Appena quarant’annni fa

Carla Benedetti



"Non sono un’icona, sono una persona qualunque che continua a lottare".

Angela Davis, oggi docente di Storia della coscienza all’Università di Santa Cruz, non ha in effetti mai smesso di lottare: contro il razzismo, contro il sistema "militare-industriale-carcerario" americano, contro la "gestione penitenziale dell’immigrazione". Che effetto fa rileggere oggi, dopo più di trent’anni, il suo libro più famoso, Autobiografia di una rivoluzionaria (Minimum Fax, traduzione di Elena Brambilla, con un saggio di Luca Briasco)? Se non ci si lascia deviare dalla seconda metà del titolo, che del resto è un’invenzione italiana fin dalla prima traduzione (il titolo originale è semplicemente An Autobiography), si resta colpiti e stupiti da questo straordinario documento sui movimenti degli anni ’60 e ’70, in America e in Europa.

Come è possibile che appena quattro decenni fa circolasse tra i giovani, americani e europei, neri e bianchi, un tale senso della giustizia, della solidarietà e della dignità della persona, un tale spirito internazionalista e soprattutto una tale forza di insubordinazione e di invenzione di forme di lotta? Da quali zone dell’animo nasceva tanto coraggio nei militanti Neri e in tutta la loro comunità? Cosa spingeva folle di giovani da tutto il mondo a mettersi in cammino verso Helsinki, al Festival mondiale degli studenti, che aveva per principale tema la fratellanza?

Al di là di certe notazioni un po’ ideologiche, il racconto della Davis è pieno di fatti e di strutture di giudizio che oggi sembrano provenire da un altro universo: punte incredibili di libertà, amore per i "temi grandiosi e terribili come l’universo, la storia, l’uomo, la conoscenza", e soprattutto un’ acuta cognizione del potere, con un monitoraggio critico di tutto il territorio, compreso quello della cultura. Nel carcere di New York, dove la Davis è detenuta, c’è una biblioteca che possiede solo romanzi gialli e rosa, "con il solo scopo di creare un’evasione emotiva", e un cinema dove si proiettano solo "insulsi film holliwoodiani". A Berlino gli studenti lanciano una campagna feroce contro Africa, addio, film "intrinsecamente razzista, girato da due playboy romani".

E’ successo davvero tutto questo?

(pubblicato su "l’Espresso" n. 22, giugno 2007)








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 8 giugno 2007