Pulizie di primavera

Teo Lorini



A pochi giorni dalla tornata elettorale che sarebbe eufemistico definire sfavorevole al centrosinistra, si sono sprecate analisi, sottigliezze ermeneutiche e caute attribuzioni di responsabilità, in omaggio al principio per cui la vittoria ha mille padri e la sconfitta nessuno. Tutti, dall’ultimo partitino alle figure istituzionali più rilevanti (Franco Marini, tirato in ballo già mercoledì scorso dal Corriere) suggeriscono verifiche o revisioni, infelice metafora che assimila il governo italiano a una vetturetta bisognosa di un rabbocco d’olio, o all’appartamentino da "arieggiare", lavando le tendine e passando il battitappeti.

In attesa di scoprire se la montagna partorirà il classico topolino d’un nuovo esecutivo, tecnico o balneare, di Camera in Camera e fra i salotti tv e gli editoriali rimbalza la formula magica di D’Alema: Crisi della politica.

Piovono le accuse di qualunquismo; all’epiteto di "riformista prudente" si risponde con "massimalista radicale"; s’incolpano le scarse capacità di comunicazione dell’esecutivo; si passano al pettine (generalmente per smentirle con complessi distinguo) le accuse contenute nel bestseller di Rizzo & Stella titolato eloquentemente La casta. E infine ci si affanna a stabilire se questa Crisi sia più o meno grave rispetto al 1992. A proposito: si rassereni chi pensava che quella del ’92 fosse un’inchiesta su politici ladri e arraffoni; era soltanto il montare di un’ondata di qualunquismo di cui i magistrati (i soliti esibizionisti) si sono impadroniti.

Sembrano invece poche, le analisi intenzionate ad affrontare i veri motivi di questa disaffezione. Compagni che sbagliano, il volume pubblicato da Gianni Barbacetto per il Saggiatore prima delle ultime elezioni fornisce invece alcuni spunti interessanti in una disamina meticolosa e scomoda fin dalla quarta di copertina dove il problema è posto senza giri di parole: "Il centrosinistra ha perso dieci punti di consenso in dieci mesi. Ecco come".

Barbacetto, milanese classe 1952, è un’eccellente cronista giudiziario, uno di quelli che dovrebbero incazzarsi quando, a intervalli regolari, i grandi e piccoli maestri del noir all’italiana lamentano la scomparsa del giornalismo d’inchiesta: se davvero l’inchiesta vecchio stile fosse defunta non si capirebbe la rapidità con cui il 22 settembre 2006, due giorni dopo l’esplosione dello scandalo Telecom (in cui vengono scoperti dossier illegali, tabulati telefonici, pedinamenti, banche dati violate ma non intercettazioni telefoniche), il governo abbia varato un decreto che vieta d’utilizzare e anzi intima di distruggere immediatamente le intercettazioni illegittime, anche se possono contenere decisivi elementi di prova e costituirsi come veri e propri corpi di reato. Quella per le intercettazioni (soprattutto quelle legittime) pare essere una vera ossessione per molti parlamentari: si pensi alle proteste bipartisan e alle isteriche invocazioni di complotti suscitate dalla notizia che il gip Clementina Forleo ha desegretato le telefonate fra Fiorani, Consorte, Ricucci e alcuni politici, fra cui il solito noto D’Alema, il suo fido senatore Nicola Latorre e Piero Fassino.

D’altro canto persino il ministro della giustizia, Mastella, si scaglia con regolarità contro le intercettazioni e altrettanto spesso annuncia la stesura di una bozza di legge che renda impossibile pubblicare quelle a disposizione dei giornalisti. Senza le quali, val la pena di dirlo, mai nessuno avrebbe intuito la gravità delle scalate dei Furbetti del quartierino, mai sarebbe stato conosciuto il livello di corruzione e abuso del sistema-calcio, mai avremmo appreso che l’aspirante re d’Italia Vittorio Emanuele di Savoia gestiva – nobilmente ça va sans dire – giri di squillo e macchinette mangiasoldi o che il ministero degli esteri fungeva da alcova per prestazioni sessuali remunerate con impieghi in Rai.

Il discorso porta a sfiorare uno dei nuclei della Crisi della politica o, meglio, di quella parte della cosiddetta crisi che sta all’origine della débâcle elettorale: l’attuazione del programma. La vulgata della maggioranza ripete a ogni pie’ sospinto che le grandi difficoltà in cui il centrosinistra si dibatte derivino dal risicato vantaggio numerico al Senato. Eppure, nota Barbacetto, per le leggi che interessano i numeri ci sono stati e le maggioranze si sono ricompattate senza troppa fatica: l’elezione delle prime tre cariche dello Stato, ad esempio, oppure il raccapricciante decreto di "spacchettamento" dei ministeri che ha consentito magiche moltiplicazioni di poltrone e incarichi. A proposito di costi della politica.

Per non parlare dell’indulto che, gabellato come iniziativa umanitaria per svuotare le carceri sovraccariche, ha raccolto entusiasmi – e voti – a destra da quando, con manovra acrobatica e pochissimi dissensi, il Parlamento s’è affrettato a comprendere fra i beneficiati anche Cesare Previti che così non solo ha ha scontato in prigione ben cinque giorni a fronte dei 6 anni comminati dalla Cassazione, ma ha potuto usufruire di un ulteriore sconto di tre anni grazie al decreto d’indulto. Il problema tuttavia non sta certo in una squalliduccia questione di favori fra parlamentari ché cane, si sa, non mangia cane. I dubbi maggiori vengono invece quando, a un anno dalla chiusura della becera campagna elettorale 2006, si tirano le somme del lavoro dell’esecutivo e si vedono disattese promesse ben più impegnative.

