Il mondo di Melancholia

Maria Moresco



Non può che essere così

Melancholia mi è parso il film più sincero di Lars von Trier, quello in cui ha detto ciò che voleva dire nel modo più diretto.
L’universo del film è totalmente deterministico e costruito per rigide opposizioni. O la sposa patinata (che però porta già in sé i germi di ciò che viene dopo perché sa già tutto – vedi la scena della pisciata) o l’autodistruzione del lasciarsi andare alla malattia, o la dimensione collettiva o la solitudine, o la cinica invenzione di slogan che tengono in piedi una realtà mortuaria (vedi l’immagine pubblicitaria delle donne che sembrano cadaveri), o l’inazione, o la madre disumana e nazi che fa la sua ginnastica e se ne frega (forse un inaccettabile Super-Io?) o il padre libertino ubriacone e idiota (forse un inaccettabile Es?), e si potrebbe andare avanti.
La dimensione collettiva espressa attraverso il matrimonio che da “giorno del sì” si trasforma per Justine in giorno del no è altamente disumanizzata ed estetizzata. Nessun personaggio, a parte quelli che resteranno nella seconda parte del film, ha una particolare rilevanza, ma il compito di tutti è manifestare la nullità della vita associata e delle sue stereotipate ricorrenze. “Assistere alla festa”, usare ed essere usati e poi scomparire sembra tutto ciò che è concesso. Le figure maschili spiccano per inutilità e stupidità: il giovane che dovrebbe estorcere lo slogan, usato per una sveltina di protesta (sempre a proposito dell’usare e dell’essere usati), il maritino insipido che se la squaglia come se niente fosse, il padre rincoglionito che se ne va anche se gli era stato chiesto di restare, il marito di Claire che è un cretino e anche lui se la squaglia a modo suo, anche se dopo gli altri perché deve avere prima il tempo di manifestare appieno la sua stupidità. Difficile davvero pensare a una misoginia del regista, semmai di più a un’acuta misantropia.
La scena in cui i partecipanti al matrimonio escono dalla villa e poi lanciano dei piccoli palloni con scritte benaugurali merita da sola il prezzo del biglietto. Lo spostamento della “festa” all’esterno ci mette sull’avviso: qualcosa che già serpeggiava sta per manifestarsi e gli eventi stanno per precipitare. Melancholia si avvicina.
Ma torniamo alle rigide opposizioni che non lasciano aperta altra via. O almeno non la lasciano aperta per Justine e, lo stabilisce lei stessa, per nessun altro (anzi, per essere precisi non c’è nessun altro, neanche nel resto dell’universo, come ci tiene a spiegare a sua “sorella”). E qui arriviamo a un’altra coppia di opposti, appunto Justine e Claire, che mi sembrano formare un’unica persona (il che, forse, deve qualcosa al Bergman di Persona, ma mi pare soprattutto una rappresentazione sdoppiata dello stesso von Trier). Justine è già stata inghiottita da Melancholia e si crogiola alla sua luce, finalmente liberata dalla sua inadeguatezza rispetto alle aspettative degli altri; Claire invece ancora lotta contro l’inevitabile – del tutto stupidamente, visto che ogni cosa avviene dal punto di vista di Justine – per tenere in piedi il suo mondo ricco e dall’estetica cartolinesca votato alla distruzione. Come si dice a un certo punto del film, tutti ci illudiamo che Melancholia ci passi accanto e se ne vada. Ma per Justine non è stato così. La “bile nera” non è stata a distanza di sicurezza e ha colorato ogni cosa, distruggendo qualsiasi altra sfumatura. Così la distruzione operata da Melancholia (che, a questo punto lo si sarà capito, secondo questa mia lettura non è affatto un pianeta) non è altro che un’autodistruzione che il regista vive in prima persona attraverso il personaggio di Justine. Anche il fatto che il “pianeta” sembri allontanarsi e poi si riavvicini induce a questa conclusione, così come molti altri elementi presenti nel film (vedi quando Claire, ancora a distanza di sicurezza, considera che Melancholia sembra quasi amichevole). Le interpretazioni spiccatamente realistiche mi sorprendono ancora maggiormente dal momento che il regista stesso fa di tutto per allontanarci da quella via (a cominciare dal nome che dà al suo “pianeta”). Si pensi per esempio al mondo a dir poco chiuso e improbabile in cui si svolge la seconda metà del film.

