tutto ciò è puro mito. Gli studi psicologici non hanno mai messo in evidenza la minima correlazione tra, mettiamo, depressione e insorgenza del male. I cancerologi lucidi lo riconoscono senza difficoltà, in privato: pazienti dotati di volontà di guarire quanto una foglia secca o uno straccio per i pavimenti reagiscono mirabilmente ai farmaci, il loro organismo in metastasi all’ultimo stadio risale la china; viceversa, malati ammirevoli per coraggio e ostinazione vengono uccisi in poche settimane da un cancro fulminante. Regna dunque l’ingiustizia più radicale."
Quando ci si trova a tu per tu con qualcuno che sta male e può morire, c’è sempre una contaminazione, e possiamo condividere in qualche modo il desiderio di senso e le sue fistole, ma se la fistola diventa una cosa come quella descritta da Forest, frutto di connessioni balzane, stereotipi, irrealtà, gelatine sub-dottrinali, e in più propagandata, spacciata tanto da diventare imbonimento, allora può crescere un senso di indignazione, di rabbia, di collera. Ciò capita a Forest e a noi suoi lettori, nel momento in cui ci rendiamo conto che si può far passare la malattia come una lotta contro il male, lotta che si "deve vincere" come per meritarci la vita.
Nella stessa direzione va anche il sempre abusato richiamo all’elemento della scelta. Ha scelto di vivere, si dice, a volte di un malato. E così come si offusca l’eziologia di una malattia, si offusca anche quella parte di noi che alcuni filosofi hanno chiamato dotazione ontica, cioè a dire quel che ci troviamo dalla nascita come eredità in senso genetico oltreché storico-sociale, e che costituisce tanta parte del nostro essere insieme a fattori sopraggiunti, anch’essi non richiesti. Si fa insomma un gioco delle tre carte per non apparire "determinati". Un altro modo per allontanare da noi ciò che non può essere addomesticato. La cosa vale anche per i morti-morti, che non sono affatto morti per "qualcosa", perché era scritto ecc. o perché c’è un tempo per morire o altro, a parte l’estrema vecchiaia. E’ davvero uno strano groviglio che chi più di ogni altro vivente, cioè noi umani, senza protezione davanti alla fine dell’esistere, produca contro la vertigine trappole come queste, che addirittura incrementano l’espulsione della morte dal nostro orizzonte in un totale senso di irrealtà.
"Perché spiegare che la Provvidenza non esiste, che tutto si riduce a un inspiegabile e oscuro shock di cellule, che questa catastrofe in miniatura non varia secondo le regole della morale o della psicologia. Meglio blandire la superstizione diffusa. I media la propagandano con efficacia. Spiegano che la malattia è una lotta. Forniscono ogni sorta di testimonianze esemplari. In tutte le trasmissioni di medicina trovi burattini che si esibiscono davanti alla telecamera. Raccontano come, grazie alla tenacia, hanno vinto il loro male, come hanno saputo ricorrere alla loro inesauribile energia mentale e all’amore dei loro cari per non desistere mai… […]Success stories, happy ends… E così via fino alla nausea… Se la malattia colpisce alla cieca, perlomeno saprà rispettare chi le resiste, risparmierà chi le tiene testa. La società desidera che la paccottiglia dei suoi valori regni fin nel chiuso dell’ospedale. Nella vita come nella morte ci vogliono i combattenti, i vincenti. […] Ciascuno ottiene ciò che gli spetta. Ma che cosa spetta ai morti?"
Che cosa spetta ai morti, cioè a coloro che sono stati espropriati violentemente di tutto ciò che avevano?
Chi vive fuori da un senso sempre attingibile e da una disposizione a espandere fantasie arbitrarie che non risultano nemmeno lenitive, non può che fare come Forest, per esempio: guardare fissamente la necessità, il caso, il caos e tenersi i morti nel cuore, che è per lo scrittore francese il senso profondo di tutta la sua attività letteraria ("Ho fatto di mia figlia un essere di carta"), in ciò esemplare a livello planetario.
Dal punto di vista letterario o artistico "non si è condannati a vagare inebetiti per i cimiteri percuotendosi il petto. Si può stendere la tovaglia sull’erba, chiudere gli occhi al sole, riempirsi i polmoni con la freschezza dell’erba". Ma anche la gioia deve intravedere sempre il suo contrario, come la luce il buio.
"Se veramente il romanzo è un’incisione nel legno del tempo, esso obbliga ciascuno di noi a guardare dritta in faccia la vertigine di durata in cui transita. Una rozza visione profetica è sempre all’orizzonte del racconto vero. Quest’ultimo, per necessità, dice quella che con enfasi viene definita condizione umana. Qui il lettore sorride. Ma non sempre bisogna arretrare davanti all’enfasi perché, quando l’inessenziale è legge, quando la menzogna domina con l’ironia e l’intimidazione, quando il buongusto serve a eludere l’atto del pensare, le questioni fondamentali continueranno a esigere che le si affronti."








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 21 giugno 2007