Come giustamente annota Barbacetto, le leggi-vergogna fatte approvare dal precedente premier sono intatte. Anzi: Giulio Santagata che di professione fa il ministro per l’attuazione del programma ha dichiarato con discreta sfrontatezza che non ci sono "né il tempo né l’intenzione di tenere occupato il Parlamento a correggere le leggi sbagliate" della passata maggioranza.

Meglio forse con il conflitto d’interessi, autentica croce della disperazione a ogni tornata elettorale, unico errore riconosciuto (bontà sua) dall’onorevole D’Alema nel bilancio sui suoi anni di governo? Macché! Il progetto che pure era nel programma dell’Unione, e tra le prime voci, langue. Sui Dico, velo pietoso. La questione del ritiro dall’Iraq è il trionfo dei distinguo. Per non parlare della riforma del sistema televisivo e in particolare dell’adempimento della sentenza con cui dodici (!) anni fa la Corte costituzionale ha fissato a due reti il limite per ciascun operatore. Un altro limite, quello sulla pubblicità che ogni concorrente può raccogliere, dovrebbe essere ridotto almeno al 30%. E non a scopo punitivo, ma per aprire concretamente il mercato a quel liberalismo con cui tutti in Italia si riempiono la bocca, ma che nessuno pratica davvero. Invece il decreto Gentiloni dell’ottobre 2006 innalza il tetto al 45%, ratificando, in caso di approvazione l’attuale duopolio Rai-Mediaset. Barbacetto ricorda ancora un’ultima, allarmante chiosa in materia di conflitto d’interessi: lo scorso autunno in piena bufera sul riassetto di Telecom, il deputato Ds Panzeri ha lanciato l’idea di affidare l’azienda leader delle telecomunicazioni in Italia a Berlusconi, a patto che quest’ultimo desse la sua parola (ehm…) di abbandonare la politica. È del tutto evidente che non esista ambito né istituzionale, né economico, dove concretizzare tale progetto che, oltretutto, non farebbe che incancrenire la situazione di squilibrio esistente, ampliando ulteriormente una concentrazione di poteri e risorse che tutto il resto del mondo percepisce come abnorme e disfunzionale. E ancora: in nome di quale mandato elettorale una parte, e nemmeno piccola, dell’attuale maggioranza ritiene di poter gestire un problema che nemmeno le sentenze di Cassazione hanno ancora intaccato con accordi sulla parola, strette di mano, impegni informali, insomma dinamiche totalmente al di fuori dei lavori del Parlamento?

Ecco la parte più stimolante dell’analisi di Barbacetto. Alla progressiva perdita di rappresentanza, i partiti hanno reagito "stringendosi a coorte" e dando vita a una sorta di estremo e inviolabile fortilizio che, con felice intuizione, Barbacetto battezza SIP, Sistema Informale dei Partiti, dominato da una "irresistibile voglia d’accordo, una incontenibile pulsione all’inciucio". Cadute le grandi ideologie, i partiti che le rappresentavano o vi facevano riferimento restano come vestigia fossili, come vasti contenitori che possono essere riempiti del più vario materiale di riciclo in omaggio a quella che già Montanelli identificava come sola e immutabile cultura politica italiana, il trasformismo.
Compagni che sbagliano esamina in dettaglio questa trasformazione dei partiti-ideologia in strumenti personali, in catalizzatori degli interessi di "sistemi", per dirla con Roberto Saviano, che controllano, ripartendo incarichi, prebende, potere, frammenti di apparati più grandi, come ad esempio le comunicazioni, la sanità, questo o quel gruppo bancario e così via. Barbacetto li definisce "federazioni di gruppi e di interessi" e sottolinea come, sull’esempio innovatore di Forza Italia ora si assista anche a sinistra alla costruzione di figure di riferimento (Rutelli e D’Alema, giusto per fare due nomi) che aggregano attorno a sé una sorta di partito personale a prescindere dal mandato (e dal numero) degli elettori.

L’apparato risulta così perfettamente impermeabile: dai girotondi alle primarie, le iniziative dal basso sono state prontamente assorbite e, di fatto, metabolizzate svuotandole di significato e slancio. Il risultato di tale fenomeno, e su questo non si fatica a concordare coi teorici della Crisi della politica, è una progressiva perdita di fiducia alla quale si somma, per quanto riguarda l’elettorato di sinistra, un senso d’impotenza difficile da contrastare.

Intanto è passata l’ennesima giornata di passione al Senato. D’Alema, pur avendo disertato il tesissimo Consiglio dei ministri del 2 giugno perché impegnato a Valencia a seguir regate, si è comunque premurato di ripetere il monito – Se andiamo in minoranza, tutti a casa! – che tanto aveva giovato in occasione della crisi di febbraio.

In così lieto scenario, fervono le discussioni sul costituendo Partito Democratico: il proverbiale augurio cinese di vivere in tempi interessanti suona più che mai minaccioso.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 8 giugno 2007