La visione e il suo strumento

Nella seconda metà del film, dunque, c’è un unico personaggio, Justine-Claire-von Trier, finalmente libero di lasciarsi andare alla distruzione. Justine può finalmente avere ragione di Claire, nessuna stupida dimensione collettiva si frappone più tra loro, nessuna “convenienza”. E poi c’è il bambino, elemento di una certa importanza. Il bambino che il regista ci mostra sembra quasi stupido (vedi il commento del tutto idiota e a sproposito sulle lacrime di zietta Spezzacciaio) e tendenzialmente passivo (si lascia portare di qua e di là come un pacchetto o un cagnolino, oppure dorme). Questo se usiamo il metro dell’intelletto o, per dirla come von Trier, il telescopio, che però è uno strumento riservato ai cretini. Infatti in Melancholia lo usa solo il personaggio più cretino del film, mentre il bambino se ne costruisce un altro che poi userà anche la madre. Justine, naturalmente, non ha bisogno di alcuno strumento perché sa già tutto, sa già come andrà a finire – e come potrebbe essere diversamente, visto che è il suo film?
Se invece usiamo strumenti più sottili, come il filo arrotolato per acchiappare la realtà che fa paura (una rudimentale telecamera?), ci rendiamo conto che il bambino rappresenta l’unico elemento esente da colpa (e l’unico che forse davvero non sa come andrà a finire). Il mondo è cattivo, tutto merita di essere distrutto, come dice Justine a Claire, ma il bambino merita comunque una certa pietà. Il bambino di Melancholia è come il cane di Dogville, l’unico elemento innocente in una comunità di peccatori – una comunità che in Melancholia nessuno cerca di redimere facendosi martirizzare prima di arrendersi all’evidenza, anche perché, come abbiamo visto, non esiste più alcuna comunità. Justine, dunque, dice al bambino che possono costruire una grotta magica dove la distruzione non arriverà. Una pietosa bugia? Non credo. Io stessa, mentre guardo il film, sono in quella grotta. Al cinema. Von Trier cerca riparo nei suoi film, ma naturalmente sa, essendo Justine, che quando Melancholia sarà troppo vicina e impatterà, anche quelli saranno distrutti, come tutto il resto.

L’estetica e la morte

Il determinismo totalizzante insito nel film ci viene incontro fin dall’inizio con immagini che qualcuno ha giustamente trovato inquietantemente simili nell’aura a quelle delle pubblicità dei profumi. Le immagini ci raccontano tutto quello che vedremo dopo, sono una specie di sommario, come quando nei libri di una volta mettevano tutto ciò di cui si parlava nel capitolo prima del capitolo stesso (ma almeno non si rivelava il contenuto dei capitoli successivi o il finale del libro) con tanto di svolazzi (e anche quelli non mancano). Vediamo già tutto: la sposa invischiata, la sposa depressa, il bambino che lavora il legno per fare la grotta, il pianeta che impatta. Sto per farvi vedere questo, dice von Trier, giusto per non lasciare spazio a dubbi. Le immagini sono statiche, come i quadri mostrati nel corso del film, ma – a differenza di quelli – spesso di dubbio valore, così come quella di Justine nuda sotto la luce di Melancholia. Nel loro essere curate e “tradizionali” sostituiscono la “sporcizia avanguardistica” dei suoi primi film e sembrano dire che quella era posticcia, che dopo aver seguito una cinepresa in eccessivo movimento, anche se sempre controllatissima, bisogna fermarsi. Per morire. Anche qui due opposti, come se l’occhio non potesse guardare altro se non un paesaggio visto dal finestrino di un treno o una cartolina. Mentre guardavo il film mi è successa una cosa strana. Naturalmente sapevo che Melancholia avrebbe colpito, come si è visto non poteva essere altrimenti. Ma nella scena in cui il pianeta si allontana è come se, per un attimo, avessi visto un altro film. Un film impossibile per von Trier e da cui per il momento il regista è rimasto tragicamente fuori. Cosa sarebbe successo se il pianeta si fosse davvero allontanato senza colpire? Justine avrebbe dovuto mettere in discussione la sua malattia o rassegnarsi a essere “un’alienata”? Non sarebbe più stata la figura onnipotente e onnisciente del film, quella che ci mette tutti nella grotta e ha la meglio anche sul bambino che muore senza piagnistei ma anche senza nichilistici o edificanti proclami per dimostrare che la sa più lunga? Allora, cosa sarebbe successo? Non è una questione di “lieto fine”, ma di vitale curiosità. In questo film non girato ci sono tutte le possibilità, anche quella che un vero pianeta un giorno ci distrugga tutti. E il prossimo film di Lars von Trier, quale sarà, se ci sarà?








pubblicato da s.baratto nella rubrica cinema il 16 novembre 2011