Steven Blush: American Punk Hardcore

Silvio Bernelli



Stati Uniti, primissimi anni ’80. Esplode il fenomeno hard core punk: musica ad alto impatto emozionale, coscienza politica e attitudine a sfornare dischi autoprodotti, fanzine fatte in casa, idee e guai. Poco a che vedere insomma con il punk inglese di Sex Pistols e Clash, tanto amato, soprattutto negli anni successivi, da case discografiche, riviste di moda e critici di ogni sorta.

E non è un caso che se il punk rimaneva un fenomeno sostanzialmente britannico, e come tale esportato e imitato in tutto il mondo, l’hard core americano sapeva parlare un linguaggio autenticamente internazionale, capace di dialogare e accettare spunti e innovazioni anche dai Paesi europei. L’Italia, è bene ricordarlo, fu in prima linea nella scena hard core mondiale. Furono quindi molti i ragazzi italiani che vissero sulla propria pelle le emozioni di quella scena. Una realtà che Steven Blush ricostruisce in American Punk Hardcore (Shake, 17 €), appena pubblicato in Italia. 450 pagine di interviste ai protagonisti dell’epoca, fotografie di concerti infuocati, e più di uno spunto di riflessione sulla società americana degli anni di Reagan e l’alienazione della gioventù bianca dei sobborghi residenziali.

Con uno stile ritmato e spigoloso, capace di restituire al lettore la presa diretta dell’epopea hard core, Blush racconta la storia della scena americana di cui egli stesso è stato protagonista come organizzatore di concerti e manager di band. Scorrono così tra le pagine di American Punk Hardcore le vicende dei Germs di Los Angeles: anello di congiunzione tra la generazione del punk e quella dell’hard core, autori del capolavoro discografico G.I. e tra i protagonisti del film-cult di Penelope Spheeris The decline of western civilization. La loro breve parabola termina tragicamente con la morte per overdose d’eroina del cantante Darby Crash. Molti anni più tardi il chitarrista Pat Smear tornerà in pista con le superstar Nirvana. Diversissima la storia dei Black Flag di Hermosa Beach, California, di cui Blush narra i primi concerti al fulmicotone, i numerosi cambi di formazione, i tour attraverso gli Stati Uniti che arrivano a contare 200 concerti l’anno, e infine lo scioglimento al termine di una controversa fase creativa. Ancora più singolare la vicenda dei Bad Brains: quattro rasta di colore, leggermente più vecchi degli adolescenti che mediamente suonavano hard core, che però, paradossalmente, diventano la più apprezzata band americana. Con ogni probabilità, i loro spettacoli dal vivo sono stati i migliori concerti “rock” della storia. Inedita anche l’avventura dei Minor Threat di Washington DC. Sfornano un paio di 45 giri leggendari, un album, suonano relativamente poco dal vivo eppure assurgono allo status di mito per centinaia di migliaia di kids in tutto il mondo. Per di più, inventano una filosofia anti-droghe destinata a una lunga e dibattuta fortuna, lo Straight Edge, e fondano la Dischord Records. Il suo modello di casa discografica totalmente indipendente avrebbe fatto scuola su entrambi i lati dell’Atlantico.

Oltre alle storie delle band, Blush getta uno sguardo profondo e mai compiaciuto sui vari fenomeni degenerativi del mondo hardcore: l’abuso di droghe, la violenza ai concerti, la nascita delle gang di strada, l’esasperazione dei comportamenti autodistruttivi. A fronte di queste ombre, Blush sottolinea come il movimento hard core aveva saputo buttare sul piatto un’ideologia autenticamente indipendente e la costruzione di un circuito alternativo basato non sul denaro, ma sulla consapevolezza e sulla solidarietà. Un’idea di affermazione del sé lontanissima dal successo del music business che, proprio grazie a questo atteggiamento, ha saputo rimanere intatta negli anni, costituendo una sorta di riserva di valore, un’etica capace di parlare anche ai ragazzi di oggi.

Un’altra annotazione interessante riguarda gli scontri continui, e in alcuni casi cruenti, a cui i membri del movimento hard core erano costantemente costretti da benpensanti, poliziotti e teppisti sobillati dai mass media più conservatori. Si trattava delle stesse forze che, in America come in ogni altra parte del mondo, tentavano di soffocare le poche realtà libere che si erano trovate a fronteggiare i difficili anni ’80.

Un grande affresco di un’avventura irripetibile, insomma, ecco qual è la sensazione finale che si ricava al termine delle fittissime pagine di American Punk Hardcore. Se siete cresciuti pensando che la libertà incarnata dall’hard core fosse la vostra personalissima bandiera, questo libro è semplicemente imperdibile. Se invece dell’hard core non sapete nulla, potete leggere il libro di Blush per scoprire cosa vi siete persi, anche in Italia.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica libri il 19 giugno 2007