Berlusconi paga Leopardi

Antonio Moresco



Abbiamo appena letto sul quotidiano Libero che Silvio Berlusconi coprirà per intero la cifra necessaria a tradurre la parte restante dello Zibaldone in lingua inglese (100.000 euro).
Visto che questa battaglia è partita dal Primo amore non possiamo che essere contenti di questa rapida conclusione.
Per quanto mi riguarda, non ho nessuna difficoltà a ringraziare sinceramente Silvio Berlusconi per questo gesto, senza che ciò sposti di un millimetro la mia opinione generale su di lui.

Ma -detto questo e a scanso di equivoci- si impone una ricostruzione dei fatti e una scomoda riflessione.

Le cose sono andate così:
Invitato a Roma da Luigi Severi per un incontro con gli studenti all’Università, ho conosciuto -oltre a chi mi aveva invitato- Franco D’Intino che, dopo l’incontro pubblico, in una pizzeria della Garbatella, mi ha parlato della sua lunga battaglia -condotta assieme a pochi altri in Inghilterra e in Italia- per tradurre Lo zibaldone in lingua inglese e della sua frustrazione per i continui, inutili tentativi di trovare i soldi necessari a pagare le spese di traduzione. Tornato a Milano, ho parlato della cosa con gli amici del Primo amore e con altri che potevano rendere pubblica questa incredibile situazione attraverso i giornali. Con l’aiuto di Franco D’Intino, ho informato i lettori del nostro sito di questa battaglia, fornendo anche un numero di conto corrente per chi volesse prendervi parte di persona, appello ripreso poi da alcuni altri siti.
Un articolo sulla vicenda è stato immediatamente proposto -prima che a ogni altro- a un noto periodico collocato nell’area di sinistra, che però si è detto non interessato alla cosa.
Così -con la solitaria eccezione di una breve segnalazione di Nico Orengo su Tuttolibri- nessun altro dei giornali da cui ci si sarebbe aspettata attenzione per una battaglia culturale come questa ha voluto dedicare una riga all’argomento.
Massimiliano Parente (che ringrazio per l’intelligenza, la passione e la concretezza con cui si è gettato in modo determinante in questa impresa) ha proposto un articolo sull’argomento al giornale su cui scrive (Libero), che ha accettato immediatamente, dedicandovi grande spazio e trasformando la cosa in una vera e propria campagna. (In questo caso, tanto di cappello alle pagine culturali di Libero!). Dopo questo primo articolo, ce ne sono stati infatti altri sullo stesso giornale, tra cui uno firmato dal capocultura Alessandro Gnocchi. Da questa iniziale mobilitazione sono nati i successivi passaggi che hanno portato alla rapida e clamorosa conclusione che conosciamo.

Ora io, come non sono d’accordo con Silvio Berlusconi, così non sono d’accordo con le posizioni di Libero. Però lo sviluppo e l’esito di questa vicenda impongono alcune domande ormai ineludibili:

Come mai, in questi anni, neppure una battaglia così indiscutibilmente importante e onorevole riesce a trovare accoglienza nelle pagine di un giornale collocato a sinistra e i cui giornalisti si dicono attenti alla cultura mentre un giornale come Libero (giudicato "impresentabile" dai primi) ci si getta invece a capofitto? Certo, non sono così ingenuo da non capire che c’è in questo anche intelligenza giornalistica, fiuto, tempismo, scaltrezza, senso dell’utile culturale e del ritorno di immagine ecc, ma perché le pagine culturali di un giornale di sinistra -in assenza evidentemente del resto- non riescono più a dare prova neppure di altrettanta professionalità e prontezza di riflessi?

Cosa sta succedendo -e non da oggi- nel nevralgico campo culturale, un tempo fiore all’occhiello e ritenuto zona di egemonia della sinistra se persino battaglie simili e se persino Leopardi non riescono più a trovare spazio sulle pagine di uno di questi giornali, mentre domina sulle stesse un’idea spesso inconsistente e frivola della cultura e della letteratura oppure, al contrario, paludata, polverosa, castale? Come mai le pagine culturali dei giornali da cui ci si ostina ad aspettarci qualcosa sono invece così prive di lungimiranza e coraggio, così chiuse alle cose più profonde e portanti, così bloccate -né più né meno delle loro corrispettive strutture politiche di riferimento- nel gioco chiuso e miope delle inclusioni e delle esclusioni, dei target, delle quote, delle confraternite, delle cooptazioni e dei veti? Come mai sono così blindate, così gregarie rispetto allo spirito del tempo, così deboli e nello stesso tempo arroganti, così prive di prospettiva e progetto che non sia la gestione di zone e di figure funzionali e protette e dove domina la routine fine a se stessa, la mancanza di ricerca e di rischio? Credono di poter andare avanti ancora per molto così, con questa esclusione del tessuto culturale forte, scomodo e vivo? Non si rendono conto delle spazio che lasciano a chi è meno elefantiaco e bloccato di loro? Non si rendono conto che non bastano la controinformazione e le inchieste sui mali sociali per rifarsi una verginità politico-culturale, ma che bisogna avere lo stesso coraggio anche nel campo nevralgico e di proiezione di quella cosa che è stata chiamata riduttivamente "cultura"? Che non è una zona morta, separata, un target vuoto, qualcosa che ha a che fare solo con l’intrattenimento e col "tempo libero", ma una forza dinamica e di prefigurazione della vita e del mondo, tanto più in questa epoca in cui ci troviamo di fronte a prospettive drammatiche mai conosciute prima dalla nostra specie. Non appare in tutta la sua evidenza anche dalla conclusione di questa esemplare vicenda come sia indispensabile e urgente una rigenerazione anche in questo?








pubblicato da a.moresco nella rubrica annunci il 5 giugno 2007