La delicatezza della devastazione

Tiziano Scarpa



A volte infatti ti sei mostrato ragazzo, altre volte leone; ora violento cinghiale, ora serpente che non si ha il coraggio di toccare; a volte le corna ti hanno reso toro; altre avresti potuto sembrare una pietra, altre ancora una pianta; talora, imitando l’aspetto liquido dell’acqua, sei stato fiume, talaltra, al contrario, fuoco.

Ovidio, Metamorfosi.

C’è sempre un punto di catastrofe, una vertigine riflessiva nelle opere di Bertozzi & Casoni: succede quando le loro opere raffigurano i piatti da tavola, le tazze e le tazzine, i piattini da caffè, le teiere. I loro lavori inaugurali, dai quali sono partiti negli anni Ottanta, erano "sparecchiature" di tavole da pranzo, pile di piatti sporchi. Da allora è come se la ceramica fosse dilagata oltre se stessa, sconfinando oltre i limiti degli oggetti tradizionalmente plasmati con questo materiale. La ceramica è uscita dai piatti, prima contagiando ceramicamente gli avanzi di cibo, poi la tovaglia, il tavolo, gli esseri animati e inorganici, fino a ceramificare prodotti industriali sofisticati ed entità metafisiche, oggetti tecnologici ed esseri teologici, tagliaerba e Madonne… Come in un mondo presocratico – nella interpretazione di Giovanni Semerano, secondo cui l’apeiron di Anassimandro non designava l’infinito astratto ma la terra, la polvere, l’argilla primigenia – tutto è fatto della stessa pasta.

In molte delle opere di Bertozzi & Casoni ci si imbatte in oggetti dichiaratamente "di ceramica": piatti, tazzine, teiere dove la ceramica dichiara esplicitamente se stessa in mezzo a una congerie di altri oggetti. La ceramica è una materia proteiforme. È la campionessa mondiale dell’imitazione. Come il dio Proteo descritto da Ovidio, può assumere forme organiche e inorganiche, animali e vegetali: Proteo diventa a volontà ragazzo, leone, cinghiale, serpente, toro, pietra, pianta, acqua, fiume, fuoco. La ceramica di Bertozzi & Casoni diventa tavolino di metallo, polipo, caffè, posacenere di plastica, pacchetto di sigarette, filtro di sigaretta, cenere, stagnola, rollino fotografico, torta cremosa, candelina consumata, stoppino spento, tucano, cassetta della frutta, bidone, pappagallo, scatolone, borsa di plastica, buccia di banana, cavalletta, dentiera, scarafaggio, borsa di carta, ghianda, scoiattolo vivo, pollo spolpato, coltello, cerbiatto, blocco di pietra, cicogna, ramaglie, dollari, batterie d’auto, funghi, cocker, farfalle, spezzatino escrementizio, valigie, gorilla, fascicolo, rivista, guanto da lavapiatti, scatolame, rete di corda, ghiaccio, neve, orso bianco, stinco umano. Ma ecco che, nella sua capacità di imitare qualunque cosa, la ceramica incappa anche nell’imitazione di se stessa: piatti, piattini, tazze, tazzine, teiere sono una presenza ricorrente nei lavori di Bertozzi & Casoni.

