Due Morti

Teo Lorini



Il moderno culto della morte collettiva

Trascorro cinque giorni a Madrid: ogni libreria, proprio come in Italia, riserva uno spazio in vetrina alla biografia di Steve Jobs, uscita in contemporanea in tutto il mondo all’indomani della sua morte. Il volto del fondatore di Apple, affilato e smagrito dalle terapie, la testa leggermente a punta, lo sguardo penetrante evocano le fattezze di un santo, macero per troppo intensa ascesi. E se gli occhialini rotondi richiamano la circolarità dell’aureola, lo sfondo della copertina è di un bianco glaciale che ritaglia i contorni del viso e abbacina con la stessa intensità evocativa dell’oro nell’agiografia antica. È quel candore a chiudere il cerchio e rivelare l’autentica natura di questa post-icona contemporanea.
Il giornale comprato in aeroporto, la sera del rientro, descrive i funerali di Marco Simoncelli. L’articolo che apre la pagina conferisce al motociclista morto sul circuito di Sepang il titolo di “simbolo di una generazione all’apparenza allegra, ma in realtà frustrata, angosciata dal futuro”.
Del funerale di questo ventiquattrenne – promessa ma non ancora campione – si racconta tutto: gli striscioni, l’immensa folla che stringe in un abbraccio famiglia e fidanzata, la bara posata tra due motociclette e la presenza in prima fila di Valentino Rossi, l’amico più caro. È proprio davanti alla sua Ducati e sotto le sue ruote che una coincidenza tanto tragica quanto beffarda ha fatto terminare il corpo di Simoncelli. Da quando ho cominciato a vedere le immagini che le tv e internet hanno trasmesso in continuazione, mi sono chiesto come deve sentirsi una persona a cui capita una cosa del genere, che incubi lo tormenteranno e se starà considerando con qualche dubbio il prosieguo della propria carriera di motociclista. Devo essere l’unico, però, perché in tutto il giornale non trovo neanche un accenno a questo genere di riflessioni. Al loro posto, l’insistenza sulla partecipazione oceanica al lutto per la morte di questo 24enne, simbolo di una generazione, sull’enorme quantità di foto e filmati rimbalzati sui social network, con la stessa intensità sperimentata venti giorni prima per la scomparsa di Steve Jobs, che di anni ne aveva più del doppio, faceva un mestiere completamente diverso (e di sicuro meno rischioso) eppure pare anch’egli asceso altrettanto repentinamente al rango di simbolo generazionale, della cui morte tutti vogliono in qualche modo – fosse anche solo postando un video o cliccando un “mi piace” – farsi partecipi.

Non è un fenomeno nuovo. Anche prima dell’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, dipinti e stampe attestano fluviali partecipazioni alle esequie di papi o monarchi. I mass-media permettono poi di registrare ancor più fedelmente tale adesione, dai funerali di grandi personaggi politici (il reverendo Martin Luther King, il Mahatma Ghandi) a quelli dei primi divi di popolarità internazionale (ricordo un documentario sulle manifestazioni d’isteria ai funerali di Rodolfo Valentino) o di quelle celebrità che al momento della loro scomparsa si erano già ritagliate un posto nella storia (John Lennon, per fare un solo esempio).
 L’attenzione, sia detto una volta per tutte, non è sui defunti. Non si tratta – che senso avrebbe? – di fare una classifica delle morti più eroiche o più ingiuste. Eppure si avverte uno scarto tra l’adesione a eventi luttuosi di trenta, venti o anche solo quindici anni fa e quella di cui oggi pullulano la stampa e la rete.
 Simoncelli e Jobs, del quale ci si premura di narrare persino le estreme parole («Oh wow, oh wow», per la cronaca), sono solo gli ultimi casi di un sentimento collettivo verso la morte che appare massificato, istituzionalizzato e – in una certa misura – anche catalizzato da elementi che prescindono dall’età, dalla popolarità, dalle circostanze di morte o dal contributo del defunto alla collettività.
Un caso emblematico (nella mia memoria uno dei primi) fu ad esempio la morte, il 25 febbraio 2003, di Alberto Sordi: di fronte all’interminabile pellegrinaggio verso la camera ardente allestita in Campidoglio per l’attore romano furono numerosi i commentatori che si chiesero cosa spingesse così tante persone a rendere omaggio a un attore che in tutta la sua carriera aveva interpretato quasi soltanto gli aspetti più sgradevoli e grotteschi del cosiddetto carattere italiano, accumulando una memorabile galleria di personaggi pavidi, arruffoni, egoisti, disonesti, perbenisti, compromissori, ipocriti, miserabili. Scomparso a 82 anni, Sordi era stato senz’altro un attore straordinario ed estremamente popolare ma non era chiaro, allora come oggi, perché manifestazioni di cordoglio collettivo altrettanto vaste non avessero accompagnato il trapasso di altri giganti della recitazione (Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman…) che con Sordi avevano condiviso un’epoca indimenticabile del cinema italiano, morendo in almeno un caso (Tognazzi) ben più prematuramente e fornendo, anche nei loro ruoli estremi, interpretazioni ben più intense e meno routinarie rispetto a quelle inanellate dall’attore romano negli ultimi quindici-vent’anni di attività, quando cioè Sordi aveva preso parte a pellicole mediocri, non di rado volgari, quasi sempre sciatte e ripetitive. Discorso analogo potrebbe farsi per le espressioni di lutto planetario che sono seguite alla scomparsa di Michael Jackson, popstar amatissima che pure dal 2001 pubblicava solo raccolte di successi del passato e ristampe celebrative dei suoi dischi storici.
C’è in questa adesione al cordoglio pubblico una sorta di tanatolatria, un culto della morte vissuta collettivamente che appare tanto più peculiare quando si pensa alla veemenza con cui la nostra società rimuove l’idea stessa di morte (viene in mente la scena di Fahrenheit 451 in cui la signora Phelps – la stessa che scoppierà in lacrime dopo aver ascoltato la lettura di una poesia – racconta il patto stabilito con il marito: “Pete e io abbiamo sempre detto, niente lacrime, niente cordoglio o cose del genere. È tanto per lui il nostro terzo matrimonio questo, e siamo indipendenti”). Cosa ci spinge da un lato a sorvolare sulle notizie (relegate peraltro in spazi sempre più esigui) riguardo alle morti sul lavoro, alla carestia nel Corno d’Africa, alle guerre in corso, e dall’altro a sorbire paginate e ore di trasmissione, o persino a partecipare direttamente a funerali di celebrità? Mi è difficile pensare che i due elementi non siano legati, non costituiscano anzi due aspetti complementari del medesimo fenomeno. L’ansia di evasione che costituisce una costante della nostra esistenza, si configura sempre più spesso come il rifiuto delle riflessioni abrasive, la fuga dalle esperienze sgradevoli, dal “memneso anthropon onta” sottinteso ai conflitti e ai processi dinamici (crescita, cambiamento, passaggio) che fanno parte della nostra vita. È, pirandellianamente, un rifiuto della vita come forma, incarnazione.
“Evadere” è etimologicamente un andar fuori, un vagare senza meta negli spazi aperti dell’indistinzione in un simulacro della vita da cui però è stata resecata la componente di slancio verso il futuro, di prefigurazione, di possibile attrito. Al suo posto, un eterno presente, amorfo e tendenzialmente inerte, riempito di una piacevolezza generica e onnipervasiva che può presentarsi sotto diverse fattispecie (la permanenza nella virtualità nella Rete, il piacere effimero e infinitamente moltiplicabile del Consumo, ecc.) ma che tende alla medesima soppressione della profondità e del movimento, all’assenza di una forma. È infatti la forma a essere mortale: sopprimere la forma che noi assumiamo nel mondo, può regalarci l’illusione di sopprimere tout-court la morte. E se proprio la morte dev’esserci – e nessun potere tecnologico, economico, ideologico è ancora riuscito a sconfiggerla – sia allora una morte esemplare. Ecco, forse, perché cambiamo pagina o canale, voltiamo gli occhi davanti alla morte di chi muore come moriamo tutti: crepando di fame, di malattia, di incidente sul lavoro, della morte banale e repentina dei “popoli che un’onda / di mar commosso, un fiato / d’aura maligna, un sotterraneo crollo / distrugge sì, che avanza / a gran pena di lor la rimembranza”.
Partecipare alla morte ‘illustre’ diventa è una possente rassicurazione scaramantica e insieme una catarsi capace di mettere a tacere, almeno per un po’, gli impulsi subliminali con i quali la vita vera incalza il simulacro di esistenza depotenziata e asettica in cui, senza nemmeno accorgercene, siamo portati ad asserragliarci.








pubblicato da t.lorini nella rubrica il dolore animale il 16 novembre 2011