L’incessante versatilità metamorfica della ceramica innesca un’ambivalenza, un’incertezza nella percezione: che cosa stiamo guardando? Un mucchio oppure un oggetto unico? Un aggregato o un blocco unitario che fa finta di essere polimaterico e plurale? L’iperrealtà di Bertozzi & Casoni è classica e anticlassica: classica nel rispetto del limite, del contorno, della rappresentazione perspicua, accuratissima, infinitesimale, ostinata; anticlassica perché, sotto quelle linee, oltre quei confini, è sempre la stessa materia che dilaga, che straborda, che continua. È sempre la stessa ceramica che scorre sotto la forma, trapassando da un oggetto all’altro. Queste mie considerazioni, va detto, fanno onore e allo stesso tempo torto all’arte di Bertozzi & Casoni. Onore alla loro maestria, torto alla loro visionarietà, perché la riconducono alla materia che usano, e alla bravura tecnica. Voglio dire che, per esempio, in pittura a nessun critico d’arte verrebbe in mente di prendere in considerazione, o meglio prendere dentro nel suo discorso interpretativo, il fatto che, in un dipinto, a diventare di volta in volta albero, cielo, incarnato, stoffa è sempre la stessa pasta oleosa pigmentata stesa dal pennello, prima fluida e poi disseccata sulla tela o sulla tavola; è un dato implicito e acquisito, fa parte delle regole del gioco del dipingere: il colore a olio o quello acrilico non alimentano speculazioni ermeneutiche. E invece non si può negare che il virtuosismo materico, l’acrobazia imitativa, il capogiro metamorfico della ceramica sia un elemento dell’arte di Bertozzi & Casoni che non si può far finta di ignorare. Lo sguardo di chi si trova di fronte a una loro opera infatti contiene sempre anche una quota di incredulità, di stupore quasi barocco. "Davvero sono riusciti a fare tutto questo con la ceramica? Anche questo gracilissimo guscio d’uovo? Sul serio?" L’ammirazione per il virtuosismo tecnico fa parte dello sguardo con cui vanno accolte le loro opere. È soltanto una parte, sia chiaro, ma una parte inevitabile ed essenziale. Per comprendere che cosa ne consegue, propongo un paragone con un’abilità tecnico-artistica che ha qualche parentela con la ceramica, in quanto viene confinata solitamente nel campo dell’artigianato: l’arte vetraria. Il problema degli artisti che usano il vetro è che spesso, nelle loro opere, ciò che spicca, prima ancora della forma e dell’ideazione, è il vetro stesso. È difficilissimo trascendere il vetro: in un’opera d’arte fatta con il vetro, va a finire che vedi solo quello, o soprattutto quello. Il vetro comanda sull’opera, la materia si mette in primo piano e finisce per diventare il tema dell’opera stessa. Con la ceramica, con queste ceramiche di Bertozzi & Casoni, stupefacenti, proteiformi, irriconoscibili come ceramiche, accade esattamente il contrario. La ceramica non la vedi! Ti stupisci che tutto ciò che vedi sia fatto di ceramica. In certi casi arrivi a non crederci. Allora ti metti a cercarla. A rintracciarla, a riconoscerla. L’interrogazione sulla materia, la verifica della materia diventa una delle esperienze estetiche preponderanti nell’incontro con la loro opera. All’opposto del vetro, dunque, la ceramica rischia di mettersi in primo piano proprio perché fa di tutto per non mettersi in primo piano! Bisogna fare attenzione, guardando le loro opere, che la strepitosa performance metamorfica e proteiforme della materia non si rubi tutta la scena mediante questo paradossale ritrarsi dalla scena. Il nascondimento della materia è uno dei temi tecnici, e filosofici, delle loro opere. Un tema che, come accennavo all’inizio, raggiunge il suo punto di catastrofe, di vertigine riflessiva quando la ceramica, nel suo inquieto trascorrere da una forma all’altra (inquieto e, contemporaneamente, bloccato, raggelato), dall’imitazione di una materia all’altra, finisce per imitare se stessa: anzi, non "finisce per", ma transita anche attraverso l’imitazione di se stessa quando dà forma a un piatto, una tazzina, una teiera.

La fragilità di questa materia emana un’aura sacra, ambivalente: si è irresistibilmente attratti tattilmente da questi oggetti, li si vorrebbe toccare, verificando con le dita se quei gusci d’uovo e quei sottilissimi bicchierini di plastica-sotto-mentite-spoglie sono davvero di ceramica, ma si rischia di spaccarli. Sono oggetti potentissimi proprio perché estremamente fragili: la consapevolezza della loro fragilità ci tiene rispettosamente a distanza, crea tensione, timore di compiere una mossa maldestra distruttiva; sapere (o sospettare, increduli) di che cosa sono fatti ci attrae ma anche ci respinge, a distanza di sicurezza; ci sfida alla profanazione e trattiene il nostro tocco rendendoci inermi e disarmati di fronte a oggetti così deboli! L’iconoclastia corrisponderebbe a una glorificazione, a un esercizio di devozione: infatti, per riconoscere definitivamente che si tratta di ceramica, e che quindi gli artisti sono stati sbalorditivamente abili nell’ingannarci, sarebbe necessario spaccare un frammento dell’opera. Rompere l’opera, come dicevo, equivarrebbe dunque a un atto vandalico ma anche a un gesto di ammirazione, un riconoscimento della insuperabile maestria artistica.

Le opere di Bertozzi & Casoni raffigurano sempre una catastrofe. La più evidente è quella della materia che incappa nella rappresentazione di se stessa, che si nasconde e si mostra, dissimula se stessa e contemporaneamente si svela. Il punto catastrofico dell’inganno rappresentativo accade nel luogo di massima coincidenza realistica. In questa incessante continuità metamorfica, nemmeno quando diventa piatto, tazzina, teiera la ceramica riesce a essere se stessa! E nemmeno quando raffigura qualsiasi altra cosa riesce a farci smettere di pensare che si tratta di ceramica.

Fragilità della ceramica (la ceramica: una pietrificazione fragile, una versione frangibile della pietra): sacra intangibilità dell’opera che, toccata, andrebbe in frantumi; e inevitabile destino di frantumazione di una materia delicata. C’è un’inattingibilità assoluta, esperienziale e teorica, in queste opere, un abisso senza fondo: la cosa è inconoscibile, perché si tocca qualcosa che è sempre la stessa anche se sembra variare, è sempre lo stesso blocco, la stessa pasta fluida indurita, metamorfica e proteiforme, e che non è mai se stessa, perché proprio quando lo diventa, nel punto di catastrofe in cui la materia plasmatrice affiora alla superficie (i piatti, le tazzine, le teiere), è irrimediabilmente un’imitazione di se stessa, un attraversamento provvisorio e permanente. Se fosse una metamorfosi davvero provvisoria ci offrirebbe almeno una possibilità di contatto, di conoscenza, di sensazione, seppure breve: ci darebbe un’occasione da cogliere all’istante; come quei cibi che vanno mangiati in fretta, appena usciti dalla cottura (la pastasciutta che si ammorbidisce in acqua bollente ma poi si scuoce in pochi minuti): pietanze cairologiche, da intercettare al volo. Il tema del cibo nelle opere di Bertozzi & Casoni non consiste solo nella presenza letterale di piatti e alimenti ed esseri bestiali che ne fanno scempio, è un tema chiave dei loro lavori: tutto è già stato consumato, mangiato; la possibilità di consumare, di toccare, di conoscere, di incorporare è già passata e non è mai iniziata, è già finita ed è da sempre non-cominciata nella pietrificazione della ceramica, nel suo carattere di metamorficità ininterrotta, di effimera eternità, di trasformazione costante. Il permanente e il provvisorio dentro la stessa cosa.

La catastrofe figurale di Bertozzi & Casoni, la loro visione, mette in scena un consumo sterminato, abusivo, una consumazione devastatrice. Il pasto è stato divorato, un ambiente è stato depredato e distrutto, un tavolino è ingombro di avanzi disseminati in piccole cataste mini-orgiastiche, post-orgiastiche pile di piatti, ci sono generi di conforto ordinari e rimasugli improbabili; ci sono frutti dimenticati a marcire che nutrono insetti, cicogne che hanno tranquillamente nidificato sopra batterie di automobili, bestie che hanno sperperato denaro, non con lo spenderlo ma foderando di banconote il loro giaciglio; gorilla scappati che imperversano liberi facendo strame di bagagli; madonne che si mettono indebitamente a svolgere compiti di giardinaggio che non gli competono falciando allegramente un prato fiorito; un orso si è mangiato le provviste della spedizione al polo, uomini compresi. Tutto è stato divorato, devastato, distrutto, vandalizzato, fatto vittima di abuso, ma niente è stato veramente toccato se non da se stesso: non da noi, non da noi. L’inevitabile e necessaria profanazione, l’iconoclastia, la devozione vandalica tiene in scacco soltanto noi. La devastazione conoscitiva concessa ai protagonisti di queste scene, le bestie, è vietata soltanto a noi. Eppure il nostro vandalismo sarebbe assolutamente indispensabile per capire questa cosa impermanente ed eterna, plurima e coesa, metamorfica e immutabile, che ci tiene sacralmente a distanza, in tensione, timorosi di danneggiarla, e rimane per noi inconoscibile. Siamo noi le vittime di un abuso assoluto, un abuso che ci consuma fino in fondo, perché siamo gli unici del tutto esclusi dalla consumazione, non siamo capaci di attuare la devota profanazione iconoclastica che ci competerebbe, la frantumazione della figura di queste opere, il disvelamento della materia originaria che è dappertutto e in nessun luogo, che si mette incessantemente in primo piano col suo perpetuo nascondersi. Restiamo completamente coinvolti ed estromessi, in questa impasse di inattingibilità e irresistibile attrazione, nella brama inattuabile di consumare e affondare e discioglierci e rapprenderci ceramicamente in questa fragile pietra, nella pasta argillosa di cui sono fatte tutte le cose.

Testo in catalogo della mostra, Galleria Internazionale di Arte Moderna Ca’ Pesaro, Venezia, dal 6 giugno al 2 settembre 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 6 giugno